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Webtax ufficialmente abrogata, ma resta la tracciabilita’ online

Webtax ufficialmente abrogata, ma resta la tracciabilita’ online
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Matteo Renzi ha mantenuto la sua promessa sulla webtax: con la pubblicazione in GU del decreto Salva Roma, infatti, viene abrogato l’articolo 1, comma 33 della Legge di Stabilità (con la quale è stata introdotta la webtax) e quindi l’articolo 17 bis del Dpr 633/72 che prevedeva appunto lo specifico obbligo di partita Iva italiana.

Nota a margine: restano immutate le due norme riguardanti il ruling ossia la tracciabilità online. Per le imprese che acquistano servizi pubblicitari online è obbligatorio effettuarli esclusivamente mediante bonifico bancario o postale dal quale devono risultare i dati identificativi del beneficiario ovvero con altri mezzi di pagamento tracciabili che siano in grado di veicolare la partita Iva del beneficiario.

Fondamentale anche la parte della webtax che riguarda la stabile organizzazione e tracciabilità dei profitti visto che finora le leggi consentivano Google, Facebook, Amazon ed Apple di ricorrere a una serie di artifici per sottrarsi al pagamento delle tasse nei Paesi dove vendono servizi per traghettare i profitti nei paradisi fiscali.

Grazie al ruling nel 2014 entreranno nelle casse dello Stato 137,9 milioni di euro (119,9 milioni di Ires e 18 milioni di Irap), a fronte dei 6 milioni di euro del 2013 (Dati Ragioneria di Stato). Gli effetti finanziari per cassa nel 2015 sono 92 milioni e nel 2016 101,3 milioni. Su questo punto, però, ci sono pareri contrastanti.

Cosa resta adesso degli amabili resti di webtax? Lo scenario continentale, ovviamente, e se qualcosa, accadrà durante la conversione in legge alla Camere. Bruxelles, come Renzi stesso ha ripetuto più volte, sarà la sede più adatta per affrontare la questione nella sua interezza.

Al Renzi è comunque giusto riconoscere la rapidità con cui ha chiuso, anche se parzialmente, una delle pagine più sconclusionate della regolamentazione tricolore del digitale: se la webtax fosse stata approvata ci saremmo coperti di ridicolo di fronte all’Europa e al mondo intero. Considerando che le occasioni non sono mancate ne mancheranno in futuro, evitarne una è quanto meno opportuno.

Snodo transfer pricing e tracciabilita’ online

I commi 177 e 178 della legge di stabilità che il decreto 16 non ha abrogato non sono mai stati il cuore della webtax: parliamo ovviamente di transfer pricing per le società operanti nella raccolta di pubblicità online.

Per determinare il reddito di impresa relativo alle operazioni di queste web company è previsto che debbano utilizzare indicatori di profitto diversi da quelli applicabili ai costi sostenuti per lo svolgimento della propria attività. In parole semplici: invece dell’obbligo di partita iva, si parla di obbligo di strumenti di pagamento idonei a consentire la piena tracciabilità delle operazioni e a veicolare la partita IVA del beneficiario.

Così si è espresso  Roberto Scano, presidente di IWA Italia il quale aveva depositato una denuncia ufficiale a Bruxelles sulla webtax e secondo il quale questi commi potrebbero essere tranquilamente cancellati in Aula:

Come presidente IWA direi che sono soddisfatto dell’iniziativa del premier, che ha rispettato quanto ha twittato al termine del Consiglio dei Ministri. Ora è importante che tale impegno sia garantito anche dal parlamento, magari spingendosi oltre sino alla totale rimozione di quei commi relativi alla tracciabilità che pongono un inutile onere sia alle imprese che all’amministrazione finanziaria considerato che per l’advertising online vengono già emesse fatture che vengono trattate dalle aziende con comunicazione Intrastat. Tutte le ipotesi di milioni di euro di entrate decadono con il comma 33, pertanto è inutile mantenere tutto il carrozzone della tracciabilità aggiuntiva a quella già prevista sia da leggi che dal buon senso.

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