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Perche’ la Flipped Classroom e’ una pratica didattica debole?

Perche’ la Flipped Classroom e’ una pratica didattica debole?
7 minuti di lettura

Il lungo post in poche righe: “La Flipped Classroom è una pratica didattica utile, ma se la vogliamo assumere come sistema di concetti ed operatività per didattiche efficaci mi pare debole. In letteratura esistono da tempo numerosi concetti utili per ideare e realizzare azioni didattiche ricche che promuovono apprendimento significativo. Ad esempio quelli che si aggregano attorno al costrutto di “ambiente di apprendimento”.

Seguo sempre con molta curiosità ogni innovazione che riguarda la scuola, l’insegnamento, l’apprendimento. Pur essendo una persona molto curiosa ed attenta ai segnali deboli, è difficile che mi innamori a prima vista soprattutto di ciò che viene proposto con l’etichetta di innovazione.

Troppo spesso tante sedicenti innovazioni tali non si sono rivelate già nel breve periodo. Ad esempio i Learning Object, la lim, gli e-book, i tablet …Più che di innovazione, si è trattato di mode. Inconsistenti, deboli. Per debole comprensione ed eccessiva semplificazione della questione che si proponevano di affrontare.

Una di queste “innovazioni” è la Flipped Classroom, la classe rovesciata (oggetto di una mia prima e provvisoria riflessione, febbraio 2013).

Cosa è la Flipped Classroom, almeno nella mia comprensione? Capovolgere la classe implica che i contenuti oggetto dell’insegnamento vengano studiati a casa prima della lezione e che in classe si utilizzi il tempo non più occupato dalla spiegazione, alla discussione di quei contenuti, ad un lavoro con gli stessi.

Sul piano operativo, l’insegnante prepara i materiali didattici su cui studiare a casa (pare si usi parecchio il formato video) ed in classe anima la discussione e svolge altre attività di apprendimento. La ragione per cui si fa Flipped Classroom è perché la tradizionale didattica trasmissiva non è efficace, ovvero per migliorare gli apprendimenti.

A detta di tanti insegnanti, questo metodo funziona: dove non si arrivava con la classica lezione frontale, si arriva con la lezione “rovesciata”: studenti motivati, impegnati, coinvolti, voti in crescita.

Incuriosito da tanto interesse, libri, portali, racconti … mi sono domandato cosa sia, in essenza didattica, questa flipped, quali i meccanismi, le leve dell’apprendimento, la sua portata.

Prima di proseguire voglio fare una precisazione: ritengo sensato che ogni insegnante utilizzi a scuola tutti gli strumenti e le tecniche didattiche che gli/le sembrano utili. Se una cosa è ritenuta utile, cioè se passa attraverso una riflessione personale sul suo significato per sé stesso, di sicuro quell’utilizzo sarà integrato nelle sue pratiche in modo consapevole, stabile e funzionale.

Diverso è l’utilizzo non consapevole, non riflettuto. Un utilizzo all’impronta del … perché così fan tutti, … perché è una moda, … perché non si resiste al fascino dell’innovazione…

Le mie riflessioni che seguono non sono delle “critiche” a chi usa la Flipped Classroom (lo dico perché in discussioni online sono stato qualche volta accusato di questo) ma, se di “critica” si vuol parlare, è a chi promuove l’uso della FC come l’innovazione del secolo, la killer application della didattica, la panacea di tutti i mali della scuola (ecco, allora, la FC per i dsa, i bes, l’inclusione, per la primaria, la secondaria, per la storia, la matematica, l’italiano….FC for ever) .

Questi colleghi parlano di Flipped Classroom come di una innovazione, di un cambiamento epocale nel modo di fare scuola. A questi vorrei ricordare che i (pochi) principi e le tecniche che la FC fa propri sono datati ed in uso da tempo, magari in contesti didattici più ricchi in quanto a concetti e pratiche.

Queste mie riflessioni si collocano, quindi, sul piano delle argomentazioni e delle speculazioni pedagogiche e didattiche, quelle che frequentemente si fanno tra addetti al lavori.

A quel che leggo e volendo ricondurre questa pratica didattica a concettualizzazioni ampiamente accettate, si può dire che siamo di fronte ad un mix di didattica trasmissiva (lo studio dei contenuti preparati dagli insegnanti. In questo caso chi insegna non è più un insegnante biologico ma uno digitale; ad insegnare è un video o cose simili) e di didattica costruttivista (la discussione, l’interazione insegnante-studente e studente-studente). Con l’enfasi sull’anticipazione dei contenuti oggetto di una lezione: lo studente li studia prima della lezione a scuola.

Niente di nuovo, se non una etichetta ed una formuletta per rendere comunicabile e comprensibile una pratica in uso da sempre. Con, forse, un’importante novità: un intenzionale attenzione all’interazione con lo studente, un aumento di quello che potremo chiamare il “servizio didattico” che l’insegnante mette a disposizione degli studenti. Che non è poco.

Formuletta ed etichetta che, a quanto pare, hanno, però, smosso e cambiato tante ammuffite pratiche didattiche dando vita ad importanti cambiamenti.

Riconosco che Il pregio della Flipped Classroom è di riuscire a comunicare in modo semplice e ad un grande pubblico, spesso refrattario a concettualizzazioni complesse, un’idea importante che è quella che in classe non ci si può focalizzare sulla trasmissione di contenuti.

Detto questo, per una buona didattica serve avere un orizzonte più ampio della enunciazione di questa evidenza.

Benvenuta, quindi, flipped classroom! Ma…

Acclarato che la FC si propone, nelle intenzioni dei suoi creatori, di superare la didattica trasmissiva, va anche detto che sviluppa in modo limitato i presupposti di una didattica alternativa, non trasmissiva, diciamo “costruttivista”.

Ovvero, al di là che la FC sia innovazione o meno (poco importa, anche “innovazione” è un concetto inflazionato e dice tutto e niente), la pratica, così come concettualizzata e resa operativa, è davvero capace di migliorare gli apprendimenti degli studenti? Ovvero, questo approccio è quanto di meglio si possa fare per una didattica alternativa ed efficace?

La mia idea è che no. La mia idea è che si tratti di una pratica sensata ma debole. Debole nei concetti sottostanti, debole nell’impatto didattico. Di corto orizzonte.

Debole non vuol dire inutile, debole vuol dire che potrebbe essere molto di più, che per migliorare gli apprendimenti si dovrebbe osare di più. Si dovrebbe pensare a pratiche che abbiano un fondamento concettuale che vada oltre il semplice “anticipare” i contenuti per lasciare più tempo in classe per “lavorare” con quei contenuti.

Allora, a cosa ancorare (concettualmente ed operativamente) una didattica “diversa” e più ricca? Senza grandi sforzi di creatività, io vedo almeno due idee forti, datate, consolidate, di grande efficacia:

Un primo concetto, vero e proprio attrattore di tanti altri concetti e di pratiche didattiche, è quello di “learner-centred”, didattica centrata sulla persona che impara. Un secondo è quello di “ambiente di apprendimento”.

Rendere operativi questi concetti implica misurarsi con, almeno, le seguenti questioni:

  • come decentrare l’apprendimento dai contenuti e dall’insegnante verso il soggetto che apprende (quali sono le condizioni perché si abbia un’autentica focalizzazione su chi apprende);
  • come organizzare i contenuti (che non vuol, dire passare da una esposizione in formato testuale – libro di testo, dispensa analogica o digitale – ad uno multimediale)
  • quali sono le attività di apprendimento che impegnano cognitivamente gli studenti per una comprensione dei contenuti e lo sviluppo di abilità di pensiero;
  • quale è il supporto da dare agli studenti perché il loro sforzo di apprendimento risulti efficiente ed efficace;
  • come strutturare nel suo insieme il contesto didattico perché si verifichi apprendimento significativo;
  • come valutare in modo autentico gli apprendimenti.

Operativamente, alcune implicazioni sono:

  • Mettere a disposizione dello studente una pluralità di risorse didattiche e di metodi di lavoro tra cui scegliere quelli maggiormente significativi per lui;
  • Mettete a disposizione, per quanto riguarda i “contenuti” di dominio, risorse che rappresentino una pluralità di punti di vista;
  • Offrire opportunità per un impegno cognitivo significativo, attivando costruzione, anche collaborativa, di artefatti cognitivi, soluzione di problemi, discussioni argomentative, riflessione sistematica (anche con l’utilizzo di learning/reflective journal);
  • Valutare “prestazioni” la cui esecuzione rappresenti la comprensione e l’applicazione di conoscenze ed abilità assunti ad obiettivi dell’azione educativa.

Per chi ha un po’ di dimestichezza con la pedagogia e la didattica contemporanea non fatica a riconoscere concetti e pratiche più che consolidati. Nulla di nuovo, insomma. Perché, allora, richiamare tutto questo?

Solo per ribadire che:

  • l’apprendimento è un processo complesso;
  • gli approcci didattici non possono, di conseguenza, essere semplici;
  • disponiamo da tempo di teorie e modelli che ci possono aiutare a creare ambienti di apprendimento efficienti ed efficaci;
  • non basta “rovesciare” il luogo ed il momento della distribuzione dei contenuti (la “spiegazione”) per migliorare gli apprendimenti

I processi di cambiamento (se ne quando questo è ritenuto necessario) sono lunghi e procedono a piccoli passi. L’attenzione alla flipped è certamente indicativo del fatto che tanti insegnanti stanno mettendo in discussione le proprie didattiche ed iniziano (forse) a cambiarle, ma per una didattica efficace è indispensabile creare un ambiente di apprendimento ricco.

Ripartirei, quindi, dal concetto di “ambiente di apprendimento” e ne esplorerei tutti i significati e opportunità per l’apprendimento.

Foto del profilo di Gianni Marconato
Giovanni Marconato. Psicologo e formatore. Il suo interesse è per i meccanismi che attivano, sostengono e migliorano i processi di apprendimento. Attento ai “segnali deboli” che emergono dalla ricerca e dalla pratica internazionale, si è focalizzato su tematiche quali la didattica attiva, l’apprendimento significativo, gli ambienti di apprendimento. Da più di 20 anni si occupa anche di formazione a distanza ed approda “naturalmente” all’uso didattico delle tecnologie per le quali ricerca modalità operative (a distanza ed in presenza) che contribuiscono al miglioramento dei processi di apprendimento. Opera come libero professionista e svolge insegnamenti e laboratori presso le università di Padova e Verona. I suoi riferimenti concettuali ed operativi sono di matrice cognitivista e costruttivista. E’ presente ed attivo in numerosi ambienti on-line , condivide le sue esperienze e riflessioni attraverso il blog “Apprendere (con e senza le tecnologie)” in www.giannimarconato.it ed è’ animatore del network di pratica “La scuola che funziona” in www.lascuolachefunziona.it

1 Comment

  1. Velocemente,
    prima di andare a scuola, ho letto fortunatamente il suo articolo. Sono
    disorientata dalla “movida” didattica e pedagogica dell’ultimo decennio. Ho trentadue anni di servizio, ma mai in passato mi era successo di dover “assorbire” tante novità in così poco tempo: un bombardamento continuo di novità che spesso mi riportano alla memoria letture e proposte fatte in passato da grandi della
    pedagogia che sapevano con pubblicazioni, dibattiti, conferenze e ….. motivare e ribadire l’importanza di ciò che proponevano. Voglio dire, sembra che la pedagogia sia astorica: si nega il passato per riproporla “MASCHERATA”
    in modo semplicistico e modaiolo…..con schemi ingannevoli che ad analizzarli
    bene poco hanno a che fare con argomentazioni serie e costruttive. Basta con gli esperti che si presentano più esperti dei veri esperti: docenti, genitori, allenatori, cuochi ecc… Io ho bisogno della ricerca, dell’analisi, della sperimentazione… io ho bisogno dello studioso- ricercatore che dedica la sua attività allo studio…. Non
    posso pensare che tutti sono ideatori di metodologie e di percorsi didattici!!!!
    Non mi fido della spontaneità degli “più esperti dei veri esperti” perché mi basta la mia intuitività che mi ha permesso di costruirmi strategie e soluzioni didattiche utili sicuramente, ma mai presuntuose di risolvere miracolosamente l’”APPRENDIMENTO”…

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