Agenda Digitale, i Fatti non esistono

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25 novembre, 2013
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I fatti dell’agenda digitale non esistono. Ci siamo anche stancati di ripeterlo, ma del resto occupandoci di e-government e pubblica amministrazione digitale non possiamo non parlarne. La realtà, a fine 2013, è che un altro anno è stato perduto e tutte le nostre Istituzioni, Governo, Parlamento, Senato, hanno lasciato sul piatto l’ennesima occasione per rilanciare il Paese.

Questa agenda digitale, che tra poco – vediamo se non è vero – cambierà anche nome (così non ci ricorderemo che se ne parla da circa 3 anni più o meno senza arrivare ad un dunque), è a mezza via tra il Godot di Beckett e la Costa Concordia. Anche se, per naufragare, bisogna prima esistere e qui siamo ancora al passo precedente.

I campioni digitali

Partiamo da Francesco Caio, Mister Agenda Digitale o aspirante Digital Champion: dopo 5 mesi da responsabile della digitalizzazione del paese, ovvero dal fatidico 13 giugno 2013 data in cui Enrico Letta lo nominò commissario per l’Agenda Digitale, cosa è cambiato?

In teoria avrebbe dovuto riordinare le attività della PA digitale in meno di tre mesi, partendo dal decreto crescita 2.0 che se pur incompleto, se pur non focalizzato, almeno qualcosa conterrebbe. A parte i tre obiettivi – peraltro, per i più, anche un tantino superati – che Caio continua a ripetere come prioritari dell’agenda digitale ossia anagrafe unicaidentità digitale e pagamenti elettronici, abbiamo assistito a tante chiacchiere, una task force di 12 esperti (lo scorso 21 ottobre) e, siccome evidentemente non bastavano, un altro paio di consulenti. Con tutti questi aiuti, qualcosa di meglio del nulla dovrebbe venire fuori, o no? No.

Tra l’altro: su Internet, un sito dove in tempo reale ci sia un aggiornamento dei lavori di tutti i digital champion, dei 12 saggi, dei 3 aiutanti, riusciremo a vederlo prima dell’anno del mai? Vogliamo una trasparenza pubblica senza essere trasparenti nei lavori che devono portarcela? Pazzesco. E non è l’unica cosa assurda.

Pensate solamente a questa storia dell’Agenzia per l’Italia Digitale, che è ancora formalmente un commissariamento di DigitPA e dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie dell’Innovazione: secondo voi ci possiamo permettere un ente fermo in attesa di Statuto? E’ umanamente sostenibile?

Quel che però è peggio è che qualcuno che, in Parlamento, propone di darsi una mossa ci sarebbe anche. L’esempio è Paolo Coppola, ex sindaco di Udine e uno dei più attivi nelle tematiche dell’innovazione, che ha proposto (con ampio consenso) l‘idea di costituire una commissione parlamentare permanente dedicata alla tematica dell’agenda digitale ed innovazione, per evitare le frammentazioni.

Un’agenda senza capo ne’ coda

Aspettando che la Commissione ad hoc sull’agenda digitale possa nascere tra i mille impedimenti del nostro sistema parlamentare, quello che abbiamo oggi cos’è?

Una serie di punti buttati la a caso, con aggiunta qua e la di banda larga e lotta al digital divide (che fa sempre trendy), per i quali però non è ben chiaro in nessun documento normativo quali siano gli stanziamenti specifici per ogni singola attività.

Se ci pensate, siamo al punto di partenza. Anche volendo esaminare punto per punto i diktat di Caio, è chiaro come l’alfabetizzazione digitale al momento sia più che altro una chimera se, come dichiarato da Gianpiero D’Alia, “meno del 10% dei dipendenti ha età inferiore ai 35 anni ed è già un successo se sa usare il fax”.

Cosa si sta facendo, a parte ribadire che è importante, per l’alfabetizzazione digitale? E’ il primo punto dell’agenda digitale di Caio, ma non ci sono competenze, non c’è una governance, non c’è un progetto, non c’è un decreto. non c’è nulla.

Contenti di essere uno dei due Paesi al mondo (pensa te…) dove si utilizza la posta elettronica certificata, siamo sempre penultimi a livello mondiale come nella classifica dell’OCSE per l’uso dei servizi di e-government e tali rimarremo.

Eppure basterebbe poco

Mentre ci sarebbe bisogno di standard univoci, semplici, riconosciuti da PA e cittadini, nel settore pubblico si continua a lavorare ognuno per se, ad assistere a best practices che non possono parlarsi con le altre amministrazioni. E pensare che, nell’era dell’open government (presunto e agognato) acquistare prodotti ed erogare servizi che non si parlano tra loro dovrebbe essere vietato dalla legge.

Aumentare l’interoperabilità tra le diverse infrastrutture, locali e nazionali, far dialogare in rete le pubbliche amministrazioni, unificare, anche in cloud, i loro data center, ma soprattutto rendere facile e conveniente per i cittadini usare Internet. In tre righe abbiamo già identificato dei Fatti concreti, non delle chiacchiere.

Chiusura con chicca finale. “Il tema non è il dossier Telecom ma la capacità dell’Italia di rispettare i target dell’Agenda digitale europea al 2020“. Caro Francesco Caio, prima di rispettare i target europei sarebbe meglio avere dei target interni. Io, personalmente, non li vedo.

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