Reportistica: strumento essenziale, secondo Piscopo di Rai Pubblicità

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21 novembre, 2016
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Abbiamo chiesto a Fabrizio Piscopo, Amministratore Delegato di Rai Pubblicità, di spiegare che cosa sia la reportistica e come la si possa usare per migliorare la performance della propria azienda. 

piscopo-ad-rai-pubblicita“La reportistica è uno degli strumenti essenziali nella gestione aziendale: più è semplice meglio è perché la sintesi aiuta la comprensione”, commenta Piscopo. “Una buona reportistica per una rete commerciale verte su cinque o sei elementi fondamentali, a partire dal più importante che è l’analisi del mercato ossia la verifica a cadenza settimanale delle quote di mercato e degli andamenti dei competitors durante l’anno, monitorando eventuali picchi”.

“Un secondo aspetto della reportistica”, continua l’AD della concessionaria Rai, “riguarda i mercati di riferimento: si tratta di vedere come stanno andando i vari settori merceologici – strumento principe in questo caso è Nielsen – interpretando i dati in base alle caratteristiche delle Tv con cui si relazionano. Per esempio una Tv dal target giovane come Sky dovrebbe monitorare la moda, la cosmetica, i motori; diversamente un’emittente con un pubblico più maturo come Rai presterà attenzione ai settori del farma, dei viaggi e del tempo libero. Questi monitoraggi dicono quali sono i target ai quali la rete vendita deve rivolgersi”.

“Un terzo genere di reportistica”, prosegue Piscopo, “è quella dedicata alle performance individuali di agenti, dipartimenti e direttori. Tre sono i fattori sostanziali sui quali poggiano le reportistiche fin qui descritte: la performance pura, ovvero l’andamento anno su anno; il valore del prezzo medio acquisito che deve tendere sempre a salire indipendentemente dall’andamento dei mercati; infine quella che noi chiamiamo ‘Power Ratio’, ossia la relazione della performance interna verso quella esterna: serve a capire se per esempio nell’area del Piemonte le cose stanno andando particolarmente bene e quindi se un risultato al 10% può essere negativo o positivo con un Benchmark al 22%”.

“C’è poi un’altra reportistica utilizzata all’interno di una concessionaria televisiva”, precisa l’AD di Rai Pubblicità: “quella che confronta la share della Tv con la quota della raccolta pubblicitaria. Entrambe dovrebbero avere una crescita parallela, ma non è sempre così: può capitare che a un periodo di depressione corrisponda una crescita inusitata dovuta al lancio per esempio di un programma di grande successo che raccolga le poche risorse disponibili concentrando così gli investimenti su un unico broadcast”.

“Occorre infine tenere conto delle eccezioni”, conclude Piscopo: “per gli eventi in esclusiva come il Festival di Sanremo, il parametro di riferimento lo si ha confrontando l’andamento degli anni precedenti. Nel caso invece del Mondiale di calcio del 2014, si devono confrontare sia le tre edizioni Rai precedenti sia l’andamento del competitor: in quel caso Sky con soli 37 milioni di € contro i 73 di Rai”.

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