I Nativi Digitali, il futuro dell’Italia e l’Agenda Digitale

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21 ottobre, 2013
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Il futuro dell’Italia si gioca in gran parte sul tema del ruolo dei giovani nel nostro sistema socio-economico e sulle politiche conseguenti: agenda digitale, welfare, integrazione. Perché l’Agenda Digitale è un’idea di futuro. Che il nostro Paese oggi non ha. E il 24 ottobre c’è il Consiglio Europeo dedicato all’Agenda Digitale…

Leggendo con un po’ di attenzione il rapporto “Measuring ICT“, ripreso anche dai principali quotidiani italiani poiché contiene la prima misurazione centrata sui nativi digitali, si rileva come sul tema della “speranza di futuro” e della dimensione dei nativi digitali, l’Italia abbia certamente una pessima performance relativa (67,8% di ragazzi tra 15 e 24 anni possono essere considerati nativi digitali, contro il 90% ad esempio dei giovani francesi) ma il 78° posto viene raggiunto soprattutto per la proporzione dei nativi digitali sulla popolazione (6,7%).

E questa dipende soprattutto dal fatto che solo il 9,8% della popolazione italiana è costituita da giovani tra 15 e 24 anni, contro il 13% della stessa proporzione negli USA e il 12% in Francia. Se anche tutti i giovani italiani fossero nativi digitali, si potrebbe solo raggiungere l’Irlanda al 48° posto.

Il futuro dell’Italia si gioca in gran parte su questi numeri e sulle politiche conseguenti: rivoluzione digitale, welfare, integrazione:

  • Rivoluzione digitale, poiché le politiche sul digitale non possono essere politiche di “digitalizzazione” di questo o quell’altro settore, ma devono essere politiche che permettono di cambiare i modelli attuali (di produzione, di lavoro, di partecipazione, e così via, insomma della nostra società) sfruttando le opportunità dell’innovazione digitale;
  • Welfare, perché è evidente che solo attraverso una politica di sostegno ai giovani e alle nuove famiglie si può superare il baratro che oggi divide la situazione di partenza (con poche risorse economiche, poche esperienze, molte idee, molte energie) e quella di possibile crescita (dove le risorse economiche si adeguano all’ambizione delle idee), e ciò può accadere solo grazie alla presenza di servizi di sostegno e al sistema complessivo del welfare. Welfare oggi chiaramente inadeguato, con una spesa per le nuove famiglie (sostegno alle donne, alla crescita dei bambini, inferiore di oltre il 26% alla spesa media UE);
  • Integrazione, perché è immediatamente visibile che solo sfruttando al meglio la ricchezza che può venire dalla mobilità giovanile a livello internazionale e dal fenomeno della migrazione si può cercare di colmare parte del gap demografico che ci colloca tra i Paesi Europei con più bassa percentuale di giovani nella popolazione.

Ma perché questi non siano solo buoni propositi, è necessario che la rivoluzione digitale entri nelle priorità della politica nazionale. Oggi non è così. L’Agenda digitale, che dovrebbe rappresentarne l’espressione programmatica, è stata disegnata solo parzialmente. Di fatto, non c’è.

Questa consapevolezza è certamente presente al livello delle Regioni, che nel loro documento “Contributo delle Regioni per un’Agenda Digitale al servizio della crescita del Paese” partono da qui: L’Agenda digitale non è un documento programmatico di settore, né solo l’articolazione di un insieme di azioni o interventi, ma è, innanzi tutto, un’idea di futuro, una visione dell’Europa, dell’Italia e delle regioni nell’era digitale” e rimarcano quello che dovrebbe essere ovvio e purtroppo non lo è ancora “Il sistema delle regioni propone una sistematizzazione delle strategie nazionali e regionali per scommettere sul digitale come fattore decisivo nel cambiamento e nel miglioramento del Paese”.

Sistematizzazione. Parola chiave per indicare che ciascuno va per conto suo, senza un indirizzo chiaro, perché l’Italia non ha ancora un suo posizionamento strategico, un piano pluriennale sul digitale. Non ha ancora, insomma, la sua Agenda Digitale.

E mentre si attende ancora l’approvazione dello Statuto dell’Agenzia per l’Italia Digitale, e di qui la sua strutturazione e la sua piena operatività, il decreto Crescita 2.0 (legge 179/2012) rimane sostanzialmente inattuato con i suoi numerosi decreti attuativi ancora da emanare, e più di un adempimento inevaso (aspettiamo ancora, ad esempio, la relazione prevista per marzo 2013 che il Governo doveva presentare alle Commissioni Parlamentari, la cui finalità era “la descrizione del progetto complessivo di attuazione dell’Agenda digitale italiana, delle linee strategiche di azione e l’identificazione degli obiettivi da raggiungere”).

Dal Piano “Destinazione Italia”, sul quale è stata avviata una nuova consultazione on-line (che pur positiva ha ancora un sapore sperimentale), non sembra si possa evincere che ci siano segnali forti di cambiamento. La “visione” sul digitale è assente. Il digitale è di corredo, richiamato su alcune misure, ma non perno ed elemento di trasformazione di un Paese che ha bisogno di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’innovazione.

In questi giorni si è completata la composizione della Cabina di Regia per l’Agenda Digitale con la nomina del rappresentante delle Regioni (la governatrice del Friuli-Venezia Giulia Serracchiani). Ricorderà la Cabina di Regia che il primo passo è definire per l’Italia finalmente una linea strategica?

Ed è plausibile che l’Italia vada al Consiglio Europeo del 24 ottobre dedicato all’Agenda Digitale senza avere una strategia definita per il raggiungimento degli obiettivi definiti a livello europeo e da cui siamo significativamente lontani?

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