Il ruolo dello Stato e la crescita digitale

Scritto da:     Tags:  , , , ,     Data di inserimento:  14 novembre, 2013  |  Nessun commento
14 novembre, 2013
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Digitale e Stato: negli ultimi mesi ho avuto modo di confrontarmi con diverse tipologie di ‘studenti’ che, a vario titolo, hanno preso parte a seminari e lezioni frontali sui temi del digitale e dell’innovazione.

Nella mia esposizione ho trattato argomenti che avevano a che fare con il ruolo e i compiti dello Stato (eGovernment, eDemocracy, Open Data, Public Services, Taxation, Civick Hacking, ecc.).

Quando, nella fase di interlocuzione, chiedevo ai convenuti quali fossero i compiti dello Stato per contestualizzarli con i bisogni personali e collettivi, mi son accorto che per molti di loro lo Stato, quello con la S maiuscola, rimane qualcosa di etereo, di impalpabile, forse di astratto che si concretizza solamente con simboli (bandiere, cartine geografiche, inni) ma non riesce a rappresentare al meglio il suo ruolo e la sua missione.

Dunque ho provato a fare ulteriori domande per capire quale fosse il problema e, forse, ho compreso che ciòo è legato al concetto di prossimità. Lo Stato buono è quello che ti è più prossimo, quello che se lo chiami ti risponde e ti accoglie, quello che puoi vedere, toccare. Insomma per usare una metafora, è lo sceriffo!

Lo Stato cattivo è quello che ti tassa e non ti ascolta, quello che abita palazzi in luoghi distanti e che non puoi toccare, al massimo puoi vedere, ma solo in televisione. Insomma per usare una metafora è il Re, il Conte, il Cardinale e chiunque altro esiga tributi feudali.

Ora tornando al tema del digitale e al ruolo dello Stato per renderlo attuabile, utile e, soprattuto, incisivo sul PIL e sulla crescita collettiva, possiamo porci delle domande alla luce di tutti gli insuccessi più o meno recenti. Può lo Stato sviluppare un piano di infrastrutturazione digitale (banda larga) o farebbe meglio a lasciare spazio al mercato che, come si sa, investe solo se ha un ritorno sicuro.

Può lo Stato acculturare cittadini e imprese investendo in formazione massiva per superare il gap che ci distanzia dal resto del mondo o è meglio lasciare che siano i prodotti consumer e lo switch-off dei servizi a cambiare i nostri stili di vita e i processi di business?

L’Agenda Digitale la deve gestire e finanziare lo Stato centrale (governo) o la devono far germogliare i territori portando buone pratiche mutuate da esperienze e successi?

La teoria della sussidiarietà sostiene che lo Stato, anziché pianificare e gestire la società, si debba alleggerire nei compiti e soprattutto nei costi, per intervenire solamente quando è veramente necessario. Lo Stato diventa il timoniere della società e non più il motore.

Questo principio è affermato nel 1931 dalla Dottrina Sociale della Chiesa con la lettera Enciclica “Quadragesimo Anno” di Papa Pio XI la quale, tra l’altro afferma:

Come è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che nelle minori e inferiori comunità si può fare.”

Quindi lo Stato deve lasciare fare alla società, ma a differenza dell’idea liberale non deve rimanere sempre spettatore passivo, ma deve intervenire ogni qual volta la società è incapace o ingiusta.

Queste considerazioni sono il frutto anche di una recente esperienza che mi ha visto partecipare a un momento di kick-off su una definizione di strategie e azioni per accompagnare cittadini e imprese al miglioramento delle loro capacità e competenze digitali. Per l’ennesima volta ho vissuto e assistito a un tentativo teso a strutturare un piano che dal centro dello Stato potesse dispiegare le sue raccomandazioni a tutta la periferia, con gli esiti che tutti conosciamo.

Credo che non vi siano alternative per crescere se non quelle di abbracciare il cambiamento senza voltarsi indietro. Senza pianificare assolutamente nulla perchè il tempo (o time to market) non lo consente più. I tempi per la definizione di regole vengono spazzati via dal cambio repentino dei paradigmi tecnologici. Non c’è più tempo per riunirsi, discutere, pianificare. Ovvero, anche quello è tempo perso. Bisogna cambiare, e per cambiare c’è bisogno di meno Stato e di più iniziativa sia personale che collettiva.

Non si tratta di tornare al Far West ma di convincersi che continuando a tenere il freno a mano tirato saranno sempre gli altri a sorpassarci.

L’Agenda Digitale dobbiamo farla tutti noi, ogni giorno, dicendo basta con le vecchie liturgie, con i no, i forse o peggio ancora: ‘ragioniamoci un po’ prima di decidere’. E’ già troppo tardi e dobbiamo rivoltarci a chi non accetta pagamenti elettronici a chi emette biglietti di carta a chi non vende on-line a chi non risponde in real-time a chi non vuol cambiare.

A proposito, questo è il sito dell’Agenda Digitale del Governo Italiano: http://www.agenda-digitale.it/ dopo aver cliccato fate un respiro profondo.

 

 

 

 

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