Innovazione? Facciamola sui monti... La biourbanistica come modello generico di innovazione digitale - Pionero
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Innovazione? Facciamola sui monti… La biourbanistica come modello generico di innovazione digitale

Scritto da:     Tags:  , ,     Data di inserimento:  28 aprile, 2014  |  Nessun commento
28 aprile, 2014
biourbanistica_street-art

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Torno dopo un bel po’ su Pionero per raccontare alcune cose che sto facendo per lavoro, e soprattutto i motivi per cui ho deciso di farle. Mentre la prima cosa, infatti, è anche e inevitabilmente autopromozione, le idee che ci stanno dietro sono assolutamente generali, aperte e liberamente riutilizzabili da chiunque. Più ne parliamo e facciamo, tutti, meglio è.

Antefatto

Le cose di cui sto per parlarvi vengono fra l’altro da queste considerazioni, ovviamente non solo mie:

  1. il mio slogan ufficiale dal 2006/2007: diritti civili e qualità della vita dipendono ogni anno di più da come il software viene usato intorno a noi
  2. la mancanza di banda larga è una bufala, nel senso che troppo spesso è usata come scusa (anche inconscia) per non fare cose utili e possibili anche senza
  3. di Silicon Valley e simili, dovunque saranno le prossime, ne bastano pochissime per generazione. Di programmatori di prima categoria ne nasce forse uno ogni centomila persone e comunque, a livello mondiale, forse ne bastano ancora meno. Tutti gli altri come lo pagheranno il mutuo? Viva le startup 2 e 3.0, viva gli hackaton e compagnia cantando, basta non illudere nessuno che risolveranno i problemi di lavoro della maggioranza delle persone
  4. per gli stessi motivi, la stampa 3D è certo una gran figata, ma forse nel lungo periodo produrrà meno benefici sociali di cose più “umili” come i progetti Open Source di torni e altre macchine utensili
  5. stesso discorso per le Smart Cities e simili “Grandi Opere Digitali” di livello nazionale o europeo. Rendere smart Roma, Milano e le altre grandi città è indispensabile, ma l’Italia è ancora fatta per la maggior parte di piccoli centri, in cui serve altro
  6. chiamare “nuove tecnologie” computer, Internet e roba simile, che anche in Italia è in giro da vent’anni, ormai è superficialità, per quanto in buona fede, oppure autoassoluzione. Queste cose (vedi punto 1) sono educazione civica di base, non specializzazioni. Anche nella PA. Troppo spesso chiamare qualcosa che va fatta – dall’Agenda in giù –  digitale, diventa un modo per lavarsene le mani
  7. formare i giovani è indispensabile, perché “nativo digitale” quasi sempre significa solo “capisco ben poco di quanto potrei davvero fare col mio smartphone, ma non me ne vergogno”. Però, nell’Italia di oggi, è assolutamente insufficiente. In Italia, chiunque proclami che ci salveranno i giovani forse sta dicendo qualcos’altro. Siamo noi adulti e anziani che dobbiamo darci una mossa subito e tutti, se vogliamo fare in tempo a goderci qualche cambiamento concreto
  8. ergo, switch off della carta prima possibile, vedi il “vero argomento” di questo post qui su Pionero. Tanto, per Open Data e cose simili, se aspettiamo di essere pronti per farle a regola d’arte non le faremo mai!
Nel frattempo…

Nei giorni scorsi sono apparse prima le Linee Guida sule Competenze Digitali e poi una proposta di legge per istituire l’insegnamento di educazione civica al digitale. Della seconda, in linea di massima, apprezzo la proposta ma (vedi punto 6 sopra) non mi piace molto il “digitale” nel nome. Nelle prime trovo tanti punti di contatto incoraggianti con quanto ho appena raccontato, e spero quindi di riuscire a contribuire attivamente. Finora non ho potuto perché, oltre ad altre cose, per tutti i motivi già detti stavo facendo…

Biourbanistica!

Ufficialmente, la Biourbanistica ha per oggetto “lo studio dell’organismo urbano, inteso come sistema ipercomplesso, l’analisi delle dinamiche interne e quelle con il suo intorno (territorio), nonché le relazioni che sussistono tra dette componenti”.

In pratica, detta da ignorante così come l’ho capita io, la biourbanistica propone di rendere i luoghi che abitiamo decenti, cioè posti in cui fa piacere vivere perché sono:

  • (auto) organizzati dal basso
  • tenendo conto della loro storia e caratteristiche uniche
  • amici della vita umana (biofilia) in tutte le sue accezioni (familiare, affettiva, emotiva, produttiva…)
  • gestiti con piccoli interventi, economici e poco invasivi (“agopuntura urbana”), realmente appropriati al territorio

La Società Internazionale di Biourbanistica (ISB) ha svolto e propone con questo spirito varie iniziative per la rinascita dei borghi italiani montani e non, a partire dal Progetto Artena.

Io ho scoperto la ISB per caso, la primavera scorsa, ed è da allora che collaboro con loro. L’incontro con quello spirito ha portato, fra le altre cose, alla riorganizzazione di corsi che io e altri già facevamo nel programma Minimi Comuni Digitali, autonomo ma pensato per essere comunque perfettamente compatibile con programmi di Biourbanistica. Al momento stiamo lavorando (fra le altre cose) sul Progetto Leo, che trovate anche su Edison Start.

Perché vengo a raccontare queste cose proprio su un sito come Pionero, che ha per slogan “Digital Innovation”? È presto detto: per suggerire un modello generico di innovazione digitale.

L’Italia va rifatta da capo. La ISB, se ho capito bene, propone e pratica un modo di rifarla basato sul principio che se vuoi campare decentemente, devi rifare dal basso spazi e servizi comuni mettendo le persone al primo posto, nel modo più efficiente e sostenibile possibile. Non sono certo gli unici, ci mancherebbe, ma a me piacciono quell’approccio e visione generale.

Soprattutto, visto che qui dovremmo parlare di Digital Innovation, la biourbanistica mi piace per un motivo preciso. Perché secondo me, vedi Progetto Leo, se parti e lavori in quel modo, Software Libero, Open Data, Open Government, Fablab e via dicendo finiscono sicuramente per entrare nel quadro. Non li si può evitare nemmeno volendo. Però ci entrano in un modo che forse è più produttivo, sostenibile e duraturo di altri provati da noi “maniaci digitali” finora: e cioè solo all’ultimo, di soppiatto e nelle dosi più piccole possibile, come conseguenza inevitabile delle idee di partenza e dei bisogni effettivamente accertati. Ci sentiamo presto.

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