Monitor Revolution: tra timori, tremori e tifosi della partecipazione dal online all’offline

Scritto da:     Tags:  , , , ,     Data di inserimento:  31 luglio, 2013  |  Nessun commento
31 luglio, 2013
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Mentre gli animi si scaldano (giustamente) per la proposta di regolamento di tutela del diritto d’autore dall’AGCOM che in sostanza va a porre dei grossi limiti alla circolazione e alla fruizione dei contenuti nel web, assisto in chiave più “casalinga” all’ennesimo dibattito sulla “partecipazione 2.0″ o “nuova partecipazione”. Le due cose sembrano scollegate, ma in realtà, con vari gradi, la circolazione dei contenuti online è la base fondamentale della partecipazione: non serve andare nel web ma basta entrare in un bar. Se non ci fossero i giornali, di cosa si discuterebbe davanti ad un caffè? Stessa cosa online. Ma siamo ancora immersi in una generazione di mezzo (o ammezzata?) e quindi poniamo ancora piani diversi per descrivere, e normare, i contesti partecipativi ponendo delle gerarchie. Spiace dirlo in maniera brutale, ma: tutte cazzate!

Se siete ancora convinti che “il mondo reale” non stia dentro un monitor, chiudete immediatamente questo pezzo! Lasciate perdere e continuate a pensare che l’altro monitor, quello che vi spara immagini e suoni indifferente ai vostri commenti o giudizi, sia un mezzo di comunicazione. Questo ovviamente non è farina del mio sacco ma una delle tante lucide analisi fatte da Antonio Spadaro.

Ma aldilà degli strumenti, vorrei porre l’attenzione sugli effetti e le modalità di partecipazione. Questi spunti mi sono stati forniti da due post di due amici: Giulio e David. Giulio assume un atteggiamento di preoccupata osservazione del fenomeno in Venezia: qualcuno imbrigli la “rivoluzione web”   mentre David riflette sull’amministrare partendo da un caso specifico con Il Bacino del Mostro.

Giulio (in conclusione) si chiede:

Di nuovo vien da chiedersi: chi tra i portatori di idee – se in città ce ne sono ancora – saprà porsi come leader del nuovo, e saprà imbrigliare questo movimento, e dargli disciplina? La “partecipazione web” è un cavallo formidabile, se se ne doma l’esuberanza e se gli si insegna ad affrontare gli ostacoli, invece che opporre continui rifiuti.

David, invece proprio sull’amministrare:

Una questione che va avanti da mesi, e che non trova soluzione: dannosa per l’ambiente, mostro della laguna, opportunità straordinaria per la città, volano strategico di economia.
Ognuno dice la sua, dal Sindaco all’edicolante, dal vicino di casa al Ministro.
Quel che emerge in tutta la sua limpidezza è che ancora una volta la politica non dice la sua fino in fondo.
Delega alle perizie, alle relazioni, ai cavilli e alle attribuzioni normative.

Provo ad andare oltre i singoli casi, che servono comunque per mostrare come la partecipazione non nasce dai massimi sistemi ma da praticissime questioni, evidenziando che sempre di partecipazione si tratta. Giulio auspica un riferimento che finalizzi l’energia del web, mentre David mostra i timori della partecipazione attraverso la delega, ovvero la politica amministrativa. Ebbene, ritengo che i timori di Giulio siano diretta conseguenza del crollo decisionale dell’amministrare che evidenzia David.

Provo ad andare per punti.

  1. non esiste una forma di partecipazione ma un’aggregazione di persone attorno a varie espressioni di reputazione: sia incarnata da una persona, da un gruppo o da un contesto, altre persone confluiscono perché riconoscono una reputazione che possa far emergere le loro individuali interpretazioni della realtà
  2. la partecipazione non è una forma di altruismo ma la finalizzazione di una serie di interessi che hanno compreso che i risultati li possono raggiungere solo attraverso una massa critica di aderenti
  3. la partecipazione s’incardina sempre e comunque nella gestione e promozione del consenso: tutte la comunità ne fanno abbondante uso e generalmente le riunioni condominiali falliscono quando nessuno riesce ad aggregare un minimo consenso
  4. definire una partecipazione attraverso un sistema comunicativo rischia di sovrapporre l’elemento comunicativo con l’elemento sociale. Non è applicabile il motto di Mcluhan “il medium è il messaggio”!
    1. Se così fosse, esisterebbe la partecipazione degli sms o quella del telefono, ma considerare lo strumento distoglie dal contesto
  5. la partecipazione è occupazione di un contesto
    1. il contesto appare fisico nella gestione degli spazi urbani
    2. il contesto appare strutturale nella relazione degli spazi virtuali
  6. quindi la partecipazione, nel virtuale, esprime al massimo grado la trasformazione sociale in atto: il passaggio da un sistema gerarchico (struttura ad albero) ad un sistema relazionale (struttura a grafo)

E quindi?

Quindi succede che i parametri concettuali e ideologici subiscono la stessa “centrifuga” che subirono le teorie della fisica nel passaggio dal meccanica classica a quella quantistica in cui i riferimenti non erano più statici e definitivi e pure il concetto di “misurabile” era soggetto ai riferimenti considerati. Per questo lo strumento sfruttato dal fenomeno partecipativo non è più il medium che permetta la decifrazione del messaggio e dell’obiettivo, bensì la rilevazione dei nodi sociali che determinano degli archi relazionali.

Provo, per non abusare della pazienza di chi ha letto fin qui, a concludere dicendo che:

l’esplosione partecipativa che sembra occumunare tutti davanti ad un monitor – sia di un tablet, di uno smartphone o di un desktop – è la rappresentazione del sistema relazionale delle persone che la costituiscono, in cui l’elemento web ne è l’infrastruttura. Come le strade hanno condizionato le auto e viceversa così il sistema a nodi del WWW sta modificando la nostra percezione.

Si può controllare? Certo: analizzando e concentrandosi sulla gestione degli archi relazionali!

E la politica rappresentativa che fine fa? Scompare se non riesce ad analizzare le aggregazioni dei dati prodotti dagli archi relazionali.

Funziona/funzionerà la politica diretta, o partecipata? Sì ma se si trasferisce il messaggio da un bagaglio conoscitivo ad uno abilitante!

Se le persone non sono in grado di percepirsi (e regolarsi di conseguenza) come dei nodi sociali che consapevolmente creano sempre degli archi relazionali, saranno sempre e soltanto dei ricettori finali di messaggi incapaci di tradurre il messaggio.

immagine da Public Domain Review

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