Riforma PA: e se la digitalizzazione fosse un aspetto secondario?

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5 agosto, 2015
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Il DDL 1577 (Riforma PA) approvato in queste ore può rappresentare davvero una importante occasione per riformare la Pubblica Amministrazione italiana.

1) Per la prima volta la Pubblica Amministrazione, nel suo processo di riforma, potrebbe uscire dall’autoreferenzialità che la ha contraddistinta da sempre e adeguarsi finalmente al “punto di vista” e ai bisogni dei cittadini.

Il condizionale è legato al fatto che siamo in presenza di una legge delega. Il contenuto dei decreti attuativi che articoleranno e renderanno effettive le riforme determineranno o meno il successo della riforma. I decreti attuativi sono tutti da scrivere.

Quindi: il “disciplinare le modalità di erogazione dei servizi ai cittadini, in modo da assicurare la piena accessibilità on line alle informazioni personali e ai documenti in possesso delle amministrazioni pubbliche, ai pagamenti nei confronti delle amministrazioni, nonché all’erogazione dei servizi da parte delle amministrazioni stesse, con invio dei documenti al domicilio fisico ove la natura degli stessi non consenta l’invio in modalità telematiche” è legato alla qualità e al contenuto dei decreti attuativi.

Il Governo ha quindi oggi una grande responsabilità. Il Governo, senza suscitare stupide polemiche, va sostenuto.

2) I processi di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione rivestono un ruolo essenziale nel processo di Riforma PA.

Tuttavia, i processi di digitalizzazione, l’affermazione della “Cittadinanza Digitale” (come peraltro il ddl prevede) per avere successo dovranno accompagnarsi a profondi cambiamenti organizzativi e culturali. (v. ad es. “l’ampia delega per la riorganizzazione dell’amministrazione dello Stato prevede, come criteri generali, la riduzione di uffici e del personale anche dirigenziale destinati ad attività strumentali e la preferenza per modelli di gestione unitaria dei servizi strumentali; nonché il riordino o soppressione degli uffici e organismi che presentano disfunzioni organizzative o funzionali“).

Michele VIanello riforma PA

Il Codice dell’amministrazione digitale e i decreti legislativi già in vigore (a partire dal DPCM 13/11/2014) da soli non hanno risolto nulla, come dimostra la pratica.

Francamente la digitalizzazione (intesa come adozione di piattaforme e di architetture di nuova e diversa concezione, frutto di un obbligo legislativo) rappresenta la parte “banale” del processo di Riforma PA. Sul digitale, invece, vedo già, in questi minuti, gli “esperti” che si accapigliano. Fraternamente: vi state accapigliando tra di voi sul nulla.

Il cuore della Riforma PA è costituito dal ridisegnarsi dei processi organizzativi e dei processi decisionali. Senza una profonda opera di formazione, di convincimento dei pubblici dipendenti –”egemonica culturalmente” si sarebbe detto in altra epoca – il solo digitale non va da nessuna parte. Anzi, potrà rivelarsi addirittura dannoso e persecutorio per i cittadini se consoliderà e legittimerà gli attuali assetti verticali di potere propri della Pubblica Amministrazione (digitalizzazione dell’esistente).

Se una parte rilevante dei processi di formazione e di evangelizzazione (organizzativa e digitale) andrà rivolta ai pubblici dipendenti, una parte altrettanto rilevante andrà rivolta ai cittadini e andrà rivolta a sollecitare il nuovo civismo nell’epoca delle tecnologie dell’informazione. In questo contesto il ruolo dei Digital Champion (ma non solo) opportunamente formati sarà determinante.

3) Una delega decisiva attribuita al Governo riguarda la riforma della dirigenza pubblica.

La riforma avrà successo se la maggioranza dei dirigenti ne sarà partecipe. Non nascondiamoci dietro ad un dito, una parte della dirigenza sarà ostile ad ogni cambiamento (ma, ciò avviene anche nei settori privati), una parte –pure disponibile- non è attrezzata culturalmente a dirigere il cambiamento.

Insisto, il cambiamento non è la digitalizzazione. La digitalizzazione è lo strumento per cambiare i modelli organizzativi, generare risparmi ed efficienza, fornire migliori servizi ai cittadini, aprire e democratizzare le Pubbliche Amministrazioni. I cambiamenti previsti dalla ratio legislativa sono prima di tutto organizzativi e culturali.

Le governance pubbliche dovranno avere tutti gli strumenti per incentivare e per sanzionare. Incentivare i dirigenti che vogliono cambiare, sanzionare, fino al licenziamento, i conservatori. Questa sarà un’opera titanica.

4) Vedo i soliti noti ironizzare sul “manager della transizione”.

Le pubbliche amministrazioni, in larga parte, non hanno nelle loro fila professionalità in grado di gestire i profondi cambiamenti organizzativi e culturali delineati dalla legge. La cultura prevalente nella pubblica amministrazione è legata a garantire la “legittimità giuridica” degli atti.

Per i comuni mortali a garantire la “correttezza della forma” e a tutelarsi in caso di una “chiamata in giudizio”. All’opposto, le professionalità delle quali c’è bisogno per attuare la riforma

Dovranno essere, prima di tutto, quelle organizzative. Se qualcuno pensa che la priorità sia da dedicarsi alle competenze “informatiche” e “digitali” (anche di ultima generazione) commette un errore micidiale.

In realtà, in ogni PA (ma anche nei settori privati) ciò che andrà costruito e formato saranno team multidisciplinari in grado di affrontare cambiamenti complessi con occhi diversi. I processi che dovremo affrontare nei prossimi anni sono di radicale trasformazione dell’esistente, non saranno risolvibili, pensando in modo ingenuo, solo alla digitalizzazione.

Non andrà trascurato assolutamente che questi processi nella Pubblica Amministrazione saranno fortemente indirizzati ad esaltare (nella digitalizzazione) il proprio essere labor saving. Insomma produttività ed efficienza che provengono dalla riduzione (oltre che dalla qualificazione) del personale. E questo sarà un problema che andrà affrontato con forza e con strumenti inediti di consenso e di contrattazione.

Scrivono Brynjolfsson e McAffe che ciò che va esaltato “… è il capitale organizzativo come le nuove procedure gestionali, le tecniche di produzione, le forme di organizzazione e i modelli di business. L’utilizzo efficace delle nuove tecnologie della seconda età delle macchine richiede quasi invariabilmente cambiamenti nell’organizzazione del lavoro”.

P.S. il virgolettato riproduce la descrizione di alcuni articoli del ddl da parte dei Servizi Studi della Camera o del Senato della Repubblica

ARTICOLO TRATTO DA MICHELEVIANELLO.NET

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