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Legge anti-Amazon, anche il Senato francese approva la norma salva-librerie

Legge anti-Amazon, anche il Senato francese approva la norma salva-librerie
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Mentre in Italia viene introdotta una web tax “giunta a più miti consigli” ma ugualmente contestata, in Francia i senatori  hanno votato compatti e bipartisan a favore della legge che difende le tradizionali librerie rispetto agli operatori online. Per dirne uno a caso… Amazon!

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Uno dei magazzini di libri di Amazon

Già a ottobre l’Assemblea nazionale aveva approvato un emendamento alla norma del 1981 – quella che impone di vendere i libri a un prezzo fisso con la possibilità di applicare al massimo un 5% di sconto – che vieterebbe ad Amazon di aggiungere a quel 5% di sconto anche la spedizione gratuita. Questo perché, secondo il Parlamento francese, si tratterebbe del reato di dumping, cioè la vendita a un prezzo inferiore a quello del mercato. E visto che in Francia il 20% dei libri si vende sul web e l’attenzione alla cultura e a chi la diffonde è notoriamente molto alta, Amazon rappresenterebbe non solo un temibile avversario, ma un nemico sleale. In un’intervista a Le Figaro di settembre, il numero 1 di Amazon France, Romain Voog, aveva replicato che il colosso americano non faceva concorrenza diretta, ma proponeva invece un’offerta complementare.

L’iter della legge anti-Amazon non è ancora concluso: ora dovrà passare per un’ultima volta in seconda lettura al vaglio dei deputati, ma visto che destra e sinistra si sono dimostrati piuttosto compatti sulla questione, non dovrebbero esserci ostacoli alla definitiva approvazione. “Questo testo non risolve tutti i problemi delle librerie, ma è uno dei mattoni che portiamo al piano librerie”, ha detto la Ministra della cultura, Aurelie Filippetti, alludendo alle iniziative su affitti e fiscalità a favore dei librai. “Con questo testo, porteremo un nuovo mattone all’economia del libro e alla regolazione del settore”, ha concluso.

La Francia e le iniziative contro Amazon e i colossi del web

Ricordiamo che la legge anti-Amazon è solo una delle iniziative francesi contro i colossi del web, dopo il mini-vertice per tassare i big del digitale e il fondo di 60 milioni di euro a sostegno dell’editoria on line.

Più di recente è stata confermata l’ipotesi di multa amministrativa da parte dell’autorità francese Commission Nationale de l’Informatique et des Libertés (CNIL) nei confronti di Google, colpevole di non aver rispettato le regole francesi in materia di protezione dei dati personali. Si legge sul PuntoInformatico, che a non piacere al CNIL, in particolare, è stata la modifica apportata a marzo 2012 da Google alla policy in materia di privacy, in base alla quale Mountain View può condividere i dati raccolti su uno dei suoi servizi con tutti gli altri servizi utilizzati dallo stesso utente, per poter sì offrire all’utente prodotti sempre più corrispondenti alle sue esigenze, ma anche per schedarlo in maniera abbastanza precisa, a favore degli inserzionisti. Cosa che, ritiene il CNIL, non è stata correttamente comunicata agli utenti, oltre a non essere stato rispettato l’obbligo relativo alla pubblicazione del periodo massimo di conservazione dei dati raccolti in questo modo.

Ancora prima, in occasione di un incontro tra Francois Hollande e i vertici di Netflix, sono state molto nette le dichiarazioni del Presidente francese a favore dell’apertura di una partita Iva in loco: “Netflix è la benvenuta, purché apra una partita Iva francese”. Proprio la proposta italiana comunemente nota (e contestata) come web tax
Ora diventata legge nella finanziaria di fine anno e in vigore dal 1° luglio 2014, la web tax italiana prevede che imprese e professionisti che acquisiscono servizi di pubblicità e link sponsorizzati on line, potranno farlo solo con una partita Iva nazionale e dall’altra che le società che operano nel settore della raccolta di pubblicità on line, non possono utilizzare come indicatori di  profitto quelli applicabili ai costi sostenuti.

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