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Agenda Digitale: a cosa serve una squadra senza il pallone?

Agenda Digitale: a cosa serve una squadra senza il pallone?
4 minuti di lettura

L’agenda digitale ha i suoi referenti? Forse sì, ma referenti per fare cosa? Non si sa. La situazione stagna, l’agenda digitale resta lì nel limbo, siamo completamente insoddisfatti perché si continua a non andare oltre la digitalizzazione dell’esistente tipo fatture elettroniche e pseudo carte d’identità elettroniche. Disfattisti? No, realisti.

Pare che la squadra dell’Agenda digitale di Matteo Renzi sarà operativa a giugno, in tempo per aprire il Semestre Europeo di presidenza italiana.  L’obiettivo del governo è di arrivare all’appuntamento con la la squadra digitale pronta per presentare la strategia sull’innovazione dell’Italia che verterà tutta sul piano di riforma della PA, soprattutto nella parte che riguarda la digitalizzazione.

I punti su cui si focalizzerebbe Renzi sono due: identità digitale e banda larga. Sul primo, ci si riferisce ovviamente al progetto del Pin unico per accedere ai servizi pubblici. Sulla banda larga, Renzi punta ovviamente sul Piano nazionale banda larga, che nelle intenzioni dell’Esecutivo sarà finanziato in tranche successive e prevede tre tipologie di intervento tra loro complementari:

  • realizzazione di infrastrutture ottiche – modello A;
  • contributo ad operatori privati per la realizzazione di rete e l’erogazione del servizio – modello B a cui concorrono gli investimenti effettuati dagli operatori privati beneficiari;
  • incentivo alla domanda (modello C) da effettuarsi contribuendo all’acquisto di terminali in neutralità tecnologica.

La squadra

Antonello Giacomelli resterà alle Tlc, mentre l’informatizzazione della PA sarà divisa tra Graziano Delrio e Marianna Madia, il Ministro della PA che poi delegherà il tutto all’esperto Angelo Rughetti. In questo senso, il fatto che il sottosegretario Rughetti, negli ultimi mesi, abbia rappresentato il Paese agli eventi digitali tipo quello organizzato dall’Anci nell’ambito di Smau Roma non è un caso.

Il nuovo Digital Champion sarà invece il presidente dell’Agid, Agostino Ragosa: succederà a Francesco Caio con il compito di fare da interfaccia tra il governo italiano e l’Unione europea. Ragosa, però, non avrebbe il ruolo di commissario all’attuazione dell’Agenda digitale. Secondo Renzi il piano non ha infatti bisogno di commissari straordinari dato che l’ex commissario Francesco Caio ha ben delineato la strada da intraprendere.

Le perplessita’

Partiamo dalle polemiche recenti sulla banda larga. “Il Governo mente, nega spudoratamente l’evidenza dei fatti e la risposta data oggi in commissione rispetto al piano di attuazione della banda ultra larga è solo fumo negli occhi“, ha detto ieri Mirella Liuzzi, Portavoce del MoVimento 5 Stelle alla Camera.

Secondo il sottosegretario allo Sviluppo Economico Giacomelli il piano strategico Banda Ultralarga è un successo. Peccato – ha continuato Liuzzi – che la valutazione espressa dalla Commissione europea a giugno 2013 ponga l’Italia all’ultimo posto per quanto riguarda la diffusione della banda ad alta velocità. Non bastasse, il sottosegretario ha affermato che i dati e i finanziamenti da noi citati relativamente alla diffusione della banda larga ‘non sembrano corrispondere a quanto stanziato in questi anni’. Vogliamo precisare che tali dati e finanziamenti sono stati presi da atti del governo. Si tratta di decreti e del rapporto di ‘Mister Agenda Digitale’, Francesco Caio, stilato pochi mesi fa“.

Procediamo con anagrafe unica e identità digitale, due dei tre must di Caio (l’altro riguarda la fatturazione elettronica ormai in procinto di partire, almeno così sembra).

La piattaforma anagrafica nazionale sarebbe stata altamente innovativa negli anni 80-90oggi corre il rischio di essere una replica, una somma, di quelle locali, con tutti i rischi del caso ed i maggiori costi di gestione, per gli Enti, costretti a mantenere in vita 2 registri di anagrafe, per non buttare al  vento anni di investimenti e di sviluppi nel proprio sistema informativo ovvero perdere in funzionalità data dalla stretta interelazione tra gli archivi anagrafici e le multifunzionali applicazioni già realizzate. Più digitalizzazione dell’esistente di così, insomma, si fa fatica.

Per quel che riguarda identità digitale e Pin unico, a parte che se ne sente parlare da circa 10 anni, pensare che basti l’etichetta elettronica alla carta di identità possa aprire nuove possibilità è sbagliato. Se c’è un chip, ci devono essere i lettori di chip. E in Italia non ci sono, siamo ancora li che andiamo a fare i bolli auto dal tabaccaio e non usiamo Internet neppure per pagare una multa.

Di fatto l’identità digitale oggi fa ‘moda’ perché meglio collocabile nei portafogli moderni che per entrare nei sistemi telematici come elemento di identificazione forte. Il pin unico di prossima attivazione corre il rischio di seguire l’esempio della vecchia carta d’identità digitale.

Il problema principale è quindi sempre lo stesso, al netto di un decreto crescita 2.0 che è lì da tipo 1 anno e mezzo a non si capisce fare cosa. La vera rivoluzione nella PA deve essere organizzativa e procedurale, non tecnologica. Partire da quest’ultima, come professano inascoltati tutti i testi sull’automazione dei processi, è un’errore irrimediabile: non oso pensare voluto, di sicuro frutto di una eccessiva enfasi sulla speranza che la tecnologia sia oggettiva, precisa, insensibile alle inefficienze e curativa di tutte le incongruenze dei processi della PA.

Sarebbe un po’ come allestire una squadra di calcio, in un bel campo con le porte nuove, ma senza il pallone a disposizione. L’Italia è messa così.

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