Oliver Eaton Williamson: le organizzazioni come reti stabili di transazioni

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23 dicembre, 2013
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Oliver Eaton Williamson (1932 – vivente) è un economista statunitense, professore nelle Università di Pennsylvania, Yale, UC Berkeley e, all’interno di quest’ultima, presso la Haas School of Business. Nel 2009 è stato insignito del premio Nobel per l’economia con la motivazione: “per la sua analisi della governance economica, specialmente per i limiti dell’impresa“.

Insigne rappresentante della corrente di pensiero nota come neoistituzionalismo (new institutional economics), Williamson è conosciuto per essere il più noto e prestigioso esponente del filone di studi che prende il nome di “Economia dei costi di transazione” (Transaction Costs Economics-ECT). È una scuola nata per studiare le imprese economiche ma – come vedremo – può avere rilevanti applicazioni anche nello studio di organizzazioni di altro tipo.

Il dilemma fondamentale dell’impresa: produrre o comprare? 

La ricerca di Williamson inizia dalla domanda: perché tutta la produzione non viene effettuata tutta in un’unica grande impresa. Per rispondere egli inizia osservando che è sbagliato considerare l’impresa come un’entità la cui funzione fondamentale è produrre. Bisogna invece considerarla come una struttura di governo (governance). Mentre nella teoria tradizionale dell’impresa il problema centrale è l’utilizzazione ottimale delle tecnologie disponibili, nella teoria dei costi di transazione il problema fondamentale diventa quello di stipulare contratti (transazioni) convenienti sotto il profilo del costo e dell’affidabilità.

Di conseguenza, l’unità di analisi non è più il bene prodotto, come avveniva nella scuola economica classica, ma diventa la transazione, ossia qualsiasi forma di contratto che abbia una rilevanza economica per l’impresa: contratti con fornitori esterni di beni o di servizi, contratti di lavoro stabile con personale che viene a lavorare alle dipendenze dell’impresa, contratti per prestazioni specifiche e temporanee, e anche contratti ibridi che legano stabilmente i contraenti all’impresa senza trasformarli in dipendenti. L’assetto interno dell’impresa risulta così definito dall’insieme dei contratti che essa stipula e dalle conseguenti strutture di governo per controllarne l’esecuzione.

Queste premesse portano a individuare nell’opzione “produrre o comprare” (to make-to buy) il dilemma fondamentale di qualsiasi impresa economica: conviene di più produrre al proprio interno un bene o un servizio, oppure conviene di più acquistarlo già pronto all’esterno?

Williamson, per chiarire, si rifà alla nota parabola di Adam Smith sulla produzione degli spilli. Un operaio che svolgesse da solo tutte le operazioni necessarie a produrre gli spilli impiegherebbe un tempo immenso e gli spilli avrebbero costi proibitivi. Ma la divisione del lavoro (Smith individuò diciotto distinte operazioni) risolve il problema perché consente di aumentare la produttività di parecchie decine di volte. Williamson riprende l’esempio di Smith per osservare che oggi l’ECT non si pone il problema di quanti spilli produrre e a quale prezzo, ma piuttosto quello di come organizzare e governare le diciotto distinte operazioni descritte da Smith: quali di quelle operazioni vengono compiute in casa e quali vengono fatte compiere da produttori esterni e quindi comperate?

Nel primo caso l’impresa assume personale da impiegare in base a contratti che prevedono remunerazione stabile e controllo gerarchico del lavoro svolto. Nel secondo caso l’impresa acquista beni e servizi sul mercato in base a criteri di prezzo e di qualità e avrà di conseguenza un personale interno ridotto. Vi possono però essere anche soluzioni intermedie, con formule come il franchising o la joint-venture, dove due o più contraenti stipulano contratti durevoli nel tempo pur rimanendo formalmente indipendenti.

Tutta l’economia dei costi di transazione ruota intorno ai criteri che stabiliscono la convenienza di una formula piuttosto che di un’altra. Tale convenienza dipende non solo dai costi di produzione (i soli considerati dall’economia classica), ma anche dai costi di transazione. Questi ultimi sono quelli necessari per stipulare e gestire un contratto e possono essere pagati sia prima che dopo il contratto stesso.

Si pagano prima i costi per cercare la controparte (ricerca che a volte può essere lunga e quindi costosa), per condurre la trattativa e per stipulare il contratto. Si pagano dopo i costi per far rispettare il contratto: tipicamente i costi legali nel caso di vertenze, ma anche i normali costi di controllo che una prestazione stabilita per contratto si svolga nei tempi e secondo le modalità pattuite (i “costi di salvaguardia“).

Nell’ipotesi che i costi di produzione siano uguali e costanti, sono i costi di transazione quelli su cui Williamson costruisce la sua teoria: l’esigenza di economizzare questi costi si pone come il problema centrale nel governare l’assetto dell’impresa.

In linea di principio, la tesi di Williamson è che quando l’impresa ha bisogno di beni o di servizi prodotti con tecnologie generiche e le transazioni sono relativamente poco frequenti, la scelta più conveniente è di rivolgersi al mercato (to buy): non produrre in casa, ma comprare il bene o il servizio da una impresa esterna che lo offra a prezzi di concorrenza.

Nei casi invece in cui la  tecnologia è specifica, le transazioni sono continue e c’è rischio di controversie per il rispetto del contratto, la scelta più conveniente è quella di produrre in casa con tecnologie di proprietà dell’impresa e con dipendenti regolarmente assunti (to make).

Al principio della contrattazione sul mercato si sostituisce il principio di disciplina accettato dai dipendenti in base a un contratto di impiego firmato in precedenza, che regola in una volta sola un numero assai alto di prestazioni continuative nel tempo e che è ridiscusso soltanto alla sua scadenza. Da parte sua l’impresa costruisce al suo interno una gerarchia di governo per garantirsi con il diretto controllo del processo produttivo che tutte le prestazioni pattuite con i dipendenti siano effettivamente eseguite. Infine, nel caso di transazioni ricorrenti che richiedono alta flessibilità e prestazioni specifiche, la scelta ottimale è quella dei contratti ibridi, che danno luogo a reti di contraenti formalmente indipendenti, ma funzionalmente interconnessi.

In situazioni contrattuali così diverse, sono diversificati anche gli strumenti di cui l’impresa dispone per controllare che le transazioni giungano a buon fine. Nelle situazioni di mercato puro – dove ogni singola transazione è un atto compiuto in sé, tanto che si parla di contratti istantanei – lo strumento tipico di controllo è il prezzo del bene che si compra. Nelle situazioni di produzione interna all’impresa (to make con lavoro dipendente) lo strumento tipico di controllo è la disciplina gerarchica (ma sempre più spesso le imprese ricorrono anche al coinvolgimento dei dipendenti con incentivi materiali e simbolici).

Infine nelle situazioni ibride come le reti tra grandi imprese e fornitori, il requisito essenziale è la fiducia reciproca. Questa va alimentata con iniziative mirate come la selezione preventiva dei fornitori più idonei, programmi di formazione guidata e continua, progetti congiunti per la ricerca di innovazione, partecipazione agli investimenti della casa madre. Si costruisce in tal modo un vasto reticolo destinato a durare nel tempo perché cementato da obblighi reciproci e da interessi comuni.

Organizzazione & mercato

La teoria dei costi di transazione si riferisce a un solo tipo di organizzazioni, quello delle imprese economiche sia private che pubbliche. Ma le sue innovazioni teoriche hanno conseguenze importanti per tutta la teoria organizzativa.

A ben riflettere, il modello weberiano di organizzazione burocratica, pur potendo avere molte varianti, si innesta su un assunto fondamentale, mai messo in discussione, ossia che l’oggetto dell’analisi organizzativa sono sempre e soltanto singole organizzazioni, concepite come entità dotate di confini precisi che le distinguono dal mondo circostante. Inoltre, pur nella consapevolezza che la struttura burocratica può essere più o meno rigida e sviluppata, permane l’implicito assunto di una sostanziale equivalenza tra organizzazione e burocrazia.

L’economia dei costi di transazione supera questa visione. In primo luogo essa ci avverte che il concetto di organizzazione è assai più vasto di quello di burocrazia. Si può parlare di organizzazione anche con riferimento a realtà o istituzioni che nel senso comune non sono percepite come organizzazioni, come il mercato o come reti composte da singole organizzazioni.

Il concetto di organizzazione diventa quindi molto più ampio di quello di burocrazia perché viene a denotare qualsiasi livello stabile di transazione tra soggetti, individuali o collettivi. Da un lato l’organizzazione non riguarda più una sola impresa, ma i rapporti tra due o più imprese (ovvero: anche il mercato per funzionare deve essere organizzato). Dall’altro lato le imprese stabiliscono al loro interno degli assetti che non sono soltanto gerarchici ma di mercato, come ad esempio quando una subunità dell’impresa vende i suoi prodotti o i suoi servizi ad altre subunità secondo criteri di concorrenza, con beni e servizi offerti dall’esterno (ipotesi del mercato interno all’organizzazione).

Tutte queste scelte possono essere ricondotte a un solo modello teorico, perché il concetto di organizzazione è ridefinito come una dimensione dotata di due estremi contrapposti, che sono il mercato e la gerarchia, con tante possibilità intermedie. Una seconda conseguenza che deriva dalla teoria dei costi di transazione è l’ingresso nel patrimonio teorico dell’analisi organizzativa di termini e concetti come fiducia e rete. La fiducia appare come il prerequisito indispensabile per qualsiasi tipo di relazione sociale, non solo di natura contrattuale. L’attenzione viene portata ai fattori che possono favorire o scoraggiare la crescita della fiducia in un determinato contesto organizzativo. Ci può essere una fiducia minima garantita da pure clausole legali, come all’opposto ci può essere una fiducia massima costruita sulla buona volontà dei contraenti di fornire il massimo delle loro prestazioni. E il fattore tempo assume un’importanza determinante: più il tempo scorre in relazioni di mutua soddisfazione e più la fiducia reciproca tende a crescere.

A sua volta la rete non è solo l’interconnessione tra più contraenti, ad esempio un’impresa madre con i suoi fornitori. Per funzionare una rete richiede il passaggio di informazioni e strategie collaborative, e queste a loro volta presuppongono rapporti di fiducia che si sviluppano nel tempo. Di qui il passo è breve per connettere i problemi della creazione di fiducia agli stili di leadership adottati nelle organizzazioni e/o nelle reti di organizzazioni. In linea di principio, quanto più la leadership è democratica e partecipativa, tanto più favorevoli sono le condizioni per far crescere i rapporti di fiducia tra i vari membri.

Conclusioni

Con l’avvento della teoria dei costi di transazione i rapporti tra analisi organizzativa e analisi economica vengono ripensati alla radice, perché la decisione dell’impresa di produrre in casa, di acquistare sul mercato oppure di costruire una rete selezionata di fornitori di fiducia ha una rilevanza al tempo stessa economica e organizzativa. Nel primo caso, come si è visto, l’impresa sceglie di avere molti dipendenti il cui lavoro va coordinato e controllato per via gerarchica. Nel secondo caso l’impresa sceglie di avere poco personale ma esperto nel condurre trattative tecnico-commerciali. Nel terzo caso l’impresa fa una scelta intermedia, con personale qualificato capace di organizzare durevoli gruppi di lavoro con i colleghi delle imprese appartenenti alla rete. Di fronte a queste diverse possibilità di scelta, economisti di impresa e studiosi di organizzazione si trovano sempre più a cooperare in comuni progetti di ricerca.

Concepire l’impresa come una struttura di governo delle transazioni apre, dunque, nuovi orizzonti alla ricerca organizzativa, alimentando da anni uno sterminato dibattito che investe insieme le scienze economiche, organizzative e dell’amministrazione

Ed è questo, in definitiva, il miglior lascito della teoria Williamsoniana: l’idea di un mercato che non può essere considerato come un meccanismo autosufficiente e avulso dal contesto sociale.

Bibliografia 

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Siti web ed altri libri di management hanno fornito informazioni in modo meno rilevante.

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