Agenda Digitale: se siamo analfabeti e’ solo colpa nostra

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12 febbraio, 2014
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Come si fa ad andare verso l’agenda digitale se ci dicono solo quello che sappiamo già, parlano di orizzonti temporali di 12-18 mesi da almeno 24-36 mesi e se la collettività preferisce le code chilometriche agli sportelli ai servizi di e-government?

La domanda non è retorica, ma attuale. Nei giorni seguenti alla presentazione del Rapporto Caio che sostanzialmente ha scoperto l’acqua calda, ossia che l’Italia è indietro nella costruzione delle infrastrutture, che bisogna alfabetizzare gli italiani (il 42.2% delle piccole aziende italiane pensa che Internet sia inutile, dati Istat) e che bisogna usare i fondi UE, siamo tutti li attenti a quanto durerà ancora il Governo Letta, fagocitato dalle ambizioni di Matteo Renzi, e dell’agenda digitale non parla più nessuno.

Capri espiatori e mancanza di governance

E’ incredibile come siamo capaci a perdere tempo sull’unica, vera risorsa attuale del Paese, il digitale, che peraltro potrebbe anche portare una nuova ventata agli investimenti e al mercato del lavoro. Questo, ovviamente, aldilà dei tre must di Francesco Caio che comunque restano li, da attuare, entro 12-18 mesi (fatturazione elettronica, identità digitale, anagrafe unica).

Renato Brunetta polemizza dicendo che la colpa dello stop all’agenda digitale è di Letta e Monti, ma non è che quando c’era lui al Ministero della PA e dell’Innovazione, a parte la storia dei fannulloni, di Facebook vietato e della messa online degli stipendi pubblici (esempio lampante della digitalizzazione dell’esistente), ci fosse stata chissà quale spinta.

La spinta dovrebbe arrivare dalle smart city, dalle startup, dalla scuola, ma prima di tutto dalla consapevolezza che servirebbe una governance unica, per attuare l’ormai anacronistico (lo era allora, figuriamoci adesso) decreto crescita 2.0, uno dei tanti scritti italici rimasti solo sulla carta.

La visione digitale dovrebbe essere univoca, non di un governo o dell’altro. Non si fa agenda digitale se non pensandola come una strategia vera di tutti gli italiani, di tutti i partiti, di tutto il sistema. Magari il traino arriverà dalle Regioni, chissà. Ma che arrivi, aldilà dei pessimismi che non vogliamo assolutamente alimentare.

Meglio la coda allo sportello che la PA Digitale?

A proposito, l’agenda digitale del cittadino medio italiano è…allo sportello. Sondaggio canta: i servizi della Pubblica Amministrazione digitale raccolgono dissensi ancora maggiori rispetto a quelli della Pubblica Amministrazione tradizionale. Lo dice l’Università di Milano tramite lo spin off Voices from the Blogs, che ha analizzato oltre 300mila commenti pubblicati sui social network (Twitter, Facebook, Blog, Forum, ecc.) nei tre mesi precedenti che discutevano proprio di Pubblica Amministrazione.

I commenti positivi sulla PA Digitale italiana rappresentano solamente il 22,5%, mentre i giudizi negativi assommano al 47,9%. Perché? Si tratta forse di un eccesso di aspettative? Di una verificata inefficienza della macchina burocratica “digitalizzata”? Di una preferenza per gli spesso “vituperati” servizi tradizionali?

La principale fonte di critiche (35,3%) fa riferimento ai ritardi nel processo di introduzione delle nuove tecnologie: l’agenda digitale procede, ma con lentezze che molti cittadini (e imprese) ritengono intollerabili. Quasi un terzo dei post, poi, fa rilevare le insufficienze delle infrastrutture dedicate, in primo luogo la scarsa diffusione della banda larga sul territorio nazionale. Qualcuno (6,2%) lamenta l’assenza di un coordinamento centralizzato – una specie di super-ministero della digitalizzazione (lo caldeggiamo da circa un secolo…) - in grado di uniformare i servizi offerti e di farli dialogare tra loro in modo efficiente.

Ma la cosa peggiore, che dovrebbe far riflettere tutti i politici e gli amministratori locali, è la resistenza ancora diffusa alla trasformazione di un servizio tradizionale come quello pubblico in digitalizzato e telematico. A parte chi ha ancora paura della privacy e del furto di dati online, la maggior parte dei cittadini italiani nel 2014 teme che la digitalizzazione dei servizi provochi una deprecabile spersonalizzazione del rapporto tra cittadino e burocrazia, e con questo il venir meno di quel filtro umano capace comunque di aiutare l’utente a districarsi in modo corretto tra le varie pratiche amministrative.

Questa roba qua, signori, si chiama assoluta mancanza di alfabetizzazione digitale o, se volete, analfabetismo digitale. E’ un po’ come la Santa Inquisizione o La Caccia alle Streghe: tutti pensano che non esistano ma intanto tutti ne hanno paura. L’agenda digitale fa paura perché non la conosciamo. Ci credo: qualcosa che non c’è come fai a conoscerla?

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