Smart city: cinque consigli ai sindaci che la vogliono raggiungere

Scritto da:     Tags:  ,     Data di inserimento:  23 settembre, 2014  |  Nessun commento
23 settembre, 2014
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Troppo facilmente avevo fatto il “profeta di sventura”. Avevo preconizzato che la smart city sarebbe diventata una moda se non fosse cambiata rapidamente la cultura – e poi gli strumenti – attraverso i quali vengono amministrate le nostre città.

Un anno fa, di questi tempi, si parlava, spesso a sproposito, attraverso inaffidabili classifiche, di smart city. Oggi il termine è quasi scomparso dal dibattito in corso. Forse la smart city é considerata dai molti solo come un pretesto per accedere ai bandi nazionali ed europei che riguardano l’innovazione nelle aree urbane.

I nostri Sindaci, anche i trentenni eletti nelle ultime tornate elettorali primaverili, sembrano ormai prigionieri dell’ordinaria amministrazione e del patto di stabilità. E allora tutto perduto? Ci fermiamo? Attendiamo utili consigli romani?

Quelli che seguono sono alcune idee (spero utili) rivolte ai Sindaci e agli Amministratori per proseguire – a costo quasi zero – sulla strada dell’innovazione. La precondizione è che si adottino pratiche politiche ed amministrative improntate alla condivisione, alla sussidiarietà, al coinvolgimento dei cittadini.

1) In Italia stanno emergendo, fuori dai Comuni, tantissime best practice, innovative – anche nei centri medio piccoli – peccato che vengano scarsamente condivise.

Sarebbe opportuno che le pratiche di condivisione della conoscenza e delle metodologie – prima ancora che i software – venissero sperimentate in ambiti più vasti e rese note. L’AGID e le Regioni potrebbero essere un veicolo straordinario di diffusione delle buone pratiche.

2) L’alfabetizzazione digitale di tutta la popolazione é una precondizione necessaria a qualsiasi politica smart.

L’Amministrazione dovrebbe partire dalla formazione alle logiche e ai valori della condivisione di tutti i suoi dipendenti. Se una Amministrazione si distinguerà per la capacità di coinvolgere i cittadini e gli stakeholders nelle sue scelte, potrebbero essere questi soggetti a promuovere e a sostenere i piani di alfabetizzazione digitale della popolazione.

L’Amministrazione dovrebbe assumere la regia di queste attività e finalizzarla, creando una interazione costante tra le logiche di apertura e l’evoluzione della domanda da parte dei cittadini.

3) É necessaria una evoluzione delle logiche che sovrintendono ai rapporti con i fornitori di strumenti e di cultura I.T..

E’ finita l’epoca della fornitura di singoli componenti, siano essi un tradizionale “gestionale” o il celeberrimo “lampione con il wifi”. E’ necessario -chiedendo uno sforzo anche alla domanda- chiedere sempre di più “sistemi” smart. Il futuro é fatto di ecosistemi di innovazione.

4) Per attuare con efficacia queste attività, l’Amministrazione dovrebbe dotarsi di professionalità specifiche.

Recentemente ho affermato, in modo provocatorio che tali attività non andranno affidate agli informatici. Da sole queste competenze (perché tali sono) non sono in grado di guidare un processo di estrema complessità come l’innovazione nel tessuto urbano.

La gestione dell’alfabetizzazione digitale (che non é insegnare l’informatica o postare su un social network, né tantomeno convincere sulle virtù del digitale !”usando la pancia”) necessita della formazione di team multidisciplinari e di gruppi di motivati evangelist..

Promuovere la trasformazione innovativa di un centro urbano necessita di tante competenze, essa non é meno complessa della redazione di un piano urbanistico o di un piano di regolazione del commercio.

5) C’é un disperato bisogno di dare spazio e fare crescere le “giovani professionalità” togliendola dalla logica dei caravanserragli itineranti.

Ogni settimana si susseguono in tutta Italia gli hackaton e i raduni di startupper. Cominciamo a pensare che queste persone sono le potenziali professionalità delle quali c’é bisogno per innovare l’Ente e i testimonial per veicolare le pratiche innovative. Non é sufficiente incentivare l’apertura di un coworking, o parlare di stampanti 3D. É necessario incentivare la nascita di ecosistemi di innovazione. Gli ecosistemi di innovazione, successivamente, potranno essere i luoghi dai quali espandere la trasformazione, in primis culturale, del tessuto urbano.

Come vedete si tratta di operazioni non semplici, anzi abbastanza complesse, tuttavia sono assolutamente fattibili. Soprattutto, come sarà facilmente dimostrabile, saranno quasi sempre a costo zero o a budget molto contenuto.

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