L’agenda digitale prende un po’ di fibra ma perde 1 miliardo all’anno: dalla padella alla brace?

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30 settembre, 2013
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Non si fa in tempo ad esultare per l’accostamento dei termini “novità operativa” e “agenda digitale”, che c’è sempre qualcuno pronto a spiattellarci in faccia la dura realtà. Perché al netto del decreto sulla fibra ottica e del pacchetto che Antonio Catricalà, viceministro dello Sviluppo economico, ha definito “rivoluzionario”, dobbiamo anche fare i conti con la ricerca del Politecnico di Milano che sentenzia un qualcosa comunque già chiaro a tutti, seppur, magari, non nella sua inquietante enormità.

Che fa rima con 1 miliardo di euro al mese, la perdita secca che il ritardo nell’azione dell’agenda digitale sul fronte PA sta costando al nostro povero Paese.

Partiamo da qui? O dal pacchetto sulla fibra ottica? Dai, facciamo così: prima le buone notizie e poi quelle brutte, che l’agenda digitale ha bisogno di essere tirata su (sempre che qualcuno si sbrighi a completarla, visti i decreti decaduti e quelli vacanti…).

Fibra ottica: 270 miliardi di euro

La Conferenza Unificata ha approvato il decreto scavi che prevede semplificazioni per la posa della fibra ottica. Un decreto fortemente voluto dal Ministero dello sviluppo economico poiché centrale per la realizzazione degli obiettivi del Piano Ue per la digitalizzazione.

“Senza la banda larga l’Italia non può sviluppare la propria economia digitale, non possono essere erogati i servizi della pubblica amministrazione e le nostre imprese saranno escluse dalla competizione internazionale che oggi si gioca in Rete”, ha detto Catricalà

La Commissione Europea ha stimato quindi 270 miliardi di euro per l’attuazione dell’agenda digitale, all’interno della quale l’implementazione delle infrastrutture digitali costituisce il costo maggiore. Solo in Italia, per la realizzazione di reti a banda ultralarga da 30 a 100 mbps è stato stimato un esborso che va da 7 a 15 miliardi di euro a seconda della tecnologia utilizzata.

Il 70% dei costi si riferisce agli investimenti per la realizzazione degli scavi. Numeri che spiegano la necessità di favorire l’installazione delle infrastrutture digitali anche attraverso metodologie di scavo a limitato impatto ambientale, nel rispetto di quanto previsto dal Codice delle Comunicazioni elettroniche, dal comma 3 dell’articolo 231 del Codice della Strada, nonché dalla delibera n. 622/11/CONS dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.

Il decreto, come informa una nota del MiSE, è diviso in sezioni a seconda della tecnologia utilizzata – minitrincea, perforazione orizzontale e scavo tradizionale – e in base all’infrastruttura stradale: urbane, extraurbane e autostrade.

Per salvaguardare la sicurezza delle strade, le infrastrutture digitali dovranno essere installate prioritariamente all’esterno della carreggiata stradale, nella parte più esterna della banchina, in posizione tale da non inficiare il corretto funzionamento dei dispositivi di ritenuta eventualmente presenti, salvaguardare tutte le altre opere strutturali e i sottoservizi esistenti pubblici e privati.

Il testo si compone di 13 articoli. Il cuore innovativo è costituito dallo scavo con la tecnologia della mini-trincea, di massimo 20 centimetri di larghezza e 50 di profondità (articolo 8). Rispetto allo scavo tradizionale, la mini-trincea consente uno scavo a più basso impatto ambientale (per la minore dimensione del cantiere) e una maggiore economia (grazie al ciclo completo di scavo-posa e ripristino, assicurato dalle macchine.

Un miliardo al mese: che disastro

Basta, un miliardo al mese, come motivazione? Evidentemente no. Il prezzo, salatissimo, lo stiamo pagando tutti noi: il ritardo nell’adozione dell’agenda digitale per quel che riguarda tutte le sue specifiche, dalla fatturazione elettronica alla sanità digitale, dal cloud computing all’eProcurement, dai pagamenti elettronici alla conservazione elettronica degli archivi fiscali, è come una sorta di spada di Damocle che ci cade in testa con periodica crudeltà.

Lo annunciano le stime, fra l’altro a rischio difetto, dell’Osservatorio Agenda digitale della School of Management del Politecnico di Milano, che ieri ha presentato i risultati di un’indagine, alla presenza di Francesco Caio, il Mister Agenda Digitale scelto da Enrico Letta all’indomani del suo insediamento a Palazzo Chigi.

L’azione del Governo si concentrerà su anagrafe dei residenti, fatture elettroniche e identità digitale“, continua a ripeter il Commissario per l’attuazione dell’agenda digitale, che pare stia lavorando a braccetto con Agostino Ragosa, presidente dell’Agenzia per l’Italia Digitale.

Ok, solita minestra, quando il menù sarebbe più ricco e sostanzioso se solo si volesse effettivamente capire la sua importanza a livello non tecnologico ma culturale. Pazzesco, continuare a ignorare che siamo nel 2013 e che argomenti come i libri digitali, l’e-procurement, il fascicolo sanitario elettronico e i pagamenti elettronici sono assolutamente prioritari per un Paese moderno.

I numeri del rapporto consegnati a Caio, peraltro, sono precisi: la sola fatturazione elettronica verso la PA varrebbe un risparmio di 1,1 miliardi di euro l’anno. La sanità, croce e delizia di ogni ministro dell’economia, dall’introduzione di soluzioni informatiche ricaverebbe risparmi per 6,5 miliardi di euro l’anno.

Volete sapere una cosa? Tra Imu cancellata (o solo posticipata?) e Iva di un punto percentuale più alta (oppure no?), si tratta di recuperare due, tre, quattro miliardi (a seconda delle fonti): perché delle situazioni che porterebbero a risparmi maggiori non sono considerate? Perchè?

Il corretto ricorso a infrastrutture cloud – si legge in un estratto del documento – vale 1 miliardo di euro in tre anni e lo sviluppo di negoziazioni online, attraverso strumenti di e-procurement, ne varrebbe 5 ogni anno, passando dall’attuale 5% di transato online sulla spesa pubblica per beni e servizi al 30%”.

Ancora: “l’auspicata riduzione dei pagamenti con il denaro contante è in grado di far recuperare 5 miliardi di euro in Italia dall’evasione fiscale sul sommerso, se si incrementasse la quota di pagamenti elettronici dall’attuale 20% al 30% del totale, a cui si aggiungono i vantaggi della conservazione elettronica degli archivi fiscali, in grado di rendere più rapidi i controlli, per altri 10 miliardi di recupero fiscale“.

Noi, però, pensiamo alla fibra ottica (bene), alla carta di identità elettronica (malissimo) e all’anagrafe dei residenti (goccia nell’oceano). Che razza di agenda digitale è questa?

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