Cosa deve fare il governo per l’AgID

Scritto da:     Tags:  , , , ,     Data di inserimento:  22 luglio, 2014  |  Commento
22 luglio, 2014
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L’AgID, nel suo nuovo corso, ha davanti obiettivi ambiziosi e sfidanti, impegni gravosi legati ad anni di ritardi e di mancanza di politiche per l’innovazione. Ma perché possa raggiungere i risultati attesi, è necessario un cambiamento radicale nel quadro strategico e operativo.

Mentre siamo in attesa che le nomine sul fronte AgID siano rapidamente ratificate e possano diventare operative prima delle ferie estive (e che al contempo finalmente sia approvato il bilancio), infatti, credo possa essere utile identificare i punti sui quali ci si aspetta una marcata discontinuità rispetto a quanto si è fatto finora in tema di digitale e che naturalmente coinvolge anche l’attività dell’AgID.

Altrove ho già cercato di identificare il carattere che dovrebbe avere la nuova AgID (snellezza, proattività, chiarezza, trasparenza, apertura e coinvolgimento come metodo di lavoro, esercizio del committment, capacità di gestione del cambiamento) rispetto ai quattro ruoli principali che è chiamata a interpretare (soggetto attuatore dell’agenda digitale, supporto al governo nell’evoluzione dell’agenda digitale, coordinatore informatico delle PA, interfaccia di coordinamento verso le strutture europee). Da qui discendono requisiti stringenti sul fronte organizzativo interno dell’Agenzia, di funzionamento, e di competenze.

Se davvero il governo, come ha dichiarato il presidente Renzi in più occasioni e in particolare all’evento Digital Venice, crede che lo sviluppo del Paese passi dall’innovazione digitale, di cui l’AgID è uno strumento fondamentale, allora è bene che operi rapidamente su tre fronti:

  • La strategia. L’Italia è uno dei (sempre più rari) Paesi che non ha una organica strategia sul digitale. Non ha un’Agenda Digitale, né un piano industriale sul digitale, e le politiche dell’innovazione sono frammentate in articoli di decreti. Non c’è neanche un piano strategico sull’ICT delle PA e il disegno complessivo delle iniziative attuali è difficile da cogliere in un quadro programmatico organico. Lo stesso CAD diventa sempre più un sistema troppo articolato e complesso e ormai pieno di principi e di obblighi a cui non è seguita attuazione. La strategia è compito del governo, del ministro delegato sull’innovazione, che si avvale della cabina di regia (da completare e attivare), del comitato di indirizzo dell’AgID (da completare e attivare) e della direzione stessa dell’Agenzia. Nessun obiettivo ambizioso e nessun coordinamento operativo efficace sono possibili senza questo quadro strategico (da aggiornare nel tempo);
  • Il rapporto di AgID con la PA. L’AgID svolge chiaramente un ruolo importante per la PA digitale e in generale per la riforma della PA, ma deve essere altrettanto chiaro che questo non esaurisce i suoi compiti, perché il suo ambito di intervento è l’intero Paese. Naturalmente, senza una definizione effettiva di Agenda Digitale è anche difficile la definizione delle aree di intervento, ma l’affermazione che l’AgID non si occupa solo della PA deve essere una delle certezze indiscutibili, nei discorsi e nei fatti. È altrettanto vero che coordinare lo sviluppo Ict delle PA deve essere uno degli impegni principali (e sostenuti a livello governativo), anche per applicare politiche organiche e per attuare gli interventi più drastici necessari, come quelli in tema di centralizzazione dei data center, di cloud computing, di riuso, di open data;
  • Il rapporto di AgID con il territorio. Per realizzare risultati efficaci e a breve termine su tutto il territorio nazionale, è importante che l’Agenzia (con il supporto dei Dipartimenti e degli organismi interregionali di coordinamento)
    • supporti le Regioni e le Province Autonome in un percorso che consenta loro di assumere in autonomia lo sviluppo a livello territoriale dell’Agenda Digitale nazionale (prima di tutto dotandosi di un’Agenda Digitale Regionale);
    • strutturi il raccordo centrale-regionale sia con un coordinamento stabile sia attraverso una modalità sistematica di scambio delle esperienze, definendo più livelli di coordinamento centrale-regionale (strategico, operativo, implementativo) come attualmente in corso di realizzazione nell’ambito del Programma Nazionale per la cultura, la formazione e le competenze digitali,
    • curi la predisposizione di task force territoriali di supporto per tutte le iniziative regionali, avvalendosi delle società in-house.

Il tutto rendendo evidente che è possibile il successo di ciascuno solo se si opera in modo integrato nazionale e non c’è spazio per politiche esclusivamente locali o interregionali.

Inoltre, abbiamo bisogno di fare in fretta, aumentando la capacità operativa e di attuazione. E fare in fretta significa, da parte del governo, definire e mettere subito in atto un piano di realizzazione dei decreti attuativi ancora da emanare (tanti, troppi), semplificare normativamente e operativamente, e utilizzare al meglio le risorse disponibili.

Significa agire con metodo e competenza (la cultura di project management deve pervadere la rete di attuazione) e coordinare le diverse iniziative sugli stessi fronti.  In questo senso l’autonomia delle singole Regioni e delle città metropolitane, dei comuni, deve trovare una sintesi necessaria nel coordinamento dell’attuatore dell’Agenda Digitale.

Coordinamento che deve essere anche utile supporto per le amministrazioni (dal punto di vista dell’indirizzo, della programmazione, della pianificazione e del monitoraggio) e che si misura anche con la capacità di utilizzare del tutto i fondi strutturali, a partire dagli svariati miliardi in scadenza nel 2015.

E la spinta al “fare squadra” deve essere un impegno del governo, un “committment” chiaro a livello nazionale, non un risultato da inseguire per passione e volontaristicamente.  Anche questo significa mettere l’innovazione al centro delle politiche del Paese.

Infine, l’elemento centrale di crescita, la cultura. Non solo e non tanto la cultura digitale, che è solo l’espressione più evoluta e che tiene conto dei cambiamenti che stanno accadendo nella nostra società. Il nostro è un Paese in cui il 34% di popolazione non ha mai acceduto a Internet, ma in cui questa percentuale è la media di un 57% dovuto a persone che hanno un livello basso di istruzione (al massimo secondaria inferiore – la media UE è del 42% per questa fascia di istruzione), un 17% di persone con istruzione secondaria superiore e un 6% con istruzione universitaria.

Se consideriamo che oltre il 50% della popolazione è nella fascia bassa di istruzione, e a questi associamo i dati del rapporto PIAAC dell’OCSE, ecco che l’analfabetismo funzionale digitale riguarda ben i due terzi della popolazione italiana. Con un terzo della popolazione non si fa nessuna rivoluzione digitale, non si fa innovazione del Paese. Per questo il programma nazionale per la cultura digitale è una delle iniziative strategiche del Paese, a cui sono da dedicare le risorse necessarie, l’attenzione che richiede, sapendo che il tema non è di nicchia e accessorio, ma è il tema centrale della cultura e delle competenze. Del suo futuro.

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  • Pasquale

    Pienamente d’accordo, parola per parola.


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