L’Agenda Digitale entra finalmente in Parlamento?

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18 marzo, 2014
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La realtà è che continuiamo a non capire dove vuole andare a parare questa agenda digitale che non siamo qui a criticare o sentenziare, ma ad aspettare modello Godot, da ormai infiniti anni. Forse, invece di lamentarsi per i ritardi, bisognerebbe analizzare il senso di una riforma che evidentemente la politica italiana non è ancora pronta ad affrontare.

La domanda però ora è: i cittadini, la comunità e le nuove città, anche in un’ottica di sviluppo europeo, possono sopportare la mancanza di un’agenda digitale programmatica? La risposta è evidente: no.

Matteo Renzi, in questo senso, si è sempre mostrato abbastanza ricettivo ma ora che è impegnato tra Jobs Act, tasse e ricostituenti tedeschi, si ricorderà di quando, da Firenze, parlava di agenda digitale e di assoluta necessità di un’alfabetizzazione consapevole? Se non se la ricorderà lui, magari ci sarà qualcuno pronto a rinfrescargli la memoria direttamente in Parlamento.

Fatti, non Decreti

Partiamo dai fatti, che sono inequivocabili. Il carico l’ha buttato giù la Commissione Trasporti della Camera, il 5 marzo scorso: sedici slides finalizzate a illustrare lo stato di attuazione dei vari provvedimenti emanati tra il 2012 (Decreti “Crescita” e “Crescita 2.0”) e il 2013 (Decreto “del Fare”). La nostra agenda digitale, su un totale di 55 adempimenti previsti, ne ha visti adottati soltanto 17 mentre 21 sono già tecnicamente scaduti.

Da qui, a cascata, apriti cielo. Critiche feroci all’Agenzia per l’Italia Digitale, che in realtà è operativa da poco più di un mese visto che ci sono voluti 14 mesi per darle, anzi approvarle, uno Statuto (…), a Francesco Caio l’ex Mister Agenda Digitale che è scomparso dai radar assieme a Enrico Letta, e ovviamente ad una classe politica al solito incapace di portare avanti una strategia di base sul digitale.

Il vero problema

In realtà la stessa Camera, elencando un po’ a caso i ritardi, dimostra di non avere le idee chiare e tantomeno nessuna consapevolezza sui problemi. Si continua ad analizzare la tempistica legislativa quando gli snodi cruciali sono altri: identificazione e progettazione delle architetture informatiche (spesso distribuite) che possono/devono essere utilizzate e/o realizzate, definizione dei processi cross-amministrazioni, definizione delle strategie di procurement e ruolo delle società in-house centrali e periferiche, analisi della compatibilità e dell’interoperabilità con sistemi in essere, verifica della coerenza delle nuove soluzioni rispetto a quanto previsto dal Garante della Privacy ed da altre strutture centrali (tipo l’Istat) coinvolte di volta in volta nel singolo procedimento, definizione del sistema di governance complessivo.

Torniamo quindi sempre li, all’assenza di governance condivisa. La realtà è che se noi pensiamo che l’agenda digitale sia la fatturazione elettronica, l’identità digitale o l’anagrafe unica, francamente abbiamo capito poco. L’agenda digitale dovrebbe essere presente in ogni singola azione civica e politica, aldilà di una digitalizzazione dell’esistente che non serve a nulla se non a complicarcela, la vita, invece che facilitarcela.

C’è che dice anche che sarebbe servito un Ministro dedicato o un meglio ancora un Sottosegretario: ne abbiamo parlato anche noi, ma il punto è che le risorse per attuare un’agenda digitale che comprende, in ordine sparso, politiche sull’alfabetizzazione digitale, sull’agevolazione alle startup innovative, sulla banda larga in tutta Italia, sulla semplificazione di ogni procedura pubblica, non le abbiamo perché destinate su altro.

Fin quando la nostra classe politica non capirà che quegli 80 euro in più al mese in busta paga – al netto di qualche tassa a compensazione, ovviamente - potrebbero diventare molti di più se gli strumenti coi quali l’Italia lavorasse, si alzasse, si misurasse, fossero congrui all’agenda digitale europea che paventano a Bruxelles, staremo sempre qui a parlare di singole azioni, in ritardo e molto spesso decadenti, perché fini a se stesse e pertanto inutili.

Fino quando ci ‘esalteremo’ per  l’obbligo del bancomat per i professionisti e le imprese per pagamenti superiori ai 30 euro paventandolo come elemento cardine dell’agenda digitale, saremo non uno ma dieci passi indietro. Non si costruisce nulla con le solite critiche all’agenda digitale sui ritardi, bisogna far entrare l’ICT in tutte politiche.

L’alleanza degli Innovatori

Nel frattempo, dal Parlamento arriva uno spiraglio di luce: è infatti nata l’alleanza degli Innovatori, un Intergruppo parlamentare di 23 esponenti di tutti gli schieramenti intenzionati a far si che il digitale torni al centro delle decisioni parlamentari.

Per fare questo i componenti del gruppo si riuniranno almeno una volte al mese per individuare le priorità. “Il mese prossimo – annuncia Stefano Quintarelli di Scelta Civicaci incontreremo per parlare di competenze digitali e, molto probabilmente, anche di scuola digitale“. In questo senso vale la pena ricordare che al gruppo ha aderito anche l’ex ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza.

Il gruppo sta esaminando anche la proposta di Paolo Coppola (Pd), tra fondatori del gruppo, insieme a Quintarelli Lorenza Bonaccorsi (Pd), Irene Tinagli (Scelta Civica), Lucio Malan (FI) e Antonio Palmieri (FI), di far funzionare il gruppo come una commissione parlamentare vera e propria.

A tal proposito, la prima riunione del gruppo ha avuto come argomento proprio la pubblicazione dei ritardi dell’Agenda Digitale da parte della Commissione Trasporti della Camera di cui si parlava all’inizio.

Stiamo elaborando una bozza di testo che potrebbe diventare un manifesto – ha detto Quintarelli – anche se in queste settimane il lavoro vero e proprio si concentrerà sulle modalità operative più che su quelle strettamente di obiettivo“.

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