La memoria della rete, l’autocensura e la consapevolezza

Scritto da:     Tags:  , , ,     Data di inserimento:  17 luglio, 2014  |  Nessun commento
17 luglio, 2014
memoria della rete

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Raramente mi trovo d’accordo sulle posizioni critiche di Michele Serra rispetto alla rete. Tuttavia la sua ultima amaca del 17 Luglio (riportata da Prima Comunicazione), mi trova parzialmente d’accordo.

Nel suo pezzo, Serra, per spiegare per quale motivo continua a non utilizzare i social media, cita l’esempio di Gloria Patrizi, fidanzata del nuovo allenatore della Juventus, Allgeri. Scrive Michele Serra:

Un paio d’anni fa, da milanista, la signorina [Gloria Patrizi, NdR] twittò un paio di cosacce contro la Juve, roba di poco conto, un rigo appena, le piccole contumelie tra tifosi che dette al bar evaporano senza lasciare traccia. Ma affidate a quell’inferno senza oblio che è il web diventano eterne: tanto che oggi, con Allegri diventato a sorpresa capo dei bianconeri, la Gloria si vede rinfacciare dai curvaioli juventini quelle poche parole come segno di infamia.

Ora, questa è un fatto di poco conto, che porta tuttavia a fare qualche riflessione.

La rete è una brutta bestia perchè non dimentica, come ci ricorda sempre web archive e social mentions, e il caso di Gloria ti fa pensare alla versione 2.0 del motto caro ai telefilm americani: “Qualsiasi cosa dirà potrà essere usata contro di lei in tribunale“. E in più di un caso è così, specie quando chi userà quell’informazione potrebbe usarla per attaccare non te, ma chi ti circonda.Nello specifico la “signorina Gloria”, non è l’allenatore della Juventus. E’ la sua fidanzata. Non solo, è una persona che – come facciamo tutti noi – per qualsiasi ragione esprime una opinione. Opinione che, a distanza di tempo, viene ripescata e probabilmente utilizzata per criticare, attraverso di Lei, il suo Fidanzato.

Uno dei consigli che vengono dispensati quando si parla dell’utilizzo dei social media è quello di “essere coerenti e consistenti” sempre; di essere omogenei nei contenuti e nelle idee espresse. Consigli sacrosanti, che assumono sempre più forza proprio alla luce di casi come questi o come quelli di recruiter che indagano la tua vita attraverso le informazioni che reperiscono in rete su di te, o di partner/clienti che verificano chi sei attraverso i social.

Sono pratiche che avvengono dalla notte dei tempi. La rete le rende più semplici; ma proprio questa semplicità di accesso, espone maggiormante a possibili strumentalizzazioni: primo, perché “tutti” possono accedervi (buoni e malintenzionati); secondo, perché la propagazione è potenzialmente più virale e si sa, una volta intaccata, la reputazione è difficile da ricostruire.

Il consiglio rimane sempre valido: stare attenti a cosa si condivide e contare fino a 1.000 prima di farlo.

Ma cosa è questa se non una forma di autocensura e limitazione forzata della libertà di espressione? E’ vero che ci siamo illusi che, sotto l’egidia delle libertà e della democrazia, ci sia concesso tutto dimenticando che i rapporti sociali sono regolati da norme di reciproco rispetto e di cortesia.

Tuttavia casi futili, come quello di Gloria Patrizi, vanno ben oltre il rispetto dei rapporti sociali. Sono proprio questi casi, piuttosto che la censura perpretata dai governi, che dovrebbero destare maggiormente preoccupazione: una frase detta in un determinato periodo storico e dettata dalle condizioni di quel periodo storico (al tempo Allegri era al Milan e la Juve era un concorrente) puó essere usata per screditare la persona. Questo succede perché, proprio per sua natura, la rete svincola il contenuto dal contesto rendendo “freddo” (quindi perenne e sempre vero) un contenuto “caldo” (legato all’attualità, al momento in cui esso è prodotto).

E qui viene la parte in cui non sono d’accordo con Michele Serra, quando scrive:

Tutto ciò che di futile e di veniale abbiamo da dire (cioè tantissimo) non appena assume forma webbica lascia una indelebile scia elettronica alle nostre spalle. Abbiamo un bel fuggire, come i gatti quando i ragazzacci gli attaccano i barattoli alla coda: di quei barattoli non ci libereremo mai, ci rimangono appiccicati, le nostre parole cliccate sono come gli zombi, non possono avere sepoltura, ci inseguiranno e ci perseguiteranno fino alla morte e oltre, dando disturbo anche agli eredi. Penso alla immane Babele di minchiate che ho detto in vita, solo per pochi e fidati testimoni, e fremo di felicità al pensiero che non ne rimarrà neppure l’eco più remota

Vi è, qui, una argomentazione ingenua che parte dal presupposto che sia lo strumento ad essere il male per definizione, e non l’utilizzo che ne viene fatto. Come se, una volta entrati nel mondo social, fossimo obbligati a pubblicare tutto come se lo condividessimo con la nostra fidanzata, nostra moglie o il nostro migliore amico.

E’ una questione di consapevolezza. Dobbiamo tenere conto che o siamo disposti ad accettare le conseguenze delle nostre “conversazioni” in rete, oppure dobbiamo applicarci volenti o nolenti un’autocensura che alcuni chiamerebbero “strategia di personal branding”, ovvero condividere solo ciò che non ci può daneggiare o ciò che, viceversa, può recarci solo benificio.

Qui si apre però un altro quesito. Quanto saremo “veri” agli occhi degli altri?

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