Google, Apple & Co. nel mirino dell’UE: in arrivo la stretta anti-evasione mentre in Italia salta l’emendamento Boccia

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26 novembre, 2013
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La piaga dell’evasione fiscale, non solo italiana ma comune a tutti i Paesi membri dell’Ue, di riflesso lo sta diventando anche per i big americani della tecnologia, come Google, Apple, Facebook, ecc. La Commissione Ue, infatti, ha proposto di rivedere la direttiva sulle sussidiarie, ovvero le filiali di società più grandi. Perché? Per impedire che il trasferimento di profitti tra l’azienda madre e le sue “succursali” in altri Paesi venga utilizzato per evadere il fisco.

Infatti al momento la direttiva, originariamente concepita per prevenire che società dello stesso gruppo, con base in diversi Stati, venissero tassate due volte, obbliga gli Stati a dare alle aziende una esenzione fiscale sui dividendi che ricevono dalle loro filiali in altri Stati. Ma in alcuni casi gli Stati dove risiedono le filiali classificano questi dividendi come pagamenti deducibili, con il risultato che queste somme non vengono tassate in nessuno Stato.

Specialmente le grandi aziende come Amazon, Google, Apple, ecc. riescono a sfruttare le falle del sistema europeo articolato in ben 28 legislazioni diverse. L’iniziativa però “non è dedicata” a loro, ha assicurato il Commissario alla fiscalità Algirdas Semeta, ma “affronta un problema che esiste non solo tra i grandi nomi ma anche tra molte altre aziende che usano questi schemi per evadere le tasse”. Si tratta, spiega Semeta, di un problema che ogni anno non fa arrivare nelle casse degli Stati parecchi miliardi.

Un approccio alla questione, quello europeo, che solleverebbe l’Italia dalle accuse probabilmente all’origine dello stralcio dell’emendamento anti-Google, ritirato infatti domenica sera in Commissione Bilancio di Palazzo Madama. Il vizio della proposta è più che altro di metodo: se la proposta di Boccia dovesse passare, il Parlamento italiano si metterebbe nella posizione di regolamentare non solo il flusso di prestazioni e denaro in direzione dell’Italia ma di intervenire su una pratica adottata a livello comunitario, senza peraltro confrontarsi con le parti coinvolte e competenti e senza prendere in considerazione contesto e dimensione internazionale della decisione.

Se al contrario la questione viene affrontata in sede sovranazionale, non solo si evita di rallentare l’iter parlamentare di una legge di stabilità già in clamoroso ritardo sulla tabella di marcia, ma anche che l’Italia assuma posizioni impopolari per le web company e magari anche a rischio di procedure d’infrazione da parte dell’Ue.

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