Per l’Agenda Digitale non e’ mai #lavoltabuona vero Matteo?

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7 aprile, 2014
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Ma #lavoltabuona per la nostra attesa, spasmodica e tanto inflazionata Agenda Digitale non doveva essere questa? Sono passati ormai diversi mesi, il digital champion Caio ex Mister Agenda Digitale rilascia interviste a ‘sottile’ sfondo polemico e @matteorenzi, dopo aver evitato quell’abominio della #webtax, ha lasciato il digitale italiano un po’ qua e un po’ la, tra la Madia e Ragosa, senza strutturare ancora nulla.

Le priorità del Paese sono altre, si dice. Lavoro, tasse, risparmi: tutta roba che ha a che fare, il bello è direttamente, con l’agenda digitale intesa non come digitalizzazione dell’esistente ma come miglioramento della vita del cittadino e della comunità.

Perché una buona strategia digitale offrirebbe posti di lavoro su scala nazionale, porterebbe a una diminuzione del gettito complessivo se non all’eliminazione di alcune delle tasse inutili perché legate a burocrazia, e consentirebbe risparmi sull’ordine totale di  2.556 milioni.

Lo dice il commissario Carlo Cottarelli, mica noi! Dal 2016 potrebbero arrivare risparmi da tre misurefatturazione elettronica (936 milioni); pagamenti elettronici (1.320 milioni); razionalizzazione dei Ced (300 milioni). E questi sono solo i tre must di Caio, non tutto il digitale possibile e immaginabile.

Spacchettare forever

Ma allora, direte voi, perché vivacchiamo senza fare nulla? In primis perché non sappiamo chi la dovrebbe impostare. Pare infatti che Matteo Renzi stia lavorando al dossier presentato a suo tempo da Caio a Letta insieme al suo braccio destro Graziano Delrio.

L’idea è quella di spacchettare le competenze tra Palazzo Chigi – nel dettaglio dovrebbe essere lo stesso Delrio ad occuparsene – e il Ministero della PA di Marianna Madia, per la parte relativa ai processi di informatizzazione dell’amministrazione.

A sua volta, la Madia delegherebbe il sottosegretario Angelo Rughetti, futuro rappresentante istituzionale negli appuntamenti dedicati al digitale. Nel frattempo Renzi ha intenzione di affidare ad Agostino Ragosa il ruolo di Digital Champion con il compito di fare da interfaccia tra il governo italiano e l’Unione europea.

Ragosa, però, non avrebbe il ruolo di commissario all’attuazione dell’Agenda, questo perché Caio ha già delineato e bene la strada da intraprendere. Le deleghe dovrebbero essere affidate il prossimo 8 aprile, ma la domanda sorge spontanea: il tempo passa ma le poltrone – inutili – restano. E le leggende digitali, come su queste pagine abbiamo avuto modo di approfondire, continuano.

Fatti (se ci sono)

Ma i fatti, cioè la ‘ciccia’ dell’agenda digitale by Renzi, quali sarebbero? In teoria, oltre ai tre must di Caio che però sono addebitabili al Governo Letta, i piani dell’Esecutivo attuale puntano in particolar modo sulla banda larga nella convinzione:

  • che i fondi europei previsti per la banda larga, nella bozza (1,260 miliardi di euro, di cui metà nazionali e metà comunitari), sono troppo pochi per colmare le lacune italiane sullo sviluppo delle reti di nuova generazione;
  • che l’Italia sbaglia a non affidare questi fondi (e in generale quelli dell’Agenda digitale, in tutto 3,6 miliardi di euro previsti nella bozza) a un piano strategico nazionale. Secondo la bozza infatti dovrebbero essere le Regioni, con i propri piani, a gestire questi fondi europei.

Renzi, sulla banda larga, potrebbe, in accordo con le Regioni, imporre una svolta e fare un piano nazionale su cui concentrare i fondi europei (e anche quelli nazionali che arriveranno). Servirebbero almeno 10-15 miliardi di euro per tutta l’Agenda, l’Agenzia per l’Italia Digitale. Almeno 2,5 miliardi per la banda ultra larga, secondo il ministero dello Sviluppo economico. Li troviamo?

Il rimpallo Stato – Regioni

In realtà, secondo i più, questo ping pong tra Stato e Regioni è uno dei motivi per cui l’Agenda Digitale italiana è sempre più somigliante al Godot di Beckett. Il Governo e i Ministeri sono convinti che gran parte delle risorse saranno rese disponibili dai programmi operativi regionali mentre le Regioni sembrano non sentire ragione e ben che vada ci metteranno qualche punto percentuale del FESR, del FSE e del FEASR, al massimo qualcosa tra uno e due miliardi di euro.

Sembra che continuiamo a ragionare al contrario, come se lo Stato, le Regioni e gli enti locali avessero tante società pubbliche la cui unica missione è quella di produrre mezzi di trasporto, ed erogarne la manutenzione, solo per l’apparato pubblico. Aziende che non possono vendere al di fuori di un mercato chiuso e circoscritto che, oltretutto, in questo momento ha diminuito drasticamente l’acquisto dei mezzi, aumentandone il ciclo di vita, e ha ridotto ai minimi termini la loro manutenzione.

Come a dire: fate voi, coi vostri soldi, che i nostri servono ad altro. La governance non c’è, l’Agenzia per l’Italia Digitale rilascia indicazioni ma non programmi, e noi continuiamo ad aspettare l’Eletto dell’Agenda Digitale come quelli di Zion aspettavano Neo nella trilogia di Matrix. Qui, però, la pillola rossa non è ammessa purtroppo.

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