Agenda Digitale, Letta assume altri esperti. Il senso ci sfugge
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Agenda Digitale, Letta assume altri esperti. Il senso ci sfugge

Scritto da:     Tags:  , , , , , , , , ,     Data di inserimento:  20 novembre, 2013  |  Nessun commento
20 novembre, 2013
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Bastassero gli esperti, per fare un’agenda digitale, probabilmente ce l’avremmo già da più o meno 10 anni. C’è chi ancora ne è convinto, però, anteponendo probabilmente la necessità di migliorare il servizio al cittadino utilizzando tecnologie utili alla parvenza di accademico sapere che, fine a se stesso, serve come una copertina vuota.

L’ultima notizia della “telenovela” agenda digitale è l’assunzione, da parte del premier Enrico Letta, di due futuri alfieri di Francesco Caio, che resta Mister Agenda Digitale ma non sarà più solo nel suo lavoro. Trattasi di Scott Marcus, già advisor della Federal Communication Commission e di numerose aziende e istituzioni europee su temi di nuove reti, e Gérard Pogorelprofessore emerito dell’Università ParisTech.

I tre moschettieri

I due, ufficializzati con un comunicato stampa di Palazzo Chigi, dovranno occuparsi dell’analisi sullo stato attuale dell’infrastruttura di banda larga in Italia e dello sviluppo della strategia coerente con gli obiettivi indicati dalla UE per il 2020. Un po’ più in la no?

Nel comunicato si legge che la scelta è stata fatta al fine “di promuoverne l’adozione nella pubblica amministrazione e di accelerare la costruzione di reti in banda larga ultraveloce“. Marcus e Pogorel inizieranno le loro analisi a partire dalla prossima settimana.

Francesco Caio – queste le parole di Enrico Letta – ha in questi mesi definito con chiarezza le priorità di intervento, accelerato la realizzazione dei principali progetti e disegnato una governance per l’Agenzia finalizzandone lo Statuto (oggi al vaglio delle Amministrazioni). In concomitanza col Consiglio Europeo di ottobre gli ho chiesto di includere nelle sue attività di attuazione dell’Agenda Digitale la definizione di un processo strutturato che consenta alla Presidenza del Consiglio di avere piena e tempestiva visibilità sull’evoluzione della qualità e degli investimenti nella rete in banda larga: una infrastruttura che questo governo considera essenziale per la competitività del Paese, le sue prospettive di crescita e occupazione e il rispetto degli obiettivi fissati dall’Europa per la digitalizzazione degli Stati Membri”.

In pratica, se leggiamo bene, gli esperti sarebbero chiamati a misurare, assieme Caio, il ritardo che abbiamo attualmente in tema di banda larga. Tipico di noi italiani: se siamo ultimi in classifica guardiamo quanti punti ci separano dalla terzultima (quota salvezza), invece di pensare unicamente a migliorarci spendendo magari risorse in maniera più costruttiva che analitica.

Vogliamo dire: che siamo in ritardo su banda larga e agenda digitale lo sappiamo da “millemila” anni, c’era proprio necessità di quantificare il ritardo o sarebbe meglio colmarlo con azioni concrete che vadano aldilà dei piani strategici privi di governance condivisa?

Priorità e paradossi

Dice Letta che Caio in questi mesi ha definito le priorità di intervento. Siamo sempre li: anagrafe unica, identità digitale e pagamenti elettronici sono le tre linee programmatiche individuate da Mister Agenda Digitale, che di recente peraltro ha auspicato “che lo statuto dell’Agenzia per l’Italia Digitale sia varato presto”.

Il ministro per la PA D’Alia, che chiede quotidianamente dei report sull’attività, sostiene giustamente che uno dei tre punti, ossia i pagamenti elettronici per la pubblica amministrazione, se applicato consentirebbe un risparmio da 60 miliardi di euro, pari a un paio di manovre finanziarie.

Bisogna mettere nelle condizioni i comuni di dialogare tra loro, in questo momento ognuno coltiva il suo orticello e nessuno è autorizzato ad entrare. Si farebbe un bel salto di qualità con la digitalizzazione dei comuni“, ha dichiarato D’Alia, nel suo intervento al Digital government summit 2013. Per realizzarla, ha spiegato il ministro, “ci vorranno un paio d’anni di buon lavoro. Abbiamo iniziato bene e quindi siamo assolutamente ottimisti“.

Il paradosso è che il tempo non c’è, e mentre misuriamo gli scarti, gli altri vanno avanti e noi ci troviamo con una scuola digitale al palo – seppur varata di legge fresca – e con la fila alle Poste o negli uffici comunali per qualsiasi tipologia di servizio che andrebbe informatizzato.

Siamo ancora li, a pensare a come digitalizzare l’esistente mentre l’unica cosa da fare probabilmente sarebbe delegificare la PA e sfruttare le potenzialità che abbiamo partendo dalle tantissime – e peraltro fatte molto bene – analisi che già esistono e non necessitano di fondi pubblici per assumere altri esperti a corollario.

La Digital Agenda for Europe, agenda digitale europea capitanata da Neelie Kroes, ci dice ad esempio che la situazione del commercio elettronico italiano è scoraggiante: che solo il 17% di tutti gli italiani faccia acquisti online non sorprende, che la percentuale arrivi solo al 29% tra gli utenti attivi online lascia perplessi. Siamo sicuri quindi che la strada dei pagamenti online della PA migliorerebbe la vita di tutti?

Questa situazione non è contrastata dagli imprenditori, che continuano a non investire in un settore globalmente in espansione. Solo il 4.2% delle PMI vende online i propri beni (13,4% la media UE). La percentuale cresce fino al 19,8% considerando le grandi imprese ma aumenta anche il gap con la media comunitaria: 34.8% sul totale.

Considerando il boom degli smartphone e della telefonia mobile in Italia, perché ad esempio non partire da qui? Perché non cercare un’unione tra le app e i pagamenti della PA o i  servizi di e-government prioritari? Il 97% del territorio è coperto dalla rete 3G, e sono 160 i dispositivi mobili attivi ogni 100 abitanti. Perché Caio e gli altri non ne parlano mai? Sono queste le cose che si faticano a comprendere e che ci fanno pensare che non basterebbero nemmeno Clark Kent e Burt Allen insieme per sdoganare in Italia l’agenda digitale.

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