Il nuovo direttore dell’Agid sono io: ecco cosa facciamo per l’agenda digitale

Scritto da:     Tags:  , , , ,     Data di inserimento:  1 aprile, 2015  |  Commento
1 aprile, 2015
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Mi sono subito iscritto al bando di concorso della Funzione Pubblica per il nuovo direttore Agid e in pratica ho già vinto, mi hanno chiamato @matteorenzi e @mariannamadia dicendomi che quella poltrona non la vuole nessuno perciò è mia.

Del resto se non ce l’hanno fatta, a cambiare agenda digitale e soprattutto digitalizzazione dell’esistente, super esperti come Francesco Caio e @la_pippi Alessandra Poggiani cosa volete che abbia, un sottomarino che scrive di digitale e intervista da anni politici, imprenditori, tecnici della PA Digitale, da perdere?

La mia sarà un’agenda digitale molto semplice: se dobbiamo spiegare a persone che non sanno cos’è la banda larga (pensano che sia la banda che suona…) e che per identità digitale intendono qualcosa a metà tra Matrix e Minority Report, sarà meglio “parlare come mangiamo“.

Basta con i termini inglesi: non ho nulla contro la globalizzazione, per carità, ma spieghiamo le cose in italiano così, l’agenda digitale, sarà degli italiani e non del Parlamento Europeo che ogni tre per due ci disintegra con le sue classifiche dove, bene che vada, siamo penultimi a 9 punti di distanza dalla terzultima (e con lo scontro diretto sfavorevole) quando mancano 3 giornate alla fine. Ossia, spacciati. Va bene, pazienza, ripartiremo dalla B: usando meglio i (pochi) soldi che abbiamo magari costruiamo qualcosa di semplice ma funzionale, e una volta tornati a ‘livello’ sarà più facile scalare posizioni.

Fondamentalmente, la mia agenda digitale si baserà su: economia, scuola, sanità, lavoro, comunicazione. La faccio facile? No, la faccio come deve essere fatta. Le tecnologie devono servire a cittadini, imprese, pubbliche amministrazioni per migliorare la vita e semplificarla, non per cercare improbabili protocolli – che ci sono già – e metterli su siti di agenzie che nessuno ‘caga’ (scusate il francesismo).

Se volete digitalizzare l’esistente chiamate quelli che volevano mettere gli stipendi dei dirigenti online e pensavano di aver rivoluzionato lo spazio-tempo. Non mi interessano gli stipendi (c’è già chi ci pensa, non io), mi interessano le città, le leggi, i nostri figli che pensano ‘in digitale’.

Oppure chiamate quelli della carta di identità elettronica che sono ancora li a cercarla. Abbiamo già tutto, dentro la nostra carta dei servizi altrimenti conosciuta come codice fiscale: vediamo di usarla in farmacia, in Comune, a scuola, anche alle Poste e alla Motorizzazione. Basta predisporre un chip che c’è già e dotare le PA di un lettore da 15 euro. Non mi sembra così complesso. Ci potremmo mettere dentro anche il passaporto (che brutto termine, elettronico, è un passaporto e basta!!) e la patente di guida, così eviteremmo di perdere duecento documenti diversi quando potremmo avere tutto dentro a una carta. Se la perdiamo, la blocchiamo proprio come il PIN dello smartphone. Anche mio nonno che ha 94 anni sa come funziona un PIN.

A proposito della carta. Non la voglio più vedere, sia un bollo auto o un passaggio di proprietà di una casa: la posta elettronica certificata non funziona, Gmail o Libero o chi diavolo volete ci fornisce indirizzi mail già funzionali e useremo quelli. Gli anziani si faranno spiegare dai loro figli o nipoti: chi non può, sarà istruito in appositi corsi presso il Comune. Obbligatori, e poche storie.

Non è possibile che tutti (o quasi tutti) sappiano usare Facebook, Twitter e Instagram e non sappiano aprire una mail. E’ solo questione di opportunità, e la nella mia agenda digitale l’opportunità è che Internet vada sfruttata come l’aria che respiriamo. Dice “eh ma la banda ultralarga…il digital divide…“. Dico: apriamo i wifi pubblici almeno a 5 km di raggio dal centro storico per legge, chi non ce la fa userà una 3G e troveremo un modo per detassare la fruizione dei pacchetti dati, visto che le compagnie telefoniche fanno un ricarico del 2000% e non sarà un problema passare al 1000.

A scuola via i libri di carta, facciamo con e-book e tablet: tutti hanno uno smartphone o un tablet, ho visto bambini di 11 anni usare l’iPhone per giocare a Pacman o vedere la Dottoressa Dotty, vediamo che i pianti di fronte ai centri commerciali coi genitori costretti a comprare ‘per sfinimento’ servano, oltre che a conoscere prima Facebook del Telegiornale, anche a scuola.

Se gli insegnanti non sanno usare Excel o Dropbox problemi loro, impareranno. Oggi come oggi è come non sapere andare in bicicletta: c’è un bambino della nostra generazione al quale non è stato insegnato? Ci vogliono 10 minuti, online c’è tutto. Le pagelle si spediscono già via mail, i registri si possono tenere su supporti digitali senza problemi. Le giustificazioni? Per favore, non fatemi perdere tempo.

Le tecnologie ci sono, usiamole per migliorare gli ospedali e le ASL dove il fascicolo sanitario elettronico esiste da più di 10 anni ma nessuno lo sa, e la telemedicina è già usata ma qualcuno ha paura che poi i fornitori di sempre si incazzino.

Usiamo le possibilità che abbiamo, non nascondiamole. Se chi produce ci deve condizionare, che ci condizioni con le cose giuste. Ovviamente mi daranno totale autonomia di scelta, non sarò costretto a passare da 4 agenzie e 5 ministeri per emanare un decreto sull’agenda digitale. La chiameremo Italia Vai e ci vorrà pochissimo per realizzarla visto che gli strumenti li abbiamo già tutti.

Ok, faccio basta. Buon #pescedaprile a tutti.

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