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In Italia posso chiamare mio figlio Facebook?

In Italia posso chiamare mio figlio Facebook?
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Partiamo da un presupposto molto semplice: solo l’idea di chiamare un bambino (o una bambina) Facebook è quantomeno allucinogena, ma se ci pensate non più di tanto di Brooklyn, Las Vegas o Giovedì, tanto per citare solo alcuni dei nomi di figli di celebrità le quali non voglio assolutamente tirare in ballo.

Ora però il punto è un altro, e prende spunto da questa simpatica (o antipatica, dipende dai punti di vista) vicenda messicana riassumibile così: nasce una bimba, la vogliono chiamare Facebook in onore del social network che li ha fatti conoscere e che, quindi, è all’origine della nuova nascita (almeno secondo loro…).

La legge messicana

Ma non possono, perché il sostantivo in questione è nella lista proibita dello Stato messicano: nomi vietati dalla legge, che comprendono Facebook, Twitter, Linkedin, Yahoo ma anche nomi di super-eroi, tra i quali Batman, Terminator, Rambo, Sandokan.

La lista di altri nomi bannati dal Paese comprende anche Burger King, Robocop, James Bond, Harry Potter, Christmas Day, Rolling Stone, Virgin Cesarean, Email, Sponsorship e Traffic. La legge è entrata in vigore da poco e cerca di proteggere i bambini, in particolare il loro futuro, poichè “potrebbero essere vittime di bullismo“, come ha spiegato Cristina Ramirez dell’ufficio anagrafe dello Stato di Sonora. “La legge è molto chiara in quanto vieta di dare ai bambini nomi che sono dispregiativi o che non hanno alcun significato e che può portare al bullismo“.

Risvolti

Ora, quindi, in teoria nessun bimbo dovrebbe chiamarsi Enea, Ettore, Achille: cosa cambia tra un’eroe mitologico (e quindi non sicuro di essere esistito) e un eroe cinematografico? Vabbeh, torniamo a noi e al nome Facebook, rappresentativo di una cultura distorta – quella che da social network passa a social-follia – che evidentemente non ha capito bene il senso di questi strumenti.

Prima domanda: perchè chiamare il figlio con il nome di un social network o di un servizio email? Mah. Se in Messico e in altri Stati, ad esempio l’Egitto, è assolutamente vietato, com’è la situazione in Italia? Non proprio così restrittiva. Non c’è una vera e propria lista, ma i giudici possono intervenire ogni volta che il nome dato a un bambino può limitarne l’interazione sociale e creare insicurezza nella vita di tutti i giorni.

E’ il caso di Facebook? Parrebbe di si, ma non tanto per il nome in se (LatherFace non sarebbe molto meglio, del resto…) quanto per l’immagine distorta che ne devono avere i genitori, e che li avrà portati senza dubbio a coniare tal nome per il loro primogenito. Ah, tanto per intenderci: “Like” non è nella lista nera.

Passaggio italiano: a Torino, qualche tempo fa, è stato perfino respinto Andrea per una bambina, modificato poi in Emma, dato che questo nome è considerato da noi prettamente maschile. Ma c’è ancora il caso famoso di quella coppia di genitori che aveva deciso di chiamare il proprio figlio Venerdì, ma che trovò l’opposizione dei giudici. Qui, chiaramente, siamo nel campo del non senso.

In realtà non servirebbe una lista di nomi vietati, così come i social network non possono essere accusati della follia collettiva di chi li usa per scopi distorti e di chi magari decide di marchiare a vita un figlio. Che poi, anche qui, potremmo aprire un dibattito. Del resto, solo quando potremmo chiedere ad un neonato se un certo nome gli piace o no avremo la certezza della giusta scelta. Che, su Facebook, nessuno potrà pensare di consigliarci…

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