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Scuola Digitale: la strategia del fare tecnologia

Scuola Digitale: la strategia del fare tecnologia
6 minuti di lettura

Come fare con la scuola digitale? Davvero l’ora di tecnologia nelle scuole è poco importante ed è alternativa alla scelta di integrare le tecnologie nella didattica quotidiana? Forse il problema è di una visione che non può essere prigioniera dello stato di arretratezza attuale

Conservazione e Cambiamento

La recente dichiarazione della ministra Carrozza sulla necessità o meno di prevedere un’ora di lezione sull’educazione tecnologica ha innescato un dibattito molto interessante intorno a quali sono le competenze digitali che è necessario acquisire nella scuola, con qualche rischio, a mio avviso, di non valutare adeguatamente il messaggio che voleva mandare la ministra e, dall’altra parte, di non evidenziare del tutto il problema che sta alla base della discrepanza.

E credo che molto dipenda anche dalla situazione particolare della cultura digitale e delle competenze digitali nel nostro Paese, che ha tratti molto particolari:

  • siamo tra i Paesi europei con il tasso più alto di popolazione che non ha mai utilizzato Internet e tra quelli con i più bassi tassi di utilizzo di servizi online anche tra gli utenti Internet;
  • siamo in Europa tra i maggiori consumatori-utenti di TV;
  • abbiamo una delle più alte percentuali di cellulari per abitante;
  • riportiamo le performance tra le più basse nei sistemi di valutazione internazionali come PISA.

Per una fetta importante di popolazione, quindi, il messaggio per cui la tecnologia deve essere vista come abilitante e come parte integrante della didattica quotidiana è già un messaggio dirompente. La stessa applicazione dello slogan “Non più la classe in laboratorio ma il laboratorio in classe: una strategia tante azioni”, che ritroviamo sul sito del Piano Scuola Digitale, è ancora un obiettivo ambizioso, su un percorso implementativo che continua a procedere in gran parte a macchia di leopardo.

L’approccio al cambiamento degli ambienti di apprendimento grazie anche all’utilizzo delle tecnologie è stato declinato nei progetti Cl@ssi 2.0 e Scuola 2.0, ma è ancora diffuso su un numero molto limitato di scuole. Come ha spiegato il consigliere all’Innovazione De MininIl senso del recente intervento del Ministro Carrozza era quello di evidenziare la necessità di discutere ora di come le nuove tecnologie abilitino una nuova didattica, nuovi contenuti, di come la disponibilità di strumenti digitali  ed il loro consapevole utilizzo in aula da parte degli insegnanti possano sviluppare l’apprendimento di ogni materia: dal latino alla storia dell’arte, passando per la matematica e la musica”.

Quindi, un messaggio ancorato alla realtà attuale delle scuole italiane, in grave stato di arretratezza, come anche rilevato dal recente rapporto dell’OCSE . Un messaggio rivolto a quell’area composita (fatta anche di lavoratori e operatori di mercato) ancora presente e spesso predominante, “conservatrice” anche per interesse, che vede nel cambiamento digitale, nell’introduzione delle tecnologie nella didattica quotidiana, nello sviluppo delle competenze digitali da parte degli insegnanti, un pericolo da scongiurare con ogni mezzo.

Segnare però un punto fermo in uno stato di arretratezza può essere certamente importante e positivo nei confronti di coloro che diventano contro implementatori del cambiamento, ma allo stesso tempo non può che essere valutato parziale o insufficiente da chi guarda all’obiettivo che anche il nostro Paese deve raggiungere. Da chi vuole innovare. Da chi pensa che la trasformazione digitale sia ineludibile e profonda e che non è possibile scegliere la velocità con cui attuarla. O meglio, che la scelta della velocità e della radicalità del cambiamento influiscono in modo determinante sul risultato.

Necessità di una visione non prigioniera della conservazione

Da questo punto di vista, diventa importante ricordare come lo sviluppo della cultura e della competenza digitale, e quindi di fatto la scuola digitale, passino attraverso la capacità di lettura e scrittura del digitale e quindi di intervenire e trasformare in modo proattivo le risorse digitali.

Il passaggio essenziale, culturale, della trasformazione digitale è quello dal ruolo di utente-consumatore di risorse a quello permanente di prosumer (produttore e consumatore insieme), attore sempre protagonista del proprio processo di apprendimento, in grado di arricchire l’ambiente e allo stesso tempo di farlo in modo condiviso con gli altri portatori di interesse, con gli altri “prosumer”.

Competenza digitale significa pertanto non soltanto utilizzo critico delle tecnologie e di Internet, ma anche capacità di modifica. Coding. Programmazione.

Nulla di sconvolgente, perché già previsto, anche se in modo forse troppo timido e prudente, dalle Indicazioni Nazionali del 2012. Eppure ancora così difficile da pensare come davvero basilare per lo sviluppo delle competenze digitali di base per la partecipazione attiva e consapevole alla società del XXI secolo, per la formazione di una piena cittadinanza digitale, come affermato in tutti i nuovi framework sulle competenze digitali (vedi ad esempio Digicomp).

Da questo punto di vista, le indicazioni nazionali sono troppo timide, prevedono le capacità di programmazione solo dalla scuola secondaria di primo grado, mentre nella scuola primaria l’introduzione è pensata solo a livello sperimentale “Quando possibile, gli alunni potranno essere introdotti ad alcuni linguaggi di programmazione particolarmente semplici e versatili”.

Eppure la capacità di programmazione diventa elemento fondamentale di appropriazione, di scrittura, di intervento e condivisione. Come ricordano le fondatrici di Codemotion Kids,  imparare a programmare significa avere “l’opportunità di avvicinarsi all’universo digitale da un punto di vista consapevole, che non delega ad altri la scelta degli strumenti più opportuni per la propria crescita intellettuale ed espressiva”.

Le iniziative anche italiane su questo fronte sono sempre più numerose (si pensi ai programmi di robotica educativa promossi dalla Fondazione Mondo Digitale e che coinvolgono anche gli alunni della scuola dell’infanzia), e si integrano e si arricchiscono con quelle di provenienza anglosassone che hanno portato alla realizzazione del progetto Scratch  o all’iniziativa del governo UK.

Questa è la frontiera della cittadinanza da costruire, dei nuovi lavoratori. Ben oltre, è evidente, il quadro di partenza (e ancora da raggiungere qui in Italia) della tecnologia e del digitale come strumento abilitante della didattica e delle attività scolastiche. Siamo alla costruzione delle fondamenta di una nuova cultura di partecipazione e di vita sociale.

La sfida ambiziosa

Il Miur è pronto, dal punto di vista organizzativo e di visione, a intraprendere questa ambiziosa sfida? E se no, quale percorso di cambiamento deve avviare rapidamente? Credo siano questi i nodi da sciogliere.

Tra i diversi elementi di cambiamento organizzativo necessari, nell’ambito che qui  stiamo trattando, due emergono come prioritari:

  • passare da una logica di gestione e di pianificazione ad una di indirizzo e di piattaforma, con l’obiettivo di valorizzare le iniziative dal territorio e di facilitarle, sulla base di una strategia condivisa (ci si aspetta che la “costituente della scuola” annunciata dal Miur si realizzi attraverso un processo di partecipazione che sia esempio anche per altre aree);
  • virare dal focus esclusivo alle infrastrutture digitali (necessarie, ma da supportare in modo creativo e cogliendo le energie del territorio) alla priorità dei contenuti, facendo sì che il Miur possa incentivare e sviluppare centri di competenza  per le nuove metodologie e la cultura digitale.  Non creando gli ennesimi forum, ma impegnandosi a sviluppare e supportare le comunità di insegnanti, rendendole trasversalmente attori di cambiamento.

L’auspicio è che questa nuova visione orienti le scelte organizzative del Miur e che le necessarie iniziative per lo sviluppo di una cultura digitale nel nostro Paese (come quella promossa dall’AgID) vedano il Miur come attore protagonista e non come semplice partecipante, sulla base di un rinnovato e organico Piano Nazionale per la Scuola Digitale.

Foto del profilo di Nello Iacono
25 anni di esperienza in campo tecnico, gestionale e manageriale. Consulente, Formatore e autore di diversi articoli e libri sui temi dell'organizzazione, del management, delle competenze e dell’innovazione dall’ICT, è attualmente partner di P.I.CO. Srl – società di consulenza organizzativa, e consulente Ricerca e Sviluppo del CATTID – Università La Sapienza– Roma. Da anni promuove iniziative in campo nazionale sui temi dell'innovazione ed è attualmente Vicepresidente dell'Associazione Stati Generali dell'Innovazione, di cui è anche fondatore.

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