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La crisi, la disoccupazione giovanile e l’Agenda digitale che non c’e’

La crisi, la disoccupazione giovanile e l’Agenda digitale che non c’e’
4 minuti di lettura

Le startup potrebbero costituire il perno di un cambiamento di modello nel sistema produttivo italiano in crisi, e questo dovrebbe essere percepito come un indirizzo strategico, con il digitale e l’agenda digitale come elemento chiave abilitante. Invece, la disoccupazione giovanile aumenta, le startup sono poco supportate, e la strategia sul digitale ancora latita

 

L’Italia è uno dei Paesi Europei a più alto tasso di disoccupazione giovanile (il 40% della forza lavoro giovanile tra i 15 e i 24 anni) e quello che più sta regredendo in questo fronte, se solo cinque anni fa il tasso era del 18% e Paesi come Austria e Germania hanno tassi intorno al 10%.

Questo dato è particolarmente significativo perché fotografa un sistema che rimane sostanzialmente bloccato, in cui non esistono politiche di supporto al ricambio generazionale, in cui le relazioni e il familismo continuano a predominare sul merito e dove l’energia imprenditoriale soccombe rispetto alla burocrazia e ai meccanismi conservatori finanziari.

L’Italia è però anche il luogo dove si stanno sviluppando nuove iniziative imprenditoriali basate sulle nuove tecnologie e, come dimostra il successo della recente manifestazione Maker Faire di Roma, dove l’energia e la creatività delle giovani start-up può incontrarsi con un’attenzione sempre crescente della popolazione.

Naturalmente il problema dell’occupazione giovanile non si risolve soltanto con le startup, ma è indubbio che di fronte ad un sistema che mostra difficoltà a ripensarsi e ristrutturarsi nei modelli produttivi e nelle politiche industriali, le startup sono uno dei veicoli più efficaci per tradurre la creatività in concretezza ed esperienza.

E il digitale è certamente uno dei maggiori abilitanti, tanto nella concezione e nella produzione che nella comunicazione e commercializzazione. Da questo punto di vista, le startup diventano strategiche anche per indicare un cambiamento possibile, una rivisitazione di modelli anche per le imprese più mature e che tendono a perseguire politiche di adattamento estremo, con interventi indirizzati al miglioramento dell’efficienza, alla riduzione dei costi, fino a confinarsi nel bivio tra la chiusura e la delocalizzazione, incapaci di cambiare modello.

Dovrebbe essere strategico, così, puntare con la massima energia possibile per agevolare e far crescere queste nuove iniziative giovanili come perno di una trasformazione di sistema.

Una trasformazione che ha tra i suoi elementi principali una nuova cultura, che trova il suo spazio naturale nell’ambito dell’Openness, apertura vissuta come possibilità di condivisione di un bene che, se messo in comune, incrementa il suo valore.

Materia prima che si moltiplica e migliora di qualità quante più imprese possono utilizzarla. Come sta mostrando, nel campo dell’Open Source Electronics, l’iniziativa di Arduino e delle sue FabLab. Open data, open innovation sono concetti che permeano la cultura degli startupper, e molto poco il resto del mondo economico italiano.

È anche da qui che passa la ripresa dalla crisi italiana e in gran parte la crisi europea, dal riconoscimento della necessità di un cambio di modello produttivo, come viene anche dalle raccomandazioni del Manifesto europeo per l’imprenditoria e l’innovazione.

Dovrebbe essere strategico, per l’Italia, puntare sulle startup e sul digitale, che le abilita. E invece, dopo il decreto Crescita 2.0 convertito in legge a dicembre 2012, il capitolo start-up ha avuto solo rallentamenti e cadute di attenzione, sul fronte giovanile possiamo annoverare soltanto le iniziative del Miur, mentre sul digitale l’attesa di una strategia complessiva, di una vera Agenda digitale italiana (che ancora non c’è) sembra ormai un’attesa infinita.

E lo è a tal punto che il Commissario Caio individua come priorità la fondamentale definizione dell’architettura abilitante per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione (intorno ai tre punti dell’anagrafe, dell’identità digitale e della fatturazione elettronica) e non identifica allo stesso tempo la definizione di un quadro strategico per l’Italia sul digitale come un’esigenza urgente.

Contemporaneamente, in mancanza di una iniziativa governativa strategica, da tempo auspicata, l’Agenzia per l’Italia Digitale, avvertendo la necessità di un forte impulso sul fronte della cultura digitale, vara il piano nazionale della cultura, della formazione e delle competenze digitali. Che a buon diritto sarebbe parte dell’Agenda digitale, e certamente potrebbe favorire quel cambiamento di “pensiero” che auspichiamo pervada gradualmente l’intera popolazione.

Questa è la situazione in cui l’Italia va il 25 ottobre al consiglio Europeo dedicato all’attuazione dell’Agenda digitale europea, identificata come strategia chiave per la competitività e la crescita europea.

Non sarebbe forse il caso che, magari dedicando qualche Consiglio dei Ministri a questo temail Governo permettesse al nostro Paese di presentarsi con un’Agenda digitale e un programma per raggiungere gli obiettivi europei rispetto alle specificità italiane?

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Foto del profilo di Nello Iacono
25 anni di esperienza in campo tecnico, gestionale e manageriale. Consulente, Formatore e autore di diversi articoli e libri sui temi dell'organizzazione, del management, delle competenze e dell’innovazione dall’ICT, è attualmente partner di P.I.CO. Srl – società di consulenza organizzativa, e consulente Ricerca e Sviluppo del CATTID – Università La Sapienza– Roma. Da anni promuove iniziative in campo nazionale sui temi dell'innovazione ed è attualmente Vicepresidente dell'Associazione Stati Generali dell'Innovazione, di cui è anche fondatore.

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