Innovazione: la maturita’ del “change or die”. Una visione “non quantitativa” dell’Agenda Digitale

Scritto da:     Tags:  , , , ,     Data di inserimento:  15 luglio, 2014  |  Commento
15 luglio, 2014

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Proviamo a definire in modo un po’ meno entusiastico il concetto/esortazione “change or die” riferito all’innovazione. Abbandoniamo cioè la nostra aria di superiorità verso coloro che non sono entrati ancora nel “magico mondo” dell’Information and Communication Technology.

Normalmente il concetto “change or die” viene interpretato come: “o i sistemi produttivi – e sociali – sono in grado di innovarsi o, inevitabilmente, l’impatto delle nuove tecnologie avrà la meglio sulle tradizionali aree di business“.

Questa riflessione, in sé corretta, identifica, senza soluzione di continuità, il concetto di innovazione con l’Information and Communication Technology. Ne discende così, troppo spesso, una visione salvifica e purtroppo incrementale dell’uso e della diffusione -auspicabili – dell’IT.

Il nostro pensiero deve essere più complesso, maggiormente approfondito. Il “change or die” non deve essere identificato con una sorta di darwinismo tecnologico. Il tipico esempio adottato è quello della morte della Kodak a causa dell’affermarsi di piattaforme social come Instagram.

In realtà la nascita e la morte dei sistemi produttivi e/o sociali è più complessa della semplice diffusione delle tecnologie e delle piattaforme che oggi assimiliamo al mondo dell’IT. L’Information and Communication Technology pone all’attenzione di noi tutti, con grande forza, l’opportunità di efficientare un sistema, di risparmiare sui costi, di condividere in modo inedito la conoscenza.

Tuttavia l’IT ha anche la caratteristica di essere terribilmente labour saving. Anche in un’azienda che introduce massicciamente piattaforme di IT inevitabilmente una quota di forza lavoro, e non necessariamente quella più dequalificata, verrà espulsa.

Interi filoni produttivi, soprattutto quelli legati al mondo dei servizi e della Pubblica Amministrazione, saranno sottoposti ad un sensibile calo occupazionale conseguentemente all’introduzione di massicce dosi di IT.

Qualche giorno fa il quotidiano “La Repubblica“, nell’articolo “Addio cassiere, ora in banca dietro lo sportello c’è solo un tablet“, segnalava le prossime tensioni occupazionali anche in quei mondi. Perdonatemi la franchezza, sicuramente non saranno le “fabbriche di app” o gli “artigiani digitali” a colmare quei vuoti occupazionali.

Come è noto l’innovazione non è mai a “somma zero”, almeno nei suoi risvolti occupazionali. Chi scrive, da tempo, ritiene che siamo in presenza di una rivoluzione della quale siamo inconsapevoli. La rivoluzione riguarda la formazione, la distribuzione e la condivisione della conoscenza e del sapere.

La rivoluzione attiene non semplicemente la sfera dell’economia, ma l’essenza stessa dei sistemi democratici, l’organizzazione della vita delle imprese, dei sistemi universitari e di generazione del sapere.

Poiché la quantità/qualità della conoscenza e del sapere è ciò che “fa la differenza” sul valore e sull’appetibilità dei beni, la qualità dei processi cognitivi sarà sempre di più centrale per determinare il successo e la capacità competitiva di una società/impresa.

Ecco allora un ambito non generico del “change or die”. Per sopravvivere i sistemi di generazione e diffusione del sapere devono mutare. Devono essere improntati a pratiche di condivisione e di “orizzontalità”. L’esortazione che mi piace molto di più sarà allora “o condividi o muori“.

Mi spiego meglio. Chi, sia esso un’impresa o un sistema sociale, sarà in grado di valorizzare attraverso la cultura della condivisione (le culture wiki) il processo di costruzione/diffusione del sapere, quel soggetto avrà più opportunità di altri di competere e di sopravvivere.

Come si capirà bene allora l’esortazione “change or die” non va limitata alla quantità di tecnologie IT da introdurre o da diffondere (pensiamo solo alla sensoristica in un ambiente urbano), quanto piuttosto alla capacità di utilizzare i nuovi sistemi di produzione e di diffusione condivisa dei dati.

Il successo dell’esplosione di Internet of Everything (o di Internet of Thing) non sarà mai misurabile in funzione della quantità di sensori che permeeranno la nostra vita, quanto piuttosto sulla disponibilità e sulla capacità di trattare i dati e di rendere migliore, grazie all’utilizzo dei dati, la nostra vita.

Ma questa consapevolezza è ben lungi dall’essere acquisita, soprattutto dalle governance. Ecco perché il “change or die” sta generando e genererà ancora di più nuove forme di ingiustizia sociale che potrebbero tradursi in un diffuso “neo luddismo” anti IT.

Chi oggi dirige l’Agenzia Digitale italiana si troverà di fronte ad un problema. Dovrà introdurre forti componenti di IT nella macchina pubblica italiana per efficientarla e renderla più trasparente (è la loro mission) ma, inevitabilmente, creerà le condizioni per mettere in esubero almeno 1/3 degli attuali dipendenti pubblici italiani.

Inevitabilmente dobbiamo cambiare ma con un’attenzione “banale”. La diffusione dell’IT, se non accompagnata da un forte pensiero politico e sociale e da una rinnovata idea di welfare, potrebbe generare fortissime diseguaglianze sociali ed economiche rendendo così vana la rivoluzione che molti di noi da tempo auspicano.

La sfida non è quindi solo tra efficienza, assimilata all’IT, e inefficienza assimilata al mondo analogico. La distanza tra chi sa e chi non sa, tra chi è consapevole e chi non è consapevole è già oggi evidente. Attorno al colmare questo gap si giocherà il destino – non esagero – delle nostre società nei prossimi anni.

Ecco perché la nostra esortazione al “change or die” deve uscire rapidamente dalla sua entusiastica infanzia fatta di social, di startup e di maker. Il nostro entusiasmo deve trasformarsi dal “wow!!!” entusiastico a politiche industriali e sociali per Internet. È sicuramente questa la sfida più affascinante per Matteo Renzi.

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  • Bella l’idea del change or die, ma non tiene conto del fattore tempo. Se il vero cambiamento, e non il farfugliamento pseudo innovativo, fosse iniziato a tempo debito ora saremo nella fase dell’avanzato change e non ci darebbe die.
    Purtroppo siamo in grande ritardo e…. o si cambia velocemente o il die è diero la porta.
    Giuste le considerazioni su i “danni collaterali”, ma a forza di non voler far feriti ci ritroviamo sempre più morti.
    Sono considerazioni amare, ma , come diceva mia nonna, “il medico pietoso fa la piaga putrescente”….e poi non basta più amputare un dito, se ne va tutto il braccio!


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