Insulti sul web: la nuova banalita’ del male?

Scritto da:     Tags:  , , , , ,     Data di inserimento:  10 gennaio, 2014  |  Nessun commento
10 gennaio, 2014
memoria

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Grazie a un articolo pubblicato sul Il Sole 24 Ore ho scoperto che in queste settimane ricorrono i 50 anni della pubblicazione de “La banalità del male” di Hannah Arendt, uno di quei libri che difficilmente si leggono a scuola. O meglio, solo pochi insegnanti illuminati consigliano ai propri studenti.

Questo ricordo mi ha fatto riflettere su alcune delle vicende che hanno riempito le pagine dei giornali ultimamente: i forconi a Torino e in tutta Italia e gli insulti sul web a Bersani. Due vicende apparentemente slegate fra loro. Poi ancora, un articolo particolarmente preoccupato, perso nelle pagine interne, sul nuovo esodo di ebrei dall’Europa verso Israele, in particolare dalla Francia a causa – si legge – dell’“intollerabile clima” nei loro confronti.
Da tempo vivo un po’ di inqueitudine emotiva e politica perché leggo dietro questi e altri fatti alcuni segni di un rapido deterioramento dei valori e del tessuto politico che ha garantito la pace nel continente più martoriato dalle guerre e dalle dittature. Aggravato da alcuni ricorsi storici che mi paiono del tutto evidenti: giusto l’altro giorno ricordavo a un amico che Arkan “la tigre” era un capo ultras della Stella Rossa Belgrado (forconi, do you remember?)
La Arendt sostiene che durante il nazismo “le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso” e vede in Eichmann un uomo non negativo, non malvagio, ma “incapace di pensare”.
Scorgo questa stessa normalità nello sdoganamento delle violenze del 9 dicembre e nel diluvio di auguri di morte all’ex segretario del Pd. Una normalità che è brodo di coltura di derive autoritarie o peggio.

Fabio Chiusi ha parlato ultimamente di apologia dilagante dell’ignoranzain una parte che mi pare considerevole dell’opinione pubblica, l’odio per qualunque cosa odori anche solo lontanamente di culturale”. Lo stesso odio verso la cultura in cui ha proliferato il nostro fascismo da operetta e, in parte, il nazismo per cui comunque, sul rapporto con la cultura, va fatto un discorso molto più ampio.
Lo stesso Chiusi si chiede “cosa sia diventata questa apologia apparentemente infinita dell’ignoranza ora che affolla le nostre vite online e, di conseguenza, sempre più le nostre vite e basta”.

Io mi chiedo: dobbiamo sottostare a tutto questo? Le dittature hanno vinto, oltre a profonde cause sociali ed economiche, non perché fossero maggioritarie nella società, ma perché chi poteva fronteggiarle culturalmente è restato in silenzio o ha derubricato snobisticamente quanto stava accadendo.

È necessaria una moderazione etica della rete? Io credo di no, Internet è vincente perché – nonostante i tentativi di molti – nasce libera, aperta e accessibile a chiunque.
E poi, ci piacerebbe una Rete normalizzata, asettica?
Chi può definire il “nuovo” sistema di valori altro rispetto a quello che regola la collettività intera?
Su questo sono d’accordo con chi dice “Internet è lo specchio della società”. Per questo non si può rimanere silenti o inerti, su Internet verso gli insulti a Bersani o per strada verso i forconi. O peggio, di fronte ai vari climi intellorabili. L’onere dell’agire torna al singolo, richiamando noi stessi alla responsabilità e all’impegno, in Rete come per strada.
Il silenzio e l’indifferenza non ce li possiamo più permettere di questi tempi, perché oggi il male torna a serpeggiare nella banalità delle persone normali.

Per chi si occupa di innovazione, della Rete, di digitale, una responsabilità in più, come ha detto Alfonso Fuggetta in un suo recente post:

C’è un abisso tra chi studia, approfondisce, confronta, interloquisce, impara e chi raccatta e ricombina a

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destra e a manca un po’ di frasi fatte per autopromuoversi e spacciarsi come “innovatore”. C’è un abisso tra l’essere “I più grandi esperti” di un tema e fare qualcosa di utile che ha un impatto concreto per qualcuno (non oso dire la società, mi basta “qualcuno”). C’è un abisso tra lo scrivere su Twitter “Perché Tizio non cambia? Perché Sempronio non si dimette? Sono passate 10 settimane, cosa ha fatto?”, e cambiare le cose nella pratica, sul serio, cioè fare vera innovazione

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