I ragionevoli dubbi sul registro delle imprese

Scritto da:     Tags:  , , ,     Data di inserimento:  15 maggio, 2014  |  2 Commenti
15 maggio, 2014
USA063 - Andrea Raimondi

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Parliamo di Infocamere. Si perchè a guardare l’opendata census Italia il registro delle imprese sembra essere l’informazione meno accessibile del paese. Un problema strutturale, a giudicare la differenza delle altre entries.

Se il census può servire ad una cosa, quella è capire quali sono i nodi del patrimonio informativo pubblico, e scioglierli, distribuendo l’informazione ai cittadini.

Realtà unica in Italia, il Comune di Albano Laziale, vicino Roma, che per primo rende disponibile in CCBY il dataset delle imprese sul territorio. Albano è apripista in buona compagnia, insieme a Trento per il catasto, o Roma per i dati di trasporto real-time.

Sciogliere un nodo non è semplice, e richiede di scontrarsi con il problema più e più volte. Ma è possibile. Esempio sono tutte quelle grandi PA che hanno lavorato con costanza per dare il completo accesso pubblico alle proprie informazioni.

Ma vale la pena ricordare che gli #opendata sono sempre progetti portati avanti all’interno del sistema amministrativo. Vanno quindi aiutati ad aumentare la loro efficacia. Soprattutto in termini di accessibilità. Esempio recente il progetto di Luigi Maselli che, per primo, ha reso disponibile uno strumento per capire meglio le spese dell’INPS. Uno strumento molto utile, soprattutto se sei un giornalista.

Ma se sono un giornalista, potrei voler verificare anche dove e quali sono queste imprese che vincono appalti profumati. Purtroppo però non ho libero accesso al registro delle imprese. A meno che non sia di Albano Laziale.

Qualche mese fa abbiamo chiesto a Antonio Tonini di Infocamere qualche spiegazione. Potete trovare la discussione su InnovatoriPA. L’argomento di Tonini è il seguente:

  1. Infocamere lavora gratis per la PA (facendo un sacco di cose)
  2. I dati ci sono, ma si devono pagare ed è necessario iscriversi.
  3. Ci conformiamo alla normative Re-USE PSI e Agid – linee guida 2013 (ora aggiornate).
  4. Facciamo comunque fare soldi, come volete voi che l’opendata faccia.
  5. Non dateci dei “potentati economici, al limite e a volte ben oltre la legalità” , siamo un ente consortile posseduta da una PA.
  6. E’ chiaro da (5) che infocamere si deve comportare come una PA, e quindi essere soggetta almeno al CAD. Tuttavia nessun portale opendata è presente. E il CAD ancora non prevede oneri a carico, come da art.58. Allora il (3) e (2) non sono corretti. Quindi come mai non abbiamo i dati delle attività commerciali? Due possono essere sono le ipotesi: o non funziona l’applicazione delle norme e la comunicazione tra la PA e Infocamere o ci sono interessi che interferiscono.

Ma non possiamo verificare, non abbiamo i dati delle imprese! Qui un civic hacker e una civil servant possono dare una mano al nostro giornalista. Ad esempio, Tonini sostiene che infocamere lavora gratis per la PA. Ovviamente, è posseduta dalla PA. Ma come funziona?

Le imprese hanno l’obbligo di pagamento del diritto annuale camerale, il tributo dovuto ad ogni singola Camera di commercio da ogni impresa, iscritta o annotata nel Registro delle imprese, e da ogni soggetto iscritto nel (REA) Repertorio delle notizie Economiche e Amministrative. A cosa servono questi soldi?

  • coprire l’abbisogno necessario per l’espletamento dei servizi che il sistema delle Camere di Commercio è tenuto a fornire sull’intero territorio nazionale, nonché a quelle attribuite dallo Stato e dalle regioni;
  • valutare la detrazione del fabbisogno, indicato in precedenza, di una quota calcolata in relazione ad un obiettivo annuale di efficienza del sistema delle camere di commercio nell’espletamento delle funzioni amministrative, sentita l’Unioncamere;
  • garantire la copertura del fabbisogno mediante diritti annuali fissi per le imprese iscritte o annotate nelle sezioni speciali del registro delle imprese, e mediante applicazione di diritti commisurati al fatturato dell’esercizio precedente, per gli altri soggetti.

Il comma 4 di conseguenza stabilisce che le imprese devono versare ciò che serve a Infocamere per garantire la continuità dei servizi per la quale è istituita. Quindi Infocamere non genera soldi. D’altronde nessuna amministrazione dovrebbe  generare profitto per stessa.

Tuttavia le aziende sono obbligate anche al pagamento, come specifica anche Tonini, dei diritti di segreteria, istituito il 17 luglio 2012. La curiosità è che questi diritti di segreteria non vanno a coprire il fabbisogno delle attività di infocamere; a quello ci pensano i diritti annuali camerali. Sono compensi messi a bilancio dalla società consortile.

L’altra curiosa correlazione è una decrescita del fatturato (verificabile dal bilancio 2012 pubblicato in PDF) derivato dalle banche dati da 58.251 del 2011 a 53.265 nel 2012 con il fatto che  il MISE ha previsto con il decreto interministeriale 23 dicembre 2013, in vigore dal 1° gennaio 2014, la maggiorazione dei diritti di segreteria di circa 2,70 euro alla quale non si applica più la riduzione in materia di cooperative sociali.

In sostanza le aziende nazionali finanziano infocamere, e sono messe nella posizione di dover pagare un extra per i dati che loro stessi generano e che loro stessi contribuiscono a mantenere con la quota annuale.

Pensate quanto poco questo modello funziona se le confrontiamo con un altro “registro delle imprese” basato su opendata, Opencorporates. La piattaforma OC raccoglie i dati open relativi alle attività commerciali in un enorme registro che garantisce un accessibilità globale.

In sostanza alle aziende italiane conviene un modello opencorporates perchè, senza pagare extra, entrano a far parte di una compagnia di circa 66 milioni di aziende in tutto il mondo, i cui dati sono accessibili anche tramite API. Significa aumentare le occasioni di business, di innovazione e di guadagno. Significa aumentare il valore delle risorse informative senza togliere ad infocamere le risorse necessarie per continuare a gestire il registro nazionale.

Quindi anche (1) non funziona. L’argomento “aprire i dati ci toglie le risorse per fornirli” non ha basi ragionevoli. Se invece ci sono ragionevoli problemi di gestione del bilancio, questo non è ovviamente un argomento inerente ai dati pubblici, ma all’interna gestione del gruppo, la cui struttura è (in modo trasparente) descritta a pagina 141 del  bilancio annuale sopra citato.

Due mesi, ma non per silenzio assenso, sono abbastanza per dire che no, non ci sono basi ragionevoli per non aprire i dati alle aziende che li producono perchè le risorse ci sono. Rimane da chiarire il punto (4). Come si generano quei ricavi? Il nostro giornalista potrebbe poi far notare che ci sono anche delle risorse extra. Dove vanno? e perchè infocamere non riesce a conformarsi con il CAD e le nuove linee guida dell’AGID? Quali interessi lo impediscono?

Finché non ci saranno risposte ragionevoli è ragionevole supporre, con scetticismo selettivo, che ci siano interessi economici, tra gli interstizi della trasparenza amministrativa, che creano monopoli di informazioni. Appunto, i nodi.

Ovviamente è ragionevole, se sono un giornalista, cercare le cause oltre le correlazioni e chiarire la verità delle ipotesi. Ma io sono solo un civichacker.

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  • Andrea

    Angelo scusa non ho capito il tuo punto. Il mio non è sulla consultabilità dei dati, ma sul fatto che quei dati non sono open. Per consultare ri.map innanzitutto occorre registrarsi. E mi pare che poi ci sia un costo di servizio per avere i dati, o mi sbaglio? http://www.registroimprese.it/documents/10181/10566/listino_RIb/911f2034-917b-49b7-be76-9b60de031066

    Mi parli che i dati sono accessibili gratuitamente alla PA. E’ ovvio, sono della PA. I privati devono appunto pagare per avere i dati, altrimenti solo consultabili. Forse c’è un fraintendimento su cosa sono i dati aperti ?

    • http://blog.spaziogis.it Andrea Borruso

      Andrea, ma Angelo chi è? Sembra che il suo commento non sia pubblicato.


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