L’Italia ha la penultima agenda digitale d’Europa. Banda larga, sanita’, dematerializzazione: servono fatti non mezzi decreti inattuabili

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3 settembre, 2013
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Se qualcuno si stupisce, evidentemente non conosce bene l’agenda digitale italiana e i suoi derivati: la fiera del rimando, dell’emendamento bis e tris, del vorrei ma non ho tempo, anzi non ho i soldi, e soprattutto del “prima mettiamo a posto altre cose poi pensiamo al digitale“.

Come se fosse un oggetto non ben identificato, l’agenda digitale italiana si è ripresa nella notte di un agosto che non ha mosso ciglio e che adesso, all’alba della nuova stagione, ripropone i soliti, infiniti interrogativi sull’effettiva volontà da parte del Governo e delle Istituzioni di svecchiare una PA che, dal basso, propone interessanti novità ma non ha una linea guida generale.

Così come, a livello di banda larga e startup, tanto per citare due argomenti che alzerebbero il PIL senza colpo ferire, siamo sempre li nella notte del mai. Forse – ma anche sicuramente - il problema sta nel principio, e cioè in un decreto crescita che, come da noi spesso fatto notare, non è un pacchetto di leggi per il digitale ma un pacchetto di leggi nel quale, ogni tanto, fa capolino il digitale. Il che, evidentemente, cambia e non di poco le prospettive e le possibilità.

Ultimissimi

E allora, ci scopriamo fanalino di coda in Europa a livello di agenda digitale: lo dice l’ennesimo studio sul tema, condotto stavolta dalla digital agency MM One Group, secondo la quale peggio di noi fa solo la Romania (…). Prossimi al raggiungimento degli obiettivi, ripartiti nelle quattro macro-aree broadbande-commerce, inclusione digitale ed egovernment, sono BelgioOlandaSveziaLussemburgo e Danimarca, che hanno quasi raggiunto i target europei.

L’Italia – si legge nel rapporto – è rimasta indietro in termini di velocità di connessione, negli acquisti online da dei cittadini (17%, media europea 45%) e delle Pmi che fanno vendite o acquisti online (4%, media europea 13%), nell’uso regolare di Internet (53%) anche da parte delle persone svantaggiate (38%) e dei servizi di egovernment (19%, media europea 44%).

La motivazione del ritardo è soprattutto lo scarso adeguamento alle tecnologie digitali soprattutto da parte delle aree meridionali del Paese, dato che, nello studio sulle performance digitali nelle regioni italiane, quelle del Centro-Nord registrano risultati migliori (elaborazioni su dati Istat 2011). MM ONE Group ci lascia l’immagine di un’Italia a due velocità, con i cittadini e le imprese delle regioni settentrionali più abituati a usare i servizi Internet, compresi quelli di egovernment.

In particolare, Toscana, Emilia Romagna e Umbria risultano essere le regioni più all’avanguardia per le prestazioni digitali delle amministrazioni comunali. Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Lazio si distinguono in positivo per le dotazioni di Ict dei cittadini, mentre Lombardia, Marche e lo stesso Trentino Alto Adige per quanto riguarda le imprese.

I motivi dello stallo

Non vogliamo fare sempre i distruttivi, e allora vediamo cosa si è fatto sino a qui a livello di agenda digitale intesa come fatti concreti. In linea di massima ci si sta focalizzando molto sulle dematerializzazioni che riguardano la pubblica amministrazione e – paradossalmente – sulle norme che sono fuori dal decreto più attinente all’Agenda digitale, cioè il già citato decreto crescita 2.0 (convertito in legge a dicembre 2012).

Gli aspetti più fumosi riguardano la governance dell’agenda digitale (di Francesco Caio si sono perse le tracce, mentre l’Agenzia per l’Italia Digitale lavora un po’ a compartimenti stagni) e i tasselli cardine della digitalizzazione come l’anagrafe nazionale della popolazione, i nuovi datacenter per la PA, il fascicolo sanitario elettronico.

La roadmap (termine inflazionato anzichenò) comprende anche qualche provvedimento del recente decreto del fare, ossia i beni strumentali – hardware e software – e il fascicolo sanitario elettronico. In teoria l’idea sarebbe quella di avere un piano di realizzazione del FSE, da parte di Regioni e Province Autonome, entro la fine di quest’anno, con investimenti di 10 milioni di euro per il 2014 e 5 milioni a partire dal 2015.

Il fascicolo sanitario elettronico è uno spazio digitale unico che raccoglie tutti i dati di un paziente, tutta la sua storia clinica e quanto fatto presso diversi medici e strutture ospedaliere. Il Governo Letta lo considera la chiave di volta per dare uniformità e interoperabilità alla sanità italiana nel segno del digitale.

Il problema dei 51 provvedimenti monitorati, solo 5 dei quali adottati e 22 neppure emanati con alcune prescrizioni temporali resta: tra un Governo che arriva e l’altro che cade, siamo ancora li che aspettiamo un vero canale di trasmissione tra i cittadini e la pubblica amministrazione, visto che allo stato attuale la transazione dal cartaceo al digitale non è assolutamente completata.

Senza parlare della carta d’identità elettronica che è quanto di più assurdo il nostro Paese potesse mettere in scena, perché qui si parla ancora di digitalizzare l’esistente non rendendosi conto che la mentalità del salto di qualità è esattamente l’opposto. Staremo a vedere, del resto ormai lo facciamo da quasi un decennio.

 

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