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L’Equo compenso non s’ha da fare? Storia di una tassa smartphone iniqua

L’Equo compenso non s’ha da fare? Storia di una tassa smartphone iniqua
2 minuti di lettura

L’equo compenso non piace a nessuno tranne al Ministro Franceschini e a chi ha votato per la tassa smartphone di 4 euro a dispositivo? Parrebbe di si, anche perché la storia dell’italianità e dei produttori di tecnologia che devono pagare le tasse alla fine rischia di diventare stucchevole se poi il prodotto in questione viene aumentato per compensare la tassa stessa (come puntualmente succederà).

Attenzione però, l’equo compenso è legge dello Stato visto che Dario Franceschini ha appena firmato il decreto, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, che aggiorna le tariffe dell’equo compenso per copia privata. Giusto per aggiornamento, le nuove tariffe sono:

  1. 4 euro per gli smartphone con capacità di 16 gb (in Francia sono 8 euro e in Germania 36 euro);
  2. 4 euro i tablet, sempre con 16 gb di memoria (in Francia sono 8 euro e 40 centesimi e in Germania 15,18 euro);
  3. 0.36 euro per le memory card con 4 gb di capacità (in Francia sono 0,32 euro e in Germania 0,91);
  4. 0.20 euro per i dvd (in Francia sono 0,90 euro).

Il problema resta fondamentalmente uno: l’equo compenso rischia seriamente di danneggiare le stesse imprese italiane perché è bypassabile comprando all’estero. I consumatori, infatti, grazie ai trattati europei sulla libera circolazione delle merci possono acquistare strumenti per la memorizzazione dei dati dai siti di e-commerce delle altre nazioni del vecchio continente a costi ancor più contenuti grazie alle aliquote IVA più leggere che in Italia.

Ecco perché Elio Catania, presidente di Confindustria Digitale, ha spiegato che il Decreto Franceschini non può non essere modificato. “In attesa che il provvedimento venga modificato, lasciamo al Ministero la scelta della via migliore per congelarne l’attuazione“, ha detto, sottolineando come la nuova normativa sia vecchia ed assolutamente anacronistica. “Il 70% degli utilizzatori di smartphone e cellulari si appoggia a tecnologie diverse dalla copia privata, come lo streaming“. Che senso ha, quindi, applicare una tassa su un’operazione – la cosiddetta “copia privata” – che oggi non viene praticamente più messa in pratica?

Se si vuole sostenere la cultura, si intraprendano altre politiche“, ha dichiarato Catania che evidenzia come l’Italia, da sola, con l’applicazione del Decreto Franceschini, rischierà di generare il 23% degli introiti derivanti dall’equo compenso su base europea. Una cifra enorme, un importo assurdo che va a cozzare contro la necessità di diffondere nel Paese, invece, un ampio uso della tecnologia.

Quindi? Che si fa con questo equo compenso? Il punto, fondamentalmente, è questo. La legge sul diritto d’autore riconosce agli utenti la possibilità di fare copia privata delle opere acquistate legittimamente e a fronte di tale diritto prevede che gli autori debbano ricevere un “compenso per copia privata”, determinato con decreto del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e aggiornato ogni tre anni.

Il compenso va girato alla Siae che a sua volta assegna i proventi agli associati. L’aggiornamento del decreto appena fatto dal Ministro Dario Franceschini di fatto ha aumentato le tariffe dell’equo compenso, ma oggi il modus operandi dei consumatori è cambiato e i modelli di consumo di film e musica si sono diversificati. Come? Streaming e acquisto da piattaforme online, che già comprende la possibilità di fare un certo numero di copie dell’opera. Torniamo quindi al problema del ‘salto della quaglia recandosi su siti e-commerce esteri’. Per 4 euro, obietterà qualcuno? Si, ma soprattutto per principio.

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