Web tax riformulata e altre fesserie: dalla padella alla brace

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18 dicembre, 2013
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Prima chiedevamo di farci capire, adesso non capiamo proprio: pare che la nuova versione della web tax, o Tobin Tax, o Google Tax (come se ci fosse solo Google, al mondo…), riscritta nella notte dopo l’insurrezione di Matteo Renzi, nuovo capo-popolo Pd e futuro, teorico, capo del Governo, sia quasi peggio dell’originale (per dirla col nostro amico Roberto Scano).

Secondo fonti autorevoli e autorevoli trasmissioni radio, la Commissione bilancio della Camera riscritto e alleggerito la web tax: dall’emendamento fiore all’occhiello del Pd alla Legge di Stabilità, sponsorizzato in prima persona dal presidente della Commissione, Francesco Boccia, sparisce infatti l’obbligo per i colossi di Internet che operano nel commercio elettronico diretto o indiretto di aprire una partita Iva in Italia, mentre rimane per gli spazi pubblicitari on line e il diritto d’autore. Il testo passerà ora alla Camera.

Dunque, facciamo chiarezza: Renzi, con una battuta azzeccata, aveva definito la prima web tax una “nuvola nera di Fantozzi contrapponendola alla nuova digitale famosa dopo i progetti di cloud computing italiani e non. La tesi di Renzi, sposata da diversi parlamentari Pd, era stata addirittura portata all’estremo dal lettiano Marco Meloni, che aveva invitato “il Parlamento ad eliminare la web tax”, perché rischia di “isolare l’Italia sulla nuova frontiera dell’economia e dello sviluppo”.

Ora la domanda chiave sulla nuova web tax sorge spontanea: se un’azienda straniera (Google, Amazon, Facebook, Pinco Pallino…) vende spazi pubblicitari via e-commerce deve aprire oppure no la partita IVA? Perché il paradosso o dilemma, chiamatelo come volete, resta.

In tal senso, può aiutare a capire le motivazioni del Governo sulla web tax quanto twittato anche da Flavio Zanonato, Ministro dello Sviluppo economico che si è fatto sentire, ma con una posizione molto diversa da quella di Renzi. “C’è un equivoco: non si tratta di tassare Internet ma di creare situazioni di parità per le nostre imprese. Stesse tasse“.

Tutta questa storia della web tax, che su tutti i social network e, inevitabilmente, anche sul blog di Beppe Grillo – dove è stata citata pure la norma del ddl Destinazione Italia che obbligherebbe i motori di ricerca ad accordarsi con gli editori prima di diffondere o anche solo indicizzare contenuti giornalistici (ne parliamo tra poco)- ha dominato la scena in lungo e in largo, lascia fondamentalmente la stessa scia di prima.

Perché non è ne economicamente ne socialmente accettabile, in un mondo digitalizzato dove le barriere della rete non esistono, applicare una sorta di protezionismo mirato al web del quale la web tax è solo la punta dell’iceberg, a margine di una settimana digitalmente cabarettistica, denominata da più parti la settimana nera del digitale italiano.

In tre mosse, infatti, la nostra agenda digitale – già inesistente – è stata ancor più affossata: prima la web tax (vecchia o nuova versione non cambia di molto il giudizio, anzi come abbiamo visto complica l’analisi), poi il diritto d’autore online tutelato dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AgCom), che con una legge ad hoc, di fatto, si attribuisce il potere decisionale su qualsiasi genere di contenuto pubblicato online. L’Autorità potrà anche ordinare ai nostri Internet services provider di dirottare il traffico diretto verso talune piattaforme, contribuendo così al totale isolamento telematico del nostro Paese.

Chiudiamo con uno sguardo a Destinazione Italia. Il testo ufficiale non è ancora noto, ma la prima norma indicata stabilirà che per linkare, indicizzare, embeddare, aggregare un contenuto giornalistico sarà necessario richiedere il permesso delle associazioni di categoria degli editori e pagare il prezzo che dovrà essere concordato con queste ultime o, qualora ciò non risultasse possibile, stabilito da AgCom. Qui, in pratica, si riscrive il senso stesso della circolazione informativa online: non è più l’utente che sceglie, ma le associazioni di categoria.

L’altra disposizione del decreto che dovrebbe attrarre imprese e investitori esteri in Italia vira invece sui libri: la lettura verrà incentivata attraverso un opportuno programma di benefici fiscali che, tuttavia, non riguarderanno i libri elettronici. I tablet, quindi, nell’era dei tablet, ne restano fuori.

Non bastava, quindi, l’IVA più alta per gli ebook e il posticipo continuo dei testi digitali a scuola: il Governo ritiene giusto penalizzarli ulteriormente non comprendendo quanto la tecnologia digitale possa aiutare a diffondere la cultura. Ma del resto, partendo dalla web tax (etimologicamente una bestemmia) non potevamo che peggiorare.

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