Agenda Digitale / Apps & Mobile / Aziende / Egovnews / in evidenza / Innovazione / Marketing / Social Media

Google tax, Francia d’accordo sull’obbligo di partita Iva. Gli emendamenti del Pd Boccia e Carbone

Google tax, Francia d’accordo sull’obbligo di partita Iva. Gli emendamenti del Pd Boccia e Carbone
2 minuti di lettura

La Francia si dimostra ancora una volta il paese più determinato nell’arginare lo strapotere dei colossi del web. Vi ricordate il fondo da 60 milioni di euro che ha “convinto” Google a creare per sostenere i produttori di contenuti giornalistici alle prese con il digitale, e l’approvazione dell’emendamento anti-Amazon per proteggere le librerie? Per non parlare del mini-vertice di Parigi sull’evasione fiscale di talune web company…

Non è finita qui. Qualche giorno fa Francois Hollande ha incontrato i vertici di Netflix, il colosso web da 40 milioni di abbonati nel mondo che permette di vedere film a noleggio e in streaming sul web e che ha praticamente sostituito Blockbuster. Dopo Uk, Olanda, Irlanda e Svezia la società americana ha infatti voluto comunicare la sua intenzione di investire in Francia.
Hollande e David Kessler, consigliere del Presidente della Repubblica francese incaricato per media e cultura, non hanno battuto ciglio: “Netflix –  hanno spiegato – è la benvenuta, purché apra una partita Iva francese”.

Ma non è la stessa proposta di Boccia, quella dell’emendamento alla legge di stabilità già timidamente ritirato in Senato perché ci esporrebbe al rischio di procedura d’infrazione?

In realtà la cosiddetta Google Tax, ora riproposta alla Camera, è articolata in due emendamenti: uno, quello Boccia, che prevede l’obbligo per tutti coloro che raccolgono pubblicità on line in Italia di dotarsi di una partita Iva italiana (materia di competenza comunitaria e quindi a rischio di infrazione), e l’altro, a firma di Carbone, che aggira la partita Iva per intervenire sulla tassazione dei redditi prodotti in Italia.

Secondo le norme italiane i soggetti “non residenti” nello Stato sono tenuti a pagare le tasse solo se i redditi che producono nel territorio sono ottenuti mediante “una stabile organizzazione”, cosa che con l’avvento delle nuove tecnologie non sarebbe più necessaria. Per questo l”emendamento Carbone propone di inserire una “nuova” forma di “stabile organizzazione” al Testo unico delle imposte sui redditi: “costituisce stabile organizzazione”, si legge, “l’utilizzo abituale della rete nazionale, sia esse fissa, mobile o satellitare, per trasmettere dati da elaboratori elettronici, localizzati anche fuori dal territorio nazionale, verso indirizzi Ip italiani al fine di fornire servizi on line”.

La materia, divisa tra “giustizie” fiscali e rischio di derive protezionistiche, è senz’altro delicata: la decontestualizzazione che le nuove tecnologie consentono solleva dei problemi, giuridici e non solo, per i quali forse non siamo maturi. Intanto però una cosa è certa: la web tax porterebbe nelle casse dello Stato italiano almeno un miliardo di euro l’anno. Che di questi tempi non farebbero per niente male.

 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>