Agenda digitale, eppur non si muove: startup innovative, scuola, anagrafe unica. Tra normative e occasioni perse

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17 settembre, 2013
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Chi ha tempo non perda tempo, dice il saggio: per quel che riguarda l’agenda digitale, il tempo sarebbe già finito da un pezzo visto che parliamo di un decreto che ha quasi nove mesi di vita ufficiali (il crescita 2.0) e che, allo stato attuale delle cose, non ha prodotto quasi nulla sul piano operativo.

L’agenda digitale italiana è ancora ferma, ammesso (e non concesso) che si possa muovere con la confusione che c’è tra le forme di governance, le decisioni prese da questo o quell’organo (Caio? Ragosa? L’Agenzia per l’Italia Digitale? O il governo stesso?) e gli incredibili autogol, normativi ma soprattutto concettuali, che riusciamo a farci ogni qualvolta ci sarebbe l’occasione di svoltare, come ad esempio nei libri digitali.

La strategia di Ragosa

Le ultimissime ‘sul tema’ narrano di un Agostino Ragosa che ha annunciato, qualche giorno dopo Francesco Caio (!?!), le azioni strategiche che saranno messe in campo nei prossimi mesi dall’Agenzia per l’Italia digitale. In realtà, dice Ragosa, c’è un lavoro in perfetta sintonia con Caio, “col quale abbiamo iniziato a lavorare fin da subito, con l’obiettivo di realizzare un grande piano operativo che dia finalmente attuazione all’agenda digitale“.

Le priorità di Caio le abbiamo sentite e non ci hanno neppure troppo convinto (anagrafe unica, fatturazione elettronica, identità digitale – e qui rabbrividiamo al sol pensiero della CIE), vediamo se l’Agenzia ci soddisfa di più.

Il piano a cui stiamo lavorando va oltre singoli progetti e va a toccare il cuore dell’infrastruttura informatica pubblica che, ad oggi, non è in grado di sostenere la rivoluzione digitale. Il nostro obiettivo è la realizzazione di una ‘enterprise public infrastructure’ nella quale il Sistema pubblico di connettività (Spc) sia interconnesso con le reti territoriali realizzate dagli enti locali e dove i luoghi che ospitano i sistemi pubblici  – i data center – siano rispettosi degli standard  internazionali“.

Ok, tutto molto bello, ma le risorse? “La maggior parte dei soldi arriverà da Horizon 2020: 30 miliardi che l’Unione europea destinerà all’Italia. Insieme alle Regioni, al ministero per la Coesione Territoriale e al Mise stiamo studiando una pianificazione anti-spreco“.

La scuola (poco) digitale

Il pacchetto operativo del Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza sulla scuola digitale è francamente rivedibile, perché sembra di andare indietro e comunque sia, se l’Europa ci guarda, non può essere soddisfatta. 15 milioni spendibili subito per la connettività wireless nelle scuole secondarie, con priorità per quelle di secondo grado. Otto milioni stanziati (2,7 milioni nel 2013 e 5,3  nel 2014) per l’acquisto da parte degli istituti secondari di libri di testo ed ebook da dare in comodato  d’uso agli studenti in difficoltà economica.

Basta. Il digitale contenuto nel Pacchetto Scuola (da 400 milioni) approvato dal Consiglio dei ministri è qui, il resto col digitale non centra, ma non centra neppure col 2013, se è per questo. Lo abbiamo detto, ridetto e anche taggato: se non partiamo dai nostri figli, la consapevolezza globale non arriverà mai. Sono occasioni perdute che non torneranno, e non è un problema di iphone, ipad o tablet.

E’ mai possibile che ancora una volta manchi nel provvedimento del Governo alcun riferimento all’adozione degli ebook, all’adozione delle piattaforme wiki nei metodi di insegnamento?

La disciplina delle startup innovative

Passiamo all’analisi concettuale della disciplina che regola le startup innovative, introdotte per la prima volta nel nostro ordinamento dal D.L. 179/2012 recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese” (convertito con modifiche dalla L. 221/2012), e ultimamente oggetto di una serie di interventi legislativi che ne hanno modificato i requisiti e prolungato nel tempo i benefici concessi.

Una normativa in evoluzione e teoricamente improntata all’Europa, il cui obiettivo finale è incoraggiare l’investimento in imprese innovative.

L’art. 25 del D.L. 179/2012 fornisce la nozione di Sti come una società di capitali (quindi SpA, Sapa ed srl, comprese le nuove srl semplificate o a capitale ridotto), anche costituite in forma cooperativa, di diritto italiano o Societas Europea, le cui azioni e quote non siano quotate in mercati regolamentati e che sia in possesso dei seguenti requisiti:

- la Società deve essere costituita ed operativa da non più di 48 mesi;

- deve avere la sede principale in Italia;

- a partire dal secondo anno di attività il totale della produzione annua non deve eccedere i 5 milioni di euro;

- non deve distribuire ne aver distribuito utili;

- deve avere quale oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovative ad alto valore tecnologico;

- non deve essere il risultato di una fusione, scissione, cessione d’azienda o ramo di essa.

L’originario requisito secondo cui la maggioranza del capitale sociale e dei diritti di voto esercitabili in assemblea ordinaria doveva essere detenuto da persone fisiche al momento della costituzione e per i successivi 24 mesi, è stato soppresso dalD.L. 76/2013 (“Decreto Lavoro”). Misura, questa, tesa a favorire l’investimento da parte di altre società nelle Sti.

Al fianco dei suddetti requisiti da possedere congiuntamente, le “aspiranti Sti” dovranno soddisfare almeno una delle seguenti caratteristiche:

- sostenere spese in ricerca e sviluppo in misura almeno pari al 15% del maggiore importo tra il costo ed il valore della produzione (percentuale originariamente fissata nella misura del 20% e ridotta dal D.L. 76/2013);

- impiegare personale altamente qualificato per almeno 1/3 della propria forza lavoro. Il D.L. 76/2013 ha integrato questo requisito prevedendo in alternativa che almeno i 2/3 della forza lavoro complessiva sia in possesso di una laurea magistrale ai sensi dell’art. 4 del D.M. 270/2004;

- essere titolare o depositaria o licenziataria di almeno una privativa industriale relativa ad una invenzione industriale, biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una varietà vegetale ovvero sia titolare dei diritti relativi ad un software originario registrato presso la SIAE (integrazione prevista dal D.L. 76/2013)purché tali privative siano direttamente afferenti all’oggetto sociale e all’attività di impresa.

 

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