Tra Premio Egov e Agenda Digitale c’e’ di mezzo un mare di dubbi e pochi decreti utili

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25 settembre, 2013
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Abbiamo avuto modo di parlarne anche durante il convegno di cerimonia del Premio Egov 2013: questa agenda digitale, così com’è, non solo non è chiara ma rischia di perdersi nei meandri delle burocrazie obsolete, che sono poi i principali ostacoli all’innovazione della PA e, di conseguenza, all’innovazione del Paese.

Avremo modo, in questi giorni, di analizzare al meglio tutti i progetti vincitori del Premio Egov 2013, che dimostrano come nonostante tutte le difficoltà ci siano idee e situazioni davvero importanti, che necessitano di essere assolutamente messe in piazza ed emulate.

E’ questo, l’aspetto determinante dell’innovazione digitale e, a mio modo di vedere, anche dell’agenda digitale sensata: chi ha l’idea giusta, deve mettere a disposizione degli altri o meglio deve essere in grado, tramite “chi di dovere”, di poter intaccare – nel senso positivo del termine – le altre pubbliche amministrazioni. Non solo: si tratta chiaramente di mettere la famigerata partecipazione a sistema, un qualcosa che sembra ancora lontano anni luce.

Per dirla con l‘amico e collaboratore Michele Vianello, “senza delegificazione non si va da nessuna parte“. Tra Agenzia per l’Italia Digitale e Francesco Caio, onestamente, stiamo qua a cercar di capire chi deve tenere le fila di un qualcosa, la digitalizzazione dell’esistente, che non vorremmo più vedere.

Ecco perché questo statuto fantasma dell’Agenzia per l’Agenda Digitale, che è ancora fermo in un limbo di matrice dantesca, rischia di essere il paradosso sistemico di un’Italia che avrebbe anche delle buone idee, come il Premio Egov ha ancora una volta mostrato, ma che non riesce a duplicarle, o meglio a renderle libere.

L’Agenzia per l’Italia Digitale a cosa serve esattamente? Istituita nell’estate 2012 dal decreto sviluppo (il decreto legge 83)  e partita accumulando già ritardo, avrebbe dovuto, sotto la direzione di Agostino Ragosa, iniziare ad operare entro la fine dello scorso anno. Lo statuto è arrivato a marzo 2013, ma la Corte dei conti lo ha rispedito al Governo. Il decreto sulle nuove piante organiche non esiste, e l’Agenzia, il cui obiettivo originario sarebbe (o forse è meglio dire “era”) far risparmiare allo Stato circa 12 milioni di euro l’anno, è ancora un’idea.

Al momento esiste solo una parvenza di Agenzia, originata dalla fusione (ma senza regole, visto che manca il decreto sul personale) degli enti soppressi e al cui posto di comando c’è sempre Ragosa, che ha assunto le vesti di commissario finché non debutterà l’Agenzia vera e propria.

All’interno della cabina di regia dell’agenda digitale è stato, poi, previsto un tavolo permanente per l’innovazione, guidato dal commissario per l’attuazione dell’agenda digitale Francesco Caio. Il recente decreto del fare ha rivisto la dotazione organica dell’Agenzia – portandola dagli originari 150 addetti a 130 -, l’ha sottoposta alla vigilanza della Presidenza del Consiglio (mentre prima se ne occupavano quattro ministeri: Economia, Pubblica amministrazione, Istruzione e Sviluppo economico) e ha introdotto alcune modifiche sulla composizione del comitato di indirizzo della struttura.

Di fatto, quindi, l’Agenzia per l’Italia digitale è destinata a diventare un braccio operativo della cabina di regia, un po’ come già era DigitPa, che funzionava come struttura affiliata al Governo.  Dove’è la novità? Dove sono i risparmi? Ma soprattutto, dove sono i decreti? Allo stato attuale (aggiornamento al 27 maggio secondo la Camera dei Deputati), abbiamo 49 decreti da fare e 5 completati, come saggiamente indicatoci da Luca De Biase al Premio Egov 2013.

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