La privacy non ha mercato

Scritto da:     Tags:  , ,     Data di inserimento:  29 gennaio, 2014  |  Nessun commento
29 gennaio, 2014
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Privacy, cambiamenti culturali? Dipende: il 2013 ha dimostrato che le grandi aziende fondate per cambiare il mondo (e molte ci sono riuscite: Microsoft; Google; Apple), non solo sono diventate ricchissime. E questo era il loro scopo. Ma hanno visto la fiducia che avevamo nei loro confronti, scricchiolare. La faccenda (se vogliamo liquidarla con questo termine) NSA è stata solo una delle ultime che hanno incrinato il rapporto tra le “nuove” aziende, e gli utenti.

Prima dell’NSA c’erano già stati piccoli e grandi segni che l’idillio stava terminando. Perché quando noi dicevamo: “Sì, ok, proviamo anche questo servizio”, il nostro “” non di rado era preso e usato per scopi che andavano oltre le nostre attese. Un esempio? Basta dare un’occhiata all’evoluzione della privacy su Facebook.

Ne eravamo davvero inconsapevoli, oppure ci andava bene così?

Le aziende sono preoccupate di quanto successo, perché sanno che la politica dell’NSA danneggia anche loro, e gli affari che desiderano portare a termine. E adesso che tutto è alla luce del sole, hanno interesse a riportare un po’ di ordine e trasparenza. Ad assicurare gli utenti che tutto è come dovrebbe essere, o perlomeno, che gli aspetti più inquietanti, sono stati eliminati.

C’è un però, e riguarda proprio gli utenti.

Perché se parlo di un nuovo servizio Web per condividere foto, testi e quant’altro, le persone si dimostrano interessate. Nessuno o quasi si prenderebbe la briga di formulare qualche domanda. Di scorrere il contratto che obbligatoriamente bisogna fornire, e dove sono fissati termini e condizioni d’uso.

La privacy, come la sicurezza, sono argomenti che non vendono. E attirano l’attenzione solo se sono collegati in qualche modo alle attività che svolgiamo sul Web. Se sono compromesse, ci preoccupiamo. Perché non vogliamo che le nostre email siano lette da estranei, né che qualcuno spii le nostre chat o le nostre navigazioni Web.

Fin qui siamo tutti d’accordo.

Al di là dell’indignazione però, e delle petizioni online (ci saranno pure state, no? È impossibile che una simile, ghiotta occasione, non sia stata colta per una raccolta di firme), c’è una piccola verità.

Tutti vogliamo soluzioni semplici da usare, e diamo per scontato che “dentro” ci sia anche la tutela della nostra privacy, e la sicurezza. E non abbiamo il tempo, o la voglia, di preoccuparcene.

E allora ci penseranno le aziende.

Triste? Non troppo, perché accade da tempo, e non solo sul Web.

Quando noi acquistiamo un’automobile, non martelliamo su sistemi di prevenzione, sicurezza, ABS e compagnia cantante. Ma sugli interni; sui colori della carrozzeria. Eppure alla fine sborseremo migliaia di Euro, ma questo non ci spinge a essere davvero pignoli. A chiedere qualcosa sulla meccanica, sul tipo di barre anti-intrusione fissate all’interno delle portiere (orizzontali o oblique? Perché prima se ne montavano due, e ora su molti modelli, solo una? E soprattutto: il concessionario saprebbe rispondere?).

Idem per il Web e la privacy. Sarebbe doveroso che gli utenti si interessassero di questi temi (sono di loro pertinenza), ma non lo fanno, e pochissimi lo faranno in futuro.

Il polverone sta scemando, Obama ha riformato l’NSA (tradotto in italiano: faremo quello che abbiamo sempre fatto, però in maniera più furba).

Perché gli utenti, vogliono comprare soluzioni “tutto compreso”.

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