Dolce oblio digitale: certe storie Google le deve cancellare!

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15 maggio, 2014
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Il diritto all’oblio digitale su Internet vale per tutti, anche per Google. Lo ha deciso in maniera irrevocabile la Corte di Giustizia europea, che ha pure stabilito che BIG G, su richiesta degli utenti, debba cancellare i risultati di ricerca “irrilevanti” o datati.

Il “diritto a essere dimenticati“, secondo la Corte, sussiste quando le informazioni presenti sul motore di ricerca sono “inadeguate, irrilevanti o non più pertinenti“, oppure legate a un episodio di molto tempo prima. È una decisione dai contorni rivoluzionari, che cambierà non poco il modus operandi della ricerca sul web.

La decisione, promossa da un avvocato spagnolo rimasto impigliato in una procedura immobiliare di 16 anni fa – e tra l’altro ampiamente risolta senza macchia – segna infatti uno spartiacque nel diritto della Rete. L’avvocato in questione ha vinto la sua battaglia contro Google, che dovrà cancellare quella lontana vicenda dalla storia digitale universale. La sentenza affronta in un colpo solo tre temi di capitale importanza, tra l’altro ribaltando le conclusioni dello stesso avvocato generale della Ue (il “Pm”) depositate nel giugno scorso.

Prima di tutto il trattamento dei dati personali. ”Il gestore di un motore di ricerca su Internet è responsabile del trattamento dei dati personali pubblicate sul web da terzi. Nel caso in cui in seguito a ricerca effettuata partendo dal nome di una persona, l’elenco di risultati mostra un link verso una pagina web che contiene informazioni sulla detta persona, questa può rivolgersi direttamente al gestore per sopprimere il collegamento“.

Ma il diritto all’oblio digitale non è però assoluto, perché non tutti i cittadini indicizzati da Google sono uguali. Il discrimine risiede nel bilanciamento tra i diritti della persona (privacy, oblio), quelli del pubblico di Internet a ricevere informazione e a ritrovarla, e infine l’interesse economico di Google stesso. Si tratta, come si vede, di una valutazione molto delicata e che comunque, dice la Corte Ue, deve essere orientata fondamentalmente dal ruolo più o meno pubblico rivestito dalla persona che invoca la privacy.

Poi c’è l’aspetto che riguarda la cancellazione stessa. A chi deve essere rivolta la domanda? Ai siti sorgente (p.es. i giornali), come dice la nostra Cassazione e come vorrebbe Google? O invece all’indicizzatore? La Corte Ue ha deciso che deve intervenire proprio chi ha “messo in fila” i dati della persona, violandone i diritti. Quindi il nuovo principio è: chi ha “creato” quell’immagine della persona, cioè Google, ha il dovere di cancellarla.

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  • http://kekrika.com/ Manuel Algaba Cortés

    Il senso di questa sentenza e’ che il motore di ricerca non e’ semplicemente un messaggero neutro che riordina il contenuto di altri, ma condivide invece le stesse responsabilità di chi quel contenuto lo pubblica.

    E’ l’ennesimo capitolo di un aspetto complesso e interessante e cioè la ricerca della linea che separa la libertà del singolo con quella dei suoi simili.

    E’ un principio antico e democratico, il problema pero’ e’ che in questo caso si applica ad un territorio – come la privacy – che si espande continuamente, con il progresso tecnologico e delle tecniche di marketing, aggiungendo parti inesplorate da definire giuridicamente di volta in volta.


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