Google, Schmidt e l’Italia: cui prodest?

Scritto da:     Tags:  , ,     Data di inserimento:  13 giugno, 2014  |  Nessun commento
13 giugno, 2014
Google-CEO-Eric-Schmidt

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Parla Google (ma avrebbe potuto essere Apple, Amazon ecc.), esprime legittime considerazioni sull’evidente arretratezza digitale del nostro Paese e subito si apre una discussione che oscilla tra la subalternità e l’indignazione. C’é chi si indigna “Google ci fa la predica, come si permettono?” e chi si limita a magnificare Google che può dire di tutto sull’innovazione.

Personalmente mi colpisce questa frase pronunciata da Schmidt:

“Io credo – ha aggiunto il manager che l’Italia possa fare di più per creare posti di lavoro per i giovani. E la strada giusta è quella della scommessa sulla digitalizzazione. Voi avete un asset – ha concluso – che è il patrimonio storico-artistico ma non avete la tecnologia, manca la cultura del web e la consapevolezza che questo settore può far crescere l’economia”

Come dargli torto. Tuttavia non soffermiamoci ad una lettura superficiale delle affermazioni di Schmidt. Google sta digitalizzando una parte del patrimonio culturale italiano e sta mettendo sul web anche alcuni dei nostri MuseiD’altronde se non lo facesse Google che ha le risorse e le competenze chi volete che lo faccia? i nostri burocrati del Ministero dei Beni Culturali?

Ciò che mi inquieta, non in senso orwelliano – lì ci pensa Carlo de Benedetti-  è che il nostro Paese non ha una politica industriale su Internet e sulla digitalizzazione in generale. Un Paese con una politica industriale che si incentri sull’estensione dell’economia digitale tratta con Google (con Apple, con Amazon, con Huawei) la cessione di pregiati contenuti digitali. Oggi siamo invece culturalmente subalterni, regaliamo a Google i nostri “beni di famiglia”.

Coloro che pensano al protezionismo digitale non tengono in conto che l’Italia non ha dimensioni industriali adeguate, né ha risorse economiche (liquidità) per investire, creare occupazione qualitativamente pregiata, cambiare il tessuto industriale, anche quello più tradizionale.

Forse è il momento che Matteo Renzi pensi ad un serio negoziato, non protezionista, né punitivo (alla Google tax per intenderci) con i grandi del mondo dell’I.T. Ci stiamo giocando il futuro del Paese.

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Tratto da michelecamp.it

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