Renzi chiama l’Europa Digitale ma noi non abbiamo un verso

Scritto da:     Tags:  , , , , ,     Data di inserimento:  3 luglio, 2014  |  Nessun commento
3 luglio, 2014
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Telemaco, i selfie astratti, Enea, la smart Europe: l’Europa Digitale chiesta da Matteo Renzi val bene una standing ovation a Bruxelles, nel giorno che inaugura il semestre europeo di presidenza italiana dell’UE e dove il Primo Ministro italiano conferma le sue indubbie qualità oratorie ma, gliene va reso atto, anche un’idea giusta che va verso il digitale come miglioramento dei servizi e della vita del cittadino.

Il problema, forse, non è il selfie dell’Europa digitale che è annoiata e depressa, come dice Renzi. Il selfie italiano come sarebbe? Macerie, concorsi, ricerche di statuti che ci sono ma non si approvano, proposte che restano li, personaggi che appaiono e riappaiono buttando li frasi ad effetto (l’ultima è di Francesco Caio: “Lo Stato si l’architetto dell’Agenda Digitale“, chissà perché ma a me viene in mente subito l’Architetto di Matrix, e non è un buon ricordo).

Cosa abbiamo, ad oggi, in Italia, per pensare di andare a Bruxelles a parlare di come dovrebbe essere l’Europa Digitale? L’Italia sa “che prima di tutto dobbiamo chiedere a noi stessi la forza di cambiare per essere credibili. L’Italia non viene in Europa per chiedere ma per dare“, ha detto Matteo Renzi. Il problema è: a livello ‘digitale’ cosa possiamo dare? Pochissimo.

Basta agenda digitale

Non vogliamo più parlare di agende digitale. Buttiamola via, cambiamole nome, pensiamo ad altro che serva alla comunità. L’agenda digitale italiana ci ricorda solo documenti finora mai pubblicati, dei 24 mesi in cui tre diversi primi ministri si sono esercitati nello sviluppo dell’Agenzia italiana per il digitale (Agid), l’ente preposto alla digitalizzazione.

La sua missione, infatti, è (anzi meglio dire: sarebbe) realizzare l’Agenda digitale europea - e quindi per l’Europa Digitale – per favorire sviluppo, competitività, occupazione e democrazia usando la leva della modernizzazione informatica.

Purtroppo, i risultati del lavoro di Agid sono stati definiti fallimentari da un recente rapporto parlamentare. Un esito che non pare dovuto alla mancanza di risorse: l’Agenzia oggi ha a disposizione 350 milioni di euro, ma 40 delle 130 posizioni previste nel suo organico sono ancora vacanti. Non ha mai avuto, invece, un comitato di indirizzo strategico e delle linee programmatiche.

A due anni dalla nascita dell’Agid il fallimento è pressoché totale: i ministri tecnici di Monti non hanno prodotto nulla, Renzi e Madia potrebbero seguire le orme di Letta – che qualcosa, sul tema, almeno ha prodotto assieme a Caio (i tre must: fatturazione elettronica, anagrafe unica e identità digitale dove saremo pionieri).

Il direttore Agid e lo specchietto per le allodole

Cambiare il direttore generale (Ragosa) con un altro proveniente da un concorso ancora pendente (nell’ultimo CDM non c’è stata la nomina, si va avanti con una lista 156 candidati che si sono offerti di ricoprire l’incarico, lo scorso 13 giugno è finito il tempo delle iscrizioni e siamo in piena valutazione) non sarà sufficiente. Le poltrone non contano, contano le azioni.

Servono subito strategie e modalità operative per uscire dalla palude digitale nella quale ci siano andati a impantanare. Serve un manager onesto, capace, competente, e al di sopra di ogni sospetto, poi deve essere nominato il nuovo Comitato di indirizzo e si deve predisporre la Convenzione tra Agenzia e Presidenza del Consiglio (sarebbe dovuta arrivare 90 giorni dopo lo Statuto),

Vorremmo vedere in Parlamento la relazione sull’agenda digitale italiana e sui propositi per l’Europa Digitale da parte dell’Italia. Vorremmo sentire da Madia e Renzi come intendono usare i soldi che l’Agid ha sul proprio conto e che dovrebbero essere superiori ai 350 milioni di euro. Cosi’, ora come ora, ancora non abbiamo un verso. E in Europa, dopo averci fatto gli applausi, lo sanno benissimo.

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