Abolizione delle Province: siamo davvero giunti alla parola fine?

Scritto da:     Tags:  , , ,     Data di inserimento:  16 maggio, 2014  |  Nessun commento
16 maggio, 2014
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Quattro giorni dopo l’approvazione definitiva da parte della Camera dei Deputati del testo del disegno di legge Delrio (A.C. 1542-B, sostitutivo del disegno di legge A.S. 1212), il Presidente della Repubblica ha promulgato la legge n. 56 del 2014. Sicchè, dall’8 aprile 2014 vigono le nuove “Disposizioni sulle Città metropolitane, sulle Province, sulle Unioni e fusioni di Comuni”  che ridefiniscono – a partire dal 2015 – il sistema delle Province. Facciamo il punto della situazione.

Il provvedimento prevede innanzitutto l’istituzione di 10 Città metropolitane, il cui territorio coincide con quello delle Province omonime alle quali subentreranno, riducendo quindi il numero delle Province a 97 (dalle attuali 107).

Ma le modifiche toccano anche l’ambito dei poteri: alle Province vengono assegnate, ad esempio, la gestione dell’edilizia scolastica e la pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale; mentre alla Città metropolitana sono attribuite le funzioni fondamentali delle Province, oltre ad alcune funzioni proprie, come ad esempio la pianificazione territoriale generale, la mobilità e la viabilità, la promozione e il coordinamento dello sviluppo economico e sociale.

In particolare, tra le scelte più discusse di questa riforma, c’è la trasformazione – pur a fronte dei dubbi di legittimità costituzionale da più parti sollevati – delle Province in enti di secondo livello, ossia con una composizione degli organi non più eletti direttamente dai cittadini ma eletti e costituiti esclusivamente da Sindaci, i quali dovrebbero occuparsi (a titolo gratuito!) anche delle funzioni provinciali.

È evidente che non si tratta ancora dell’abolizione delle Province, per la quale occorrerà attendere una riforma costituzionale, ma l’ipotesi della soppressione dovrebbe essere tutt’altro che peregrina, visto che l’art. 1, commi 5 e 51, della legge 56 denuncia apertamente il carattere transitorio delle disposizioni in essa contenute, che quindi disciplineranno le Province “in attesa” della riforma del Titolo V della parte seconda della Costituzione.

In altri termini, la legge – nella parte relativa alle Province, o meglio alla loro “mutazione strutturale” – nasce e si sviluppa sotto il segno di una dimensione che potremmo definire di provvisorietà, in quanto appunto l’intento è quello di dettare una disciplina legislativa in attesa dell’approvazione del disegno di legge costituzionale A.C. 1543, presentato il 20 agosto 2013 dal Governo Letta, in cui si dispone la soppressione del termine “Province” in tutti gli articoli della Carta Costituzionale in cui compare, poiché – si precisa – queste “non sarebbero più un ente territoriale costituzionalmente necessario.

Ed, infine, di abolizione delle Province si parla anche nel disegno di legge costituzionale A.S. n. 1429, presentato dal Governo Renzi, che – nel segnare per così dire una svolta della strategia governativa in relazione al tema dell’abolizione delle Province – diversamente dal progetto A.C. n. 1543 collega il problema Province a quello del superamento del bicameralismo paritario e alla riforma dell’intero Titolo V della Costituzione.

Ciò detto, vediamo come si è giunti all’approvazione della legge 56. L’iniziativa del Governo Letta, abbinata al citato DDL costituzionale A.C. 1543, è stata paradossalmente formalizzata all’indomani della pronuncia della Corte costituzionale n. 220/2013, che aveva sancito la illegittimità di quelle norme dei decreti “Salva Italia” e “Spending review” che incidevano in vario modo sulla fisionomia istituzionale delle province.

Si è così rinunciato ad affrontare il nodo vero della semplificazione istituzionale e dei risparmi di risorse che potrebbero derivare, in modo certo non trascurabile, da un coerente e ordinato riassetto delle funzioni amministrative, distinguendo quelle di prossimità da quelle di area vasta (con la variante delle funzioni metropolitane), in sintonia con i principi dell’art. 118 Cost., con un contestuale – drastico – ridimensionamento (o soppressione) dei molteplici enti strumentali operanti a livello subregionale e locale (prospettiva questa indicata anche dalla giurisprudenza costituzionale: vedi sent. n. 236/2013).

Si è, nel contempo, prefigurata – in contraddizione con l’esigenza di unificare in capo ad un unico ente intermedio di governo territoriale le molteplici (e crescenti) funzioni di area vasta per riordinare in modo coordinato le reti ed i servizi in settori essenziali (vedi acqua, rifiuti, energia, ambiente, lavoro, formazione, edilizia scolastica, viabilità, trasporti locali etc.) – una prospettiva di spostamento e riallocazione delle funzioni attualmente attribuite alle province in capo ai comuni o alle regioni: ipotesi ambedue improponibili, la prima per ragioni di inadeguatezza gestionale, la seconda perché in chiaro contrasto con il principio di sussidiarietà e del più ampio decentramento delle funzioni amministrative, in base al quale si dovrebbero piuttosto riallocare agli enti locali le funzioni amministrative delle regioni, invece che elevarle di livello, accentuando la fisionomia amministrativa delle regioni, che finirebbero per essere (per così dire) provincializzate.

Nel complesso, nonostante la proposta governativa originaria sia stata poi emendata positivamente in qualche aspetto nell’iter alla Camera dei deputati, permane da parte degli esperti un giudizio fortemente critico nei confronti di questa sorta di riforma ponte sul sistema locale, anche perché  - si è detto – si tratta sostanzialmente di una legge tampone, che si aggiunge ai molteplici interventi erratici, occasionali e approssimativi, della XVI legislatura in materia di enti locali (per lo più frutto della “legislazione della crisi”), e che  si allontana di molto da quell’approccio sistemico che sarebbe necessario per realizzare finalmente, in modo organico, il disegno di semplificazione amministrativa e di valorizzazione delle autonomie locali prefigurato dalla riforma costituzionale del 2001, tuttora disattesa e inattuata, anzi per molti versi contraddetta dal legislatore ordinario.

Riferimenti bibliografici

Omar Chessa, La forma di governo provinciale nel DDL n. 1542: profili di incostituzionalità e possibile rimedi, in Federalismi.it – Rivista di diritto pubblico italiano, comunitario e comparato, 11 dicembre 2013.

Gian Candido De Martin, Il disegno autonomistico disatteso tra contraddizioni e nuovi scenari problematici,  in Amministrazione in cammino – Rivista elettronica di diritto pubblico, di diritto dell’economia e di scienza dell’amministrazione a cura del Centro di ricerca sulle amministrazioni pubbliche “Vittorio Bachelet” della LUISS-Guido Carli. Il saggio riprende e sviluppa l’intervento svolto all’incontro San Martino su “Un nuovo assetto costituzionale per le autonomie?” (Bologna, 8 novembre 2013).

Gian Candido De Martin, Le autonomie locali: problemi e prospettive,  in Amministrazione in cammino – Rivista elettronica di diritto pubblico, di diritto dell’economia e di scienza dell’amministrazione a cura del Centro di ricerca sulle amministrazioni pubbliche “Vittorio Bachelet” della LUISS-Guido Carli.

Anna Pirozzoli, La riforma delle Province: un’altalena normativa, in Associazione Italiana dei Costituzionalisti – Osservatorio Costituzionale, aprile 2014.

Annamaria Poggi, Sul  disallineamento tra il DDL Delrio ed il disegno costituzionale attuale, Intervento al seminario di federalismi del 13 dicembre 2013 dal titolo “Il DDL Delrio e il governo dell’area vasta”, in Federalismi.it – Rivista di diritto pubblico italiano, comunitario e comparato, n. 1/2014.

Daniele Trabucco, Le Province nel disegno di legge A.C. n. 1542-B, in Federalismi.it – Rivista di diritto pubblico italiano, comunitario e comparato, 2 aprile 2014.

Altri siti web hanno fornito informazioni in modo meno rilevante.

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