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Tassa sugli smartphone, polemiche e ricorsi. Che succedera’?

Tassa sugli smartphone, polemiche e ricorsi. Che succedera’?
4 minuti di lettura

Il testo del provvedimento della tassa sugli smartphone e altre apparecchiature di archiviazione dati, conosciuta anche come equo compenso fortemente voluta dal Ministro Franceschini, ancora non è disponibile ma già partono i ricorsi da parte di chi considera questa tassa iniqua, ingiusta e assolutamente contraria al libero mercato. Trattasi di Altroconsumo e Confindustria Digitale: la prima ha già ufficialmente presentato ricorso al TAR del Lazio, la seconda minaccia di farlo a brevissimo.

Tassa sugli smartphone: le nuove tariffe

Le nuove tariffe della tassa sugli smartphone sono: 4 euro per gli smartphone con capacità di 16 gb (in Francia sono 8 euro e in Germania 36 euro); 4 euro per i tablet, sempre con 16 gb di memoria (in Francia sono 8 euro e 40 centesimi e in Germania 15.18 euro); 0.36 euro per le memory card con 4 gb di capacità (in Francia sono 0.32 euro e in Germania 0.91); 0.20 europer i dvd (in Francia sono 0.90 euro).
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Altroconsumo: tassa sugli smartphone ingiusta e anacronistica

Secondo Pietro Vitelli, Responsabile Altroconsumo Regione Calabria, “ai precedenti 80 milioni di euro all’anno, previsti dal decreto Bondi, si aggiungono 100 milioni di euro, prelevati dalle tasche dei consumatori grazie al sovrapprezzo nell’acquistare smartphone, tablet, chiavette usb”.

E ancora: “Gli aumenti non sono giustificati né dai dati di utilizzo di dispositivi mobili in Italia, scenario in evoluzione  stabile, né da un semplice e forzato confronto con quanto accade in Francia e Germania: la misura è   anacronistica, già minoritaria in Europa – in Spagna è stata abolita di recente – dove sta scomparendo di pari passo con l’evoluzione dei modelli di business e di condivisione dei contenuti online. 

Secondo Altroconsumo gli aumenti sono illogici e la tassa sugli smartphone è iniqua; sul sito ufficiale si chiede l’immediata abolizione tramite una petizione che ha già raggiunto i 20.000 sottoscrittori. La stessa petizione è presente sulla piattaforma change.org,  dove hanno aderito in 60.000.

Chi acquista legalmente musica e film da piattaforme online paga già i diritti d’autore per fruire dei  contenuti e fare copie su altri supporti: è ingiusto che si paghi una tassa anche su questi dispositivi,  trovandosi così a contribuire due volte.  La misura è minoritaria in Europa; l’Italia si sta spingendo nella direzione sbagliata, in controtendenza:  la Spagna ha abolito l’equo compenso, per evitare di penalizzare la propria economia digitale e cercare  di guardare al futuro. Un tema che si pensava caro al Governo Renzi, anche in vista del semestre  italiano di presidenza europea: da mesi sulla riforma della Direttiva sul Copyright si è aperta una  discussione a livello internazionale sulla revisione dell’equo compenso per copia privata, considerato da  più parti un meccanismo rozzo ed obsoleto. Al contrario, il decreto è a sfavore della modernizzazione e  dell’innovazione del Paese e ha aumentato le tariffe nonostante tutti gli indicatori deponessero a favore  di una riduzione.  Il ministero per i Beni culturali aveva commissionato un’indagine ad hoc sulle abitudini dei consumatori  per verificare se davvero le copie private di opere musicali e cinematografiche fossero cresciute negli  ultimi tre anni tanto da legittimare un aumento verticale dell’equo compenso, come pretendeva la Siae,  beneficiaria della tassa. I risultati di tale indagine, per lungo tempo non resi pubblici dal nuovo ministro  Franceschini, erano chiare: solo il 13% dei consumatori infatti fa effettivamente copie private e di questi  solo un terzo usa smartphone e tablet.  Se aggiornamento dell’equo compenso doveva esserci, avrebbe dovuto essere al ribasso, con una riduzione delle tariffe“.

Confindustria Digitale: aumenti spropositati

Siamo pronti a fare ricorso. L’aumento del compenso per copia privata annunciato dal ministro Franceschini è ingiustificato e non tiene conto dell’evoluzione delle tecnologie e delle mutate abitudini di utilizzo da parte dei consumatori“, ha dichiarato Elio Catania, presidente di Confindustria Digitale.

Sempre secondo Confindustria Digitale, l’aumento del gettito della SIAE – di ben due volte e mezza rispetto allo scorso anno -, da 63 milioni di euro ai 157 stimati sarebbe inaccettabile dal momento che i balzelli, divenuti – col Decreto Franceschini – più onerosi rispetto al passato, graverebbero unicamente sui consumatori.

La replica della SIAE

Non si è fatta attendere la risposta stizzita della Siae attraverso il direttore generale Gaetano Blandini. “Catania continua a sostenere che la copia privata sia ingiustificata e soprattutto che rappresenti interessi unilaterali: o Catania non sa bene come funziona l’economia, oppure è in malafede e vuole vendere l’Italia alle grandi multinazionali tecnologiche che pagano le tasse in altri Paesi e che non contribuiscono allo sviluppo del nostro. Sostenere la creatività italiana, invece, significa tutelare un settore produttivo dell’Italia che traina tutta l’economia nazionale, e che fornisce contenuti per le nuove tecnologie, senza i quali le multinazionali, che Catania difende, non guadagnerebbero un euro“.

 

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