Tra web tax ed equo compenso: l’Italia non si desta mai

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16 dicembre, 2013
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Fateci capire, perché probabilmente siamo noi quelli retrogradi che non comprendono la web tax, l’agenda digitale sponsorizzata e poi ‘trombata’ da proposte ‘ad aziendam’ e, ultima chicca, l’equo compenso della SIAE (guarda caso favorevolissima alla web tax) su smartphone, tablet e computer.

Fateci capire perché francamente restiamo spiazzati da Matteo Renzi che dichiara – video, audio, scriptum, c’è tutto in rete – la sua assoluta fede nel digitale e nell’agenda digitale e poi, dopo mezz’ora, vede il partito che lui capeggia votare in Commissione una legge che rischia seriamente di portare via dall’Italia tutte le principali imprese di tecnologia e servizi Internet, hosting e quant’altro.

Web Tax

Partiamo da qui: su Twitter e Facebook potete sbizzarrirvi nel segnalarci la vostra opinione su una tassa che solo in Italia è stata applicata e che Forbes ha già definito illegale. Quel che ci preme su queste latitudini e spiegare precisamente cos’è questa web tax e i suoi potenziali effetti distruttivi sull’agenda digitale e più in generale sul passaggio dalla digitalizzazione dell’esistente alla digitalizzazione delle abitudini, che è quello a cui dovrebbe aspirare un Paese pseudo-industrializzato come il nostro.

La web tax, introdotta dall’emendamento proposto da Francesco Boccia ed Edoardo Fanucci (Pd), prevede che i giganti del web, da Google ad Amazon, dovranno avere la partita Iva italiana. I due emendamenti alla Legge di Stabilità che hanno ottenuto l’ok, nello specifico, obbligano le aziende italiane ad acquistare servizi online, si tratti di e-commerce o di pubblicità, da aziende con partita Iva italiana, così da circoscrivere le transazioni nei nostri confini, e stringono il cerchio attorno alla pubblicità online, che dovrà essere completamente tracciabile con pagamenti via bonifico bancario o postale.

In questo modo i volumi di vendita realizzati in Italia (vendita di pubblicità,’e-commerce, gioco on line) sarebbero anche fatturati in Italia, con il conseguente gettito, mentre oggi vengono fatturati in altri Paesi con regimi fiscali agevolati (una su tutte l’Irlanda).

Sulla legittimità di questa web tax, sono sorti diversi dubbi: li hanno sollevati Giampaolo Galli e Marco Causi del Pd, timorosi che la norma possa andare in contrasto con le normative europee visto che il dossier a Bruxelles non è stato ancora affrontato.

In effetti, come dice l’American Chamber of Commerce in Italy, una sorta di Confindustria americana, ci sono un bel po’ di paradossi e contraddizioni. “È evidente la contraddizione tra le finalità di questi emendamenti, dal vago sapore protezionista, rispetto agli scopi di apertura ed incremento dell’attrattività del Paese contenuti nel piano Destinazione Italia. Da un lato si chiede agli investitori internazionali di scommettere sull’Italia, dall’altro, invece, si innalzano nuove barriere per difendere presunti interessi nazionali“.

E ancora. “Come sottolineato da numerosi esperti del settore, tale norma, se approvata, potrebbe esporre l’Italia ad una procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea, per possibili violazioni dei trattati e delle normative Ue sui principi del mercato unico e della libera circolazione dei servizi“.

Non essendo di parte, richiamiamo anche il pensiero dell’ideatore e principale sostenitore della web tax, il deputato PD e presidente della commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia. “Chi guadagna in Italia è giusto che paghi le tasse in Italia, con la nuova web tax tutte le aziende saranno finalmente uguali davanti al fisco“.

Non si tratta di una nuova imposta ma di un atto di equità e giustizia: da questo punto di vista non c’è differenza tra le multinazionali americane e le piccole imprese di Busto Arsizio o Matera. Chi non é d’accordo e sostiene il contrario spieghi il perché alle migliaia di ditte che operano in una situazione di concorrenza sleale messa in atto dai giganti internazionali che finora, per una legge sbagliata, hanno sempre pagato solo pochi spiccioli rispetto agli altissimi guadagni che riescono a fare nel nostro Paese. Affermare che la cosiddetta web tax disincentiva gli investimenti è un colossale errore. L’unica cosa certa é che le aziende operano dove capiscono che possono raggiungere i profitti più alti e d’ora in poi dovranno destinare una parte dei loro guadagni al fisco del Paese che le rende sempre più ricche. Esattamente come tutti gli altri operatori italiani. Questi sono fatti. Il resto sono chiacchiere a gettone, nel vero senso della parola“.

Rischi della Web Tax

Boccia parla, di fatto, di protezionismo, qualcosa che forse avrebbe senso su particolari settori ma, quando si parla di web, è proprio per definizione una mezza assurdità. Proteggere qualcosa di libero come la rete ha senso? O è piuttosto una prigionia per l’investitore in generale?

Di fatto, la web tax vieta l’utilizzo di servizi Google, Facebook, Amazon se questi non hanno partita iva italiana: il danno non è solo per l’investitore straniero, ma anche – e forse soprattutto – per quello italiano. Il quale si troverà a dover scegliere ‘per forza’, e non ‘per concorrenza’.

Passiamo alla partita iva in senso stretto: chi pagherà le tasse di Google (o di Amazon, o di Facebook) in Italia? Sempre le imprese italiane, visto che le maggiori tasse sui servizi venduti da google in Italia si riverseranno sicuramente sulle tariffe.

Il tutto, in definitiva, rischia seriamente di avere un effetto boomerang sul mercato del lavoro e sulle nostre startup. Non solo: anche l’e-commerce potrebbe risentirne. E’ vero che per ora la web tax coinvolge scambi e acquisti di servizi di aziende (e non di privati), ma l’estensione della norma in questa direzione – e quindi anche per chi compra un ebook o un file musicale – è dietro l’angolo.

L’equo compenso

In parole povere, la SIAE ha aumentato l’equo compenso per copie private, aumentando le tasse su smartphone, tablet e computer. Secondo la SIAE la ‘mossa’ servirà ad arginare la diffusione di contenuti illegali, tra film, musica, video.

La tassa verrà calcolata sulla base della quantità di memoria integrata. Secondo fonti non confermate, i rincari per gli smartphone e altri dispoitivi mobile potrebbero moltiplicarsi, penalizzando l’industria elettronica. L’equo compenso è un ”contributo imposto ai produttori e agli importatori di prodotti elettronici finalizzati alla riproduzione o alla registrazione di contenuti digitali come indennizzo sull’utilizzo e la copia privata delle opere protette da diritto d’autore“.

In pratica, una tassa preventiva e di compensazione per il download di musica, film ed altri contenuti multimediali protetti da copyright. La quota sarà versata alla SIAE nella misura del 70%, mentre il 30% rimanente sarà destinato agli autori.

Esempi immediati: gli iphone da 16GB verranno a costare 4 euro in più a partire da gennaio, i tablet 2 euro in più e i computer circa 3 euro in più. Le entrate serviranno, alla SIAE, per creare un fondo a supporto della diffusione culturale, tramite borse di studio, premi e altro per musicisti, cantautori, artisti emergenti.

Considerazioni finali

Le aziende multinazionali continueranno a vendere i loro ottimi prodotti in Italia, con partita IVA italiana, così come chi decide di acquistare un iphone a 700 euro non si farà problemi a comprarlo a 704. Il punto però è un altro: teoricamente la tecnologia andrebbe sfruttata per creare lavoro, opportunità di investimento, nuova istruzione.

Qui, invece, la si utilizza per rimpolpare le casse dello Stato – il che evidentemente è necessario – tramite lo sfruttamento della rete, dei servizi Internet, delle nuove tecnologie, del futuro in termini lavorativi e utilizzatrici. Se questo è ciò che si intende per avere a cuore l’agenda digitale, beh, francamente continuiamo a non capire e necessitiamo di una spiegazione. Chi ce la da?

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