Parrucchiera qualificata o precario digitale? A voi la scelta

Scritto da:     Tags:  , , , , ,     Data di inserimento:  28 agosto, 2014  |  Nessun commento
28 agosto, 2014
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Scrive Jaron Lanier Quando la musica diventa gratuita, le bollette per la connessione wireless diventano costose, follemente costose. Bisogna guardare al sistema nel suo complesso“.Come ben capite la gestione dell’espansione del digitale, per ottenerne vantaggi diffusi per le persone, rappresenta un bel guazzabuglio da risolvere. Soprattutto sarà un bel guazzabuglio per gli amici patiti del digitale. Spesso essi ne colgono solo gli aspetti positivi.

Ma il digitale non è una ideologia, tantomeno il digitale è una religione (ve lo dice uno che di professione fa l’evangelist digitale). Il digitale è uno straordinario strumento in mano agli esseri umani per migliorare la loro vita.

La complessità dell’economia digitale che si sta sviluppando in un contesto caratterizzato dalla recessione, il conseguente sovrapporsi di opportunità e di storture, non è risolvibile con lo slogan darwinista “Change or Die“.

Servono politiche adeguate. Politiche economiche e politiche sociali che si “servano” del digitale e ne accompagnino la crescita. E d’altronde, da sempre, nella storia dell’uomo, senza scomodare il digitale, l’innovazione non è stata tale se non ha generato effetti disruptive, se non ha lasciato sul campo i metaforici morti e feriti.

La differenza è che nel passato il tempo dell’innovazione era lungo, i tempi del digitale al contrario sono molto rapidi. Non c’é tempo per ricostruire quanto si distrugge, e ciò a partire dall’occupazione. E in tutti i casi, il digitale pervade ogni ambito della nostra vita.

E allora, mi direte voi, cosa ci proponi? La nostra agenda dovrebbe suddividersi in cinque capitoli. Nel merito di alcuni di questi capitoli confesso di non avere sufficienti competenze per rispondere esaustivamente. Ma, come avrete capito, questo è un intervento di contenuti ma è soprattutto un intervento di ordine metodologico. Spero che, se il metodo proposto fosse apprezzato, alcuni di questi temi sarebbero adeguatamente sviluppati nel merito.

1. Lo sviluppo dell’economia digitale potrebbe essere maggiormente apprezzato in un quadro “macro” contraddistinto da politiche indirizzate alla crescita economica e all’innovazione sociale e produttiva.

In un contesto economico maggiormente orientato allo sviluppo, l’impatto delle tecnologie digitali abbandonerebbe il suo essere marcatamente disruptive.

È assolutamente rilevante, più volte dimostrato, l’incremento del PIL che potrebbe essere generato da un massiccio investimento in tecnologie digitali o nell’infrastrutturazione Internet.

Però non sono stati indagati a sufficienza i risvolti sociali dell’economia digitale e, soprattutto chi è il soggetto che investe nel digitale? Poiché in Italia non operano, se non in modo marginale, i colossi dell’economia digitale (Google, Apple ecc.) si ritiene – tacitamente – che sia lo Stato il soggetto che mette a disposizione le risorse?

Sicuramente lo Stato ha un ruolo decisivo, soprattutto per quanto riguarda le politiche inerenti la sfera del welfare. Sicuramente lo Stato dovrà investire per ammodernarsi, ma ciò non sarà sufficiente.

L’Italia ha un apparato imprenditoriale permeato da una cultura analogica. In un mondo orientato dalla crescita economica e sociale la flessibilità richiesta dall’introduzione del digitale sarebbe vissuta in modo meno drammatico.

Il digitale diventerebbe così un elemento di agevolazione dei fattori competitivi di una economia, evidenziando il valore della produzione e della diffusione del sapere.

Il digitale pervade infatti la sfera della microeconomia e del mutamento dei meccanismi di regolazione della società. Se ci riferiamo al livello micro dobbiamo concepire la diffusione di strutture aziendali e di modelli di leadership maggiormente orientati alla collaborazione e alla condivisione.

Attorno alle virtù delle leadership aperte si è ormai prodotta abbondante letteratura.

2. L’acquisizione e la diffusione della cultura della condivisione é un fattore decisivo per un affermarsi equilibrato e positivo del mondo digitale. Le architetture aperte concepite per far condividere le informazioni stanno influenzando tutti i modelli sociali (altra cosa è l’uso dei dati e delle informazioni per arricchire i beni prodotti). La cultura della condivisione – sharing - può consentire di reperire più facilmente risorse e conoscenze. La risoluzione dei problemi non avverrà più nei garage, bensì attraverso l’uso di reti e di piattaforme di condivisione.

Chi ha letto i due libri sulla wikinomics scritti da Tapscott e Williams sa bene a cosa mi riferisco. Ho prodotto recentemente alcune riflessioni “Share to grow together” alla cui lettura vi rimando.

3. Il mondo della politica usa ormai largamente i social network. Non sempre questi strumenti sono usati con efficacia.

Usare i social network non è indice di apertura e di bidirezionalità. Il modo attraverso il quale le piattaforme web sono usate dalla Pubblica Amministrazione, dagli organi dello Stato e dalla politica (ma anche da molte imprese) è prevalentemente unidirezionale e verticale.

È l’opposto di quanto le architetture web e social consentirebbero. L’abusato “usergenerated content” si applica alla politica e alle Istituzioni? Penso proprio di no.

Lo sviluppo collaborativo del web (a partire dai mitici open data) necessita di una alfabetizzazione digitale della politica e delle Istituzioni, oltreché dell’imprenditoria, improntata alla consapevolezza delle virtù della reciprocità, della condivisione del sapere e della collaborazione.

Errando si usa ancora il termine egovernment. L’egovernment è il simbolo della “digitalizzazione dell’esistente”. Purtroppo è ancora diffusa l’idea che l’attuale struttura di potere e organizzativa della Pubblica Amministrazione possa cambiare natura “semplicemente” introducendo il digitale.

Il digitale, soprattutto le architetture aperte delle piattaforme social necessitano, per dimostrare tutta la loro efficacia, di profondi mutamenti culturali e organizzativi. Suggerisco di perseguire obiettivi di social government. L’egovernment appartiene ormai all’epoca dell’unidirezionalità.

4. Se non vogliamo restare inermi di fronte all’imperativo “Change or die” e ai suoi risultati sociali darwinisti non ci si può ridurre a esortare al cambiamento. Se ogni trasformazione indotta dal “digitale” avviene velocemente e in modo disruptive, andranno concepite strutture di welfare che consentano a tutti di partecipare al cambiamento.

La gara è più bella e il risultato migliore e diffuso se tutti abbiamo le stesse possibilità di vincere. Il digitale non è patrimonio di una setta di eletti che giudicano gli altri. Vi posso garantire che questa è l’immagine che molti guru italiani danno del digitale. In realtà molto parlano tra di loro senza essere ascoltati veramente da nessuno.

É l’architettura aperta che ci suggerisce che, più si diffonde l’uso e la cultura del digitale, più esso (il digitale) potrà dispiegare le proprie potenzialità. L’efficacia del digitale non è il frutto di una somma di innovazioni, piuttosto è il risultato di una moltiplicazione di fattori diversi e concatenati tra di loro. Per questo motivo l’istruzione digitale per tutta la vita assume un significato così importante.

Sono curioso di vedere le linee guida di riforma della scuola prodotte da Matteo Renzi. Certamente Internet andrà insegnato in tutte le scuole. Ma, cosa si insegnerà? Il contenuto dell’apprendimento e le modalità di insegnamento saranno decisive . E poi, chi insegnerà agli insegnanti?

Ricordatevi che non si è alfabetizzati digitalmente una volta per sempre. Il digitale cambia così velocemente nelle sue diverse espressioni da produrre la necessità di una formazione costante per tutta la vita.

5. Operiamo per consentire l’affermarsi di agende digitali locali che consentano ai territori urbani di competere nel mondo della globalizzazione.

Da tempo sostengo che la chiave di volta per un affermarsi del “digitale” in Italia passa per l’innovazione “digitale” dei territori. Le tanto abusate Smart Cities, sulle quali ho scritto due libri e infiniti articoli oggi vanno declinate, per diventare davvero operative, in Agende Digitali Locali.

Cosa dobbiamo intendere per Agende Digitali Locali? L’Agenda digitale deve pervadere il programma di mandato di un Sindaco. L’Agenda digitale si fonda almeno su tre filoni. Essa è finalizzata ad entrare in sintonia con l’Agenda Digitale Europea (possibilità di accedere ai vari bandi di finanziamento).

L’Agenda digitale crea le condizioni affinché un’area urbana divenga attrattiva perché innovativa, perché inclusiva, perché i suoi cittadini vivono in ottime condizioni.

Per la realizzazione dell’Agenda Digitale sarà necessaria una attività di indagine e una forte attività di condivisione con Stakeholders e city user assumendo e vivendo – senza folklore -.le culture che provengono dai mondi dei coworker, degli hacker, dei maker.

Le conseguenti iniziative che una Amministrazione dovrà programmare saranno concettualmente integrate tra di loro.

  • A) Politiche di social government (precondizioni Istituzionali)
  • B) Alfabetizzazione digitale di tutta la popolazione (fattori abilitanti)
  • C) Politiche per l’infrastrutturazione I.T. (precondizioni infrastrutturali)

Successivamente si individueranno i filoni principali nei quali sperimentare prassi e prodotti innovativi.

Come si vede non ritengo che l’innovazione digitale in una città sia il frutto di una somma di innovazioni. A monte c’é bisogno di vision e di programmi che scatenino effetti moltiplicativi.

Qui mi fermo. Devo ringraziare quella mamma e la sua figliola che, nel loro umano sentire, mi hanno costretto a riflettere mettendo così in discussione la mia autoreferenzialità digitale. Sono convinto che, abbandonando la nostra superiorità, dovremmo indagare di più la società reale e discutere assieme a loro come il digitale potrà migliorare le loro vite.

Chissà se da queste riflessioni e, magari, con il vostro contributo ne potrà emergere un ulteriore libro. Giuro che ce la metterò tutta.

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