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L’Agenda Digitale diventa una leggenda digitale da 2,8 miliardi

L’Agenda Digitale diventa una leggenda digitale da 2,8 miliardi
3 minuti di lettura

Povera agenda digitale, la usano ogni tanto per rifarsi il trucco quando non sanno come uscire fuori dall’impasse: fa bello, è cool, tira. Poi, però, si resta lì ancorati alla totale mancanza di cultura digitale che, di conseguenza, provoca uno stallo mondiale ormai insopportabile.

Tanto che qualcuno ha persino suggerito al Governo e ai governanti di lasciarla proprio perdere, l’agenda digitale, concentrandosi su altro: potete completamente dargli torto? No, anche perché quando si parla di agenda digitale almeno la metà di chi ne parla – e siamo pure buoni – non sa di cosa sta trattando.

Ministri all’arrembaggio

L’ultima voce sull’argomento viene direttamente dal Ministro ‘preposto’ ossia Federica Guidi (Sviluppo Economico), che in question time alla Camera ha parlato di agenda digitale. “Siamo consapevoli del ritardo e l’impegno sarà massimo per sbloccare il processo di digitalizzazione a vantaggio dei cittadini e delle piccole e medie imprese”.

L’avete già sentita altre 878 volte? Si, ma tentar non nuoce. L’interrogazione parlamentare di riferimento era sulle iniziative per sviluppare l’informatizzazione e la digitalizzazione e per l’attuazione dell’Agenda digitale.

Le infrastrutture digitali sono le autostrade del futuro – ha detto la Guidi – e il mercato non è in grado di coprire da solo il territorio. Le aree di fallimento del mercato superano il 50% del Paese, senza l’intervento pubblico ci saranno due Italie a velocità distinte e una sarà esclusa dalla competizione globale”.

Quali sarebbero queste due Italie distinte, non è dato sapersi, visto che il peccato originale è enormemente centrale. L’Italia è un Paese che si trova in un perenne stato di arretratezza tecnogica e mancanza di cultura digitale. Punto.

Guidi ha evidenziato come l’esecutivo stia ”definendo soluzioni per colmare il grave cultural divide nazionale”, ricordando ”il piano a banda larga sul digital divide di prima generazione, quasi completamente risolto” e come sia stato definito ”il piano strategico a banda ultra larga”.

Il Ministro ha chiuso sostenendo l’importanza di puntare ”all’uso dell’e-commerce anche transfrontaliero, alla sicurezza informatica ed al cloud computing. Una seria politica di digitalizzazione su infrastruttire e servizi deve essere supportata da una governance snella e immediatamente operativa”.

Leggenda Digitale?

Si, certamente, però i numeri sono impietosi. E noi ovviamente non possiamo far altro che sposare la chiosa di Deborah Bergamini (responsabile comunicazione di Forza Italia). “Negli ultimi anni, i nostri presidenti del Consiglio, da Monti in poi, hanno tutti invariabilmente tessuto le lodi dell’Agenda digitale: per tutti la digitalizzazione del Paese doveva essere al centro dell’azione di governo. Risultato: dei 55 adempimenti necessari ad attuarla, solo 17 hanno visto la luce, mentre per molti dei mancanti sono ormai scaduti i termini. A questo punto è legittimo chiedersi se il governo Renzi vorrà davvero impegnarsi per portare a termine un piano strategico per il futuro del Paese, il cui impatto sull’economia può essere paragonabile a quello di una intera manovra, sia in termini di risparmi e di snellimento burocratico, sia come sostegno alla competitività delle nostre pmi, e quindi come creazione di posti di lavoro. Di impegni ne abbiamo sentiti fin troppi, ora servono i fatti, perché non possiamo permetterci che l’Agenda si trasformi in una “leggenda” digitale“.

I numeri dei risparmi

E’ stato il commissario Carlo Cottarelli, a valutare in 2.556 milioni i risparmi che a partire dal 2016 potrebbero arrivare da tre misure: fatturazione elettronica (936 milioni); pagamenti elettronici (1.320 milioni); razionalizzazione dei Ced (300 milioni).

Se a tutto questo si somma la pubblicazione solo su canale digitale di tutti i bandi e i risultati di appalto (altri 200 milioni) si sfiorerebbe il risultato complessivo di 2,8 miliardi. E si volerebbe ben più alto con un piano più aggressivo per la razionalizzazione dei Ced. Le stime di Cottarelli si riferiscono infatti alla sola amministrazione centrale (da 78 a 4-5 Ced), ma se si concentrassero in circa 60 gli attuali 11mila centri di tutte le amministrazioni pubbliche il risparmio addizionale annuo stimato salirebbe in modo considerevole nel tempo.

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