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Agenda digitale, un lampo nella notte: le lavagne interattive sponsorizzate hanno un senso

Agenda digitale, un lampo nella notte: le lavagne interattive sponsorizzate hanno un senso
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L’idea non è male, anzi forse è anche una delle poche cose fattibili a livello di agenda digitale, questa locuzione sconosciuta della quale si continua a parlare – e straparlare – senza darle un seguito, un senso, un motivo. Per una volta, però, vogliamo complimentarci con il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza e la sua iniziativa delle lavagne interattive sponsorizzate nelle scuole pubbliche italiane.

Scuola digitale e lavagne personalizzate

In attesa che i libri digitali non vengano posticipati al Mondiale del 2018 (per ora, pare, restano programmati dopo Brasile 2014…), ecco la promozione del fund raising nelle scuole pubbliche in crisi di finanziamento statale, puntando anche ad ottenere l’ok dal ministero dell’Economia per defiscalizzare del tutto le donazioni alle scuole (ora è al 19 per cento).

Come funzionerebbe la pratica inseribile al merito nell’ottica di un’agenda digitale che funzioni? Semplice: le lavagne interattive altrimenti denominate LIM potranno d’ora in poi essere sponsorizzate. “È finita l’epoca in cui si acquistano piattaforme di Stato, questo è il punto – ha detto la Carrozza –È più sensato, dal punto di vista strategico ed economico, dotare le scuole di un fondo per comprarsi la lavagna interattiva del modello e della marca che ritengono più adatta”.

In parole povere, coinvolgiamo il privato per dare una mano allo sviluppo della tecnologia nella scuola pubblica, evitando di attingere da un serbatoio ormai vuoto: ottima idea soprattutto se, per una volta, il fine ultimo è dotare le scuole di strumenti digitali che migliorerebbero l’istruzione.

Si mettono in campo azioni di procurement avanzato che coinvolga anche i privati, grandi o piccoli che siano, interessati ad investire nella scuola. L’ecosistema dell’innovazione scolastica che ho in mente non fa solo innovazione di prodotto ma anche di fund raising”.

La scuola digitale italiana, quindi, apre al modello americano, anche se i sindacati criticano il ministro e lo invitano a non sostituire lo Stato: i sindacati applaudono “ai singoli casi virtuosi“, ma non a un modo per eludere il problema delle risorse mancanti. Ma in epoca di tagli lineari, il ministro non aveva alternative: gli istituti scolastici avranno fondi autonomi grazie al fund raising e alle sponsorizzazioni.

Il Decreto del ministro Carrozza ha già stanziato fondi per il WiFi e la scuola in generale, ma la scuola digitale costa: per comprare lavagne multimediali (LIM) e tablet per gli e-book, aprire ai privati sta diventando la norma. E, onestamente, non sembra neppure una strada così campata per aria.

Il ministro Carrozza ha anche sottolineato che per liberare risorse “si può lavorare per defiscalizzare le donazioni dei privati alle scuole“. Nel pacchetto “L’istruzione Riparte sono previsti 15 milioni per il wi-fi nelle scuole: “Ne vorremmo di più ma sono quelli che avevamo a disposizione. Gradualmente continueremo a cercarne altri provando, anche qui, a far intervenire i privati. Ma il principio che muove è sempre quello di rendere le scuole autonome da questo di vista”.

L’agenda digitale che latita

Nel frattempo, quello che è emerso al Consiglio Europeo per l’agenda digitale lascia l’Italia li dove l’aveva trovata. In mezzo a un mare tempestoso, con pochissime idee percorribili e la sensazione, perenne, che tra digitalizzazione dell’esistente e mancanza di una governance condivisa qua ci restiamo secchi.

Enrico Letta può anche allinearsi con Barroso e Neelie Kroes, che in conclusione del Cosiglio Europeo avevano sottolineato la necessità di procedere all’approvazione della proposta di regolamento sul mercato unico delle telecomunicazioni prima della fine della legislatura del Parlamento europeo. Ma il resto dov’è?

In realtà, secondo il presidente di Confindustria Digitale Stefano Parisi, la colpa è soprattutto europea. “E’ molto positivo l’annuncio del presidente del Consiglio emerso dall’incontro con i leader dell’Ue di voler investire nello sviluppo delle infrastrutture digitali il 10% dei fondi strutturali che spettano all’Italia tra il 2014 ed il 2020“. L’Italia, taglia corto Parisi, “va avanti sul digitale e noi industriali faremo da soli“.

Poi, però, la stoccata. “Ogni punto del documento europeo è farcito di condizionale e per l’Europa è un’occasione persa“. L’unico punto positivo per Parisi è “l’input emerso al vertice Ue sul mercato unico digitale e delle tlc“, ma, aggiunge subito, “ci sono molte richieste di approfondimenti da parte di molti Paesi, per cui, vista la scadenza elettorale europea a maggio prossimo, non credo che entro aprile il nodo possa essere sciolto“.

In realtà l’Italia pecca su più fronti. I principali ritardi riguardano l’utilizzo di internet, dell’e-commerce e dell’e-government da parte di cittadini e Pmi. Di fatto, l’agenda digitale non esiste neanche e ci siamo persino stufati di dirlo. Lo stesso Letta, a Bruxelles, ha riconosciuto che il principale problema è il divario digitale culturale e che la soluzione è nella Scuola. Ha ricordato che il Governo ha appena stanziato 15 milioni di euro per il Wi-Fi in classe.

Ma solo una netta minoranza di classi ha internet e i 15 milioni di euro citati da Letta sono del tutto insufficienti“, dice giustamente al Sole 24 Ore Paolo Ferri, docente dell’università Bicocca di Milano e tra i massimi esperti di Scuola digitale. L’Italia sconta il problema di aver solo adesso cominciato a lavorare sul trittico governance, fondi e cultura digitale. Sempre che abbia cominciato e non sia sempre li a naufragare.

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