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Progresso e cultura dei territori in ‘eTalia’: un brand imbattibile a cui piace fare la pecora nera

Progresso e cultura dei territori in ‘eTalia’: un brand imbattibile a cui piace fare la pecora nera
8 minuti di lettura

Noi italiani, diciamocelo, siamo delle capre. E dato che come tali ci sentiamo capre dignitose se ben vestite e benpensanti, usiamo un linguaggio e un ragionamento anche banale per capire perché stiamo perdendo una battaglia già vinta: quella del marketing territoriale sfruttando il mondo digitale. Pur essendo noi ricchi di risorse e creativi.

Sì, perché qualche strumento per rilanciare l’economia del nostro paese – o meglio per non mandarla mai in crisi – lo abbiamo a portata di mano da millenni, eppure non solo non lo sfruttiamo pienamente, ma lo calpestiamo e bistrattiamo con un’indifferenza, o peggio, un’ignoranza straordinaria. Sto parlando dell’immenso tesoro storico, artistico, architettonico e gastronomico che l’Italia può vantare. Decine di migliaia di attrattori e ‘keyword’ che allettano navigatori web, potenziali ‘buyer’ che online fanno le proprie scelte di viaggio.

Eppure negli ultimi tempi il declino del ‘reach’ della nostra cultura nel mondo è evidente (http://www.newmediatrendwatch.com/world-overview/91-online-travel-market?showall=1) aiutato da campagne mediatiche italiane ed estere di dubbia obiettività (allarmismi notoriamente costruiti ad arte o semplicemente autolesionisti) e dalla nostra ormai cristallizzata incapacità a produrre più cultura egemonica. Un ‘reach’ depotenziato soprattutto dai mega-sprechi dell’ultimo decennio che ha visto andare in fumo milioni e milioni di euro destinati a potenziare la visibilità degli attrattori del paese tramite portali turistici nazionali, regionali e locali e a dotare la ricettività italiana della sua strategia e ossatura digitale. Riuscendo nell’intento… l’eTaja sarebbe stata imbattibile sul mercato del turismo online. Queste furono le intenzioni … i risultati sono nella peggiore tradizione delle opere pubbliche italiane. Nulla, neppure misere cattedrali nel deserto.

Non si tratta “solo” o semplicemente del fatto che l’Italia abbia l’abitudine a ‘non fare bene col bene comune’ neppure nel mondo virtuale e che possegga il più ampio patrimonio culturale a livello mondiale con oltre tremila musei, duemila aree e parchi archeologici, oltre 4000 prodotti agroalimentari tradizionali e 49 siti Unesco. Come noto a chi si occupa di brand reputation – e a chi ha buon senso – la nostra fortuna è la nostra rinomata cultura, cui stiamo negando la ‘fama’: l’immagine, per quanto stereotipata ma anche per questo estremamente diffusa e ‘navigabile’, del nostro paese, dei suoi paesaggi, dei suoi prodotti enogastronomici, della sua storia. Basti pensare cosa hanno rappresentato e cosa tuttora rappresentano nell’immaginario collettivo globale città come Venezia, Napoli, Firenze, Roma… L’industria culturale vive di modelli idealizzati di vita sociale, ampiamente conosciuti e facilmente sfruttati e sfruttabili in film, romanzi… La cultura storica di città ‘tanto greche quanto terrone’ come Siracusa, Elea, Heraclea,  Neapolis, Paestum, Cuma – che influenzarono persino Atene e Roma rendendole belle oltre che solide- fu la radice staminale del progresso umano. Ed oggi accade che quel reach storico-sociale-culturale-economico-archeologico-paesaggistico va scemando sotto i colpi dell’inettitudine della classe dirigente e dell’ignoranza di un popolo. Se non siamo più in grado di produrre cultura ‘alta’, almeno dovremmo rispettare e capitalizzare su quanto ereditiamo. Pizza, pasta e mandolino, ma anche la torre di Pisa, il Colosseo di Roma, i mille volti di Napoli e le mille risorse di Venezia che non è quel circo postmoderno che vediamo da qualche decennio per la gioia dell’obeso turista in calzette o quello che rimane di Pompei … a Pompei, le verdi distese toscane, l’Arena di Verona, Ponte Vecchio e gli Uffizi di Firenze, i trulli pugliesi, la Valle dei templi di Agrigento… i primi ad averli dimenticati tutti questi attrattori siamo noi. A non sfruttarne l’appeal e la capacità di ‘farsi trovare sul web’, unendo semplici tecniche di marketing, stiamo causando vari problemi alle generazioni a venire:

  1. il diminuire delle visite nei siti archeologici ne accelera il decadimento e l’abbandono – mentre la produzione video e riproduzione mercificata di interi siti archeologici altrove è in costante crescita
  2. il diminuire della domanda verso produzioni tipiche porta gli artigiani ad abbandonare il mestiere – poi si producono pizze e mozzarelle ovunque senza licenza e bevande gassate dai nefasti effetti anche qui da noi, ma solo rigorosamente sotto licenze e royalty a fiumi verso i paesi d’origine
  3. il diminuire dei suddetti flussi depaupera economicamente il territorio – e con l’impoverimento viene il decadimento civile e ambientale e i giovani emigrano

prodotti italiani falsiOrbene, di immaginari turistici strafamosi, acclamati e ben noti in tutto il globo ne abbiamo a bizzeffe. Ora pensate: se questi immaginari creano già di per sé il desiderio, rendono cioè una località attraente, spingendo milioni di persone in tutto il mondo a concretizzare un progetto di viaggio nel nostro paese, cosa succederebbe se moltiplicassimo all’infinito questi simboli? Rendiamoci conto che le multinazionali spendono miliardi di euro per creare prodotti appetibili attraverso dispendiosi cicli di R&D e altrettanti miliardi per farli piacere attraverso ridicole pubblicità con donnine e guitti. Noi abbiamo, o meglio avremmo, un vantaggio competitivo enorme sulle multinazionali che si sperticano a vendere pizze di plastica surgelate a noi che dovremmo essere piazzisti di pizze vere…

Banalizziamo per rendere l’idea. Da anni mi sono impegnato personalmente a martellare fino alla noia istituzioni, CCIAA, Università e imprese sul fatto che la vera priorità per il paese sia insegnare alla gente anche comune ad amare e riconoscere ogni attrattore culturale e turistico che la circonda, recuperando spesso identità perdute, a saperlo descrivere anche su un piccolo blog e ad attrarre prima mero interesse, poi visite fidelizzate, traendo denaro da chi acquista una ‘esperienza italiana’, un viaggio in queste terre, un prodotto tipico, ecc. Un ciclo virtuoso tutto sommato semplicissimo e davvero poco dispendioso da generare. Le decine (in realtà sono centinaia, ahimè) di milioni di euro destinati ai portali turistici e bruciati da una classe dirigente notoriamente ‘digitalmente diversamente abile’ sarebbero stati sufficienti ad assicurare decenni di benessere al paese se solo avessero censito e mappato, descritto e tradotto, messo online e reso reperibile l’enorme patrimonio eTajano.

Questo processo di valorizzazione è stato molto parziale, ma qualche buona pratica è per fortuna emersa (ad es. www.viaggiareinpuglia.it/). La cosa, quindi, non è impossibile né tanto meno di difficile realizzazione, tanto che diverse università si sono organizzate per fornire dei percorsi formativi specifici che puntano a valorizzare i territori e la cultura locale agli occhi dell’industria del turismo. Il gioco vale la candela anche perché, se aspettiamo delle iniziative politiche mirate a livello nazionale o regionale, siamone certi, sarà forse l’eutanasia della ‘Girlfriend in a coma’.

Come? È molto semplice: attraverso il rendere egemonici su web quella marea di edifici, leggende, chiese, scorci paesaggistici, laghi, piatti tipici e chi più ne ha più ne metta. No beh, anche da quello nazionale per la verità. Già, proprio Internet, questo sconosciuto alla classe ‘digerente’ del paese: avvisateli che il digitale è un ponte tra la cultura locale e il mercato globale. La rende finalmente fruibile e monetizzabile. Non è una grande novità, a dirla tutta. Da quando è nato come esperienza alla portata di tutti negli anni ’50, il turismo ha sempre sfruttato, come sottolinea Laura Gemini, “la varietà iconografica prodotta dal sistema dei media” quale territorio in cui le diverse forme del desiderio di altrove oltre che l’insieme di attese e di aspettative sociali e individuali del viaggio, si sono rese comunicabili e osservabili.  Nel ‘700, chi poteva, un giretto di piacere di mesi o anni… se lo faceva ben volentieri.

La vera novità oggi è rappresentata dalla capillarità con cui è possibile raggiungere un pubblico globale, un target potenzialmente interessato che vive anche dall’altra parte del mondo. Almeno un miliardo di potenziali viaggiatori già innamorati delle nostre bellezze. Attraverso gli strumenti offerti dal web, le popolazioni locali anche più sperdute possono quindi trovare una loro non-perifericità e valorizzare le proprie specificità strutturando la propria identità, promuovendo allo stesso tempo la tutela e la conservazione del territorio. E questo dell’identità è un tema che continueremo a sviluppare legandolo proprio al suo ‘reach’ globale attraverso il web. Ho fatto l’emigrato, anche se fortunato, per 15 anni. So cosa significa cercare un prodotto italiano che non mangi o vesti e di cui hai un desiderio e che ti da un coinvolgimento emotivo viscerale. E di emigrati ce ne sono 60 milioni per il mondo, un target appetibile pure quello.

Ai nativi digitali l’arduo compito di sfruttare gli strumenti straordinari che la Rete mette a disposizione, blog, e-Commerce e social network in primis e tutto quanto verrà con l’internet delle cose, per valorizzare il “locale” e trasformarlo in un luogo nuovo della mente e dell’economia, dell’immaginario turistico, un simbolo, che rimbalzi sul web tanto da indurre nuovi avventurosi a solcare i confini natii e visitare questo paese in tutte le sue infinite sfaccettature. Per evitare brutture e vergogne di questo genere, frutto di vent’anni in cui le civiltà italiche sono finite… in prescrizione.

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Foto del profilo di Nicola Christian Rinaldi
Nato a Napoli nel 1971, Laureato presso la School of Oriental and African Studies di Londra nel 1995 frequenta poi il King’s College - sempre a Londra – per un Master interdisciplinare in Mediterranean Studies. Rientra in Italia nel 1998 – dopo oltre 15 anni di esperienza accademica e professionale tra Lussemburgo, Bruxelles, Parigi e Londra – e consegue una borsa di studio MIUR per un Master interdisciplinare in Modelli di Complessità. In oltre 20 anni, sin dalle prime esperienze professionali dei primi anni '90 presso le Istituzioni Europee nel G.D. del Lussemburgo, si occupa con continuità di sviluppo dei tecnologie new media e di strategie di valorizzazione della conoscenza, ricerca applicata ed efficienza delle strutture organizzative, di concept design e innovazione di prodotto e processo. Dal 1996 a più riprese si è occupato di progetti di eGovernment, eBusiness e Quality of Service (design & delivery), di comunità virtuali e social media in ambito pubblico e privato. Oltre a gestire proprie aziende dei settori internet (www.advenio.it e www.i-sud.it) e educazione (www.littlegenius.it). Cultore di storia, lingue, culture orientali e mediterranee è appassionato studioso di organizzazioni sociali, spirituali e civili, postmodernismo e meridionalismo, sistemi di conoscenza e teorie della complessità, elementi del sapere che ricombina nell’attività professionale. Negli anni opera in aziende pubbliche e private in qualità di Temporary Manager, occupandosi di sviluppare strategie d’innovazione, agendo su Qualità, Ricerca, Web, Sistemi informativi e Progetti internazionali (Programmi quadro UE). Ha frequentato accademicamente e professionalmente personaggi come Edward de Bono, Anthony Giddens, Sudipta Kaviraj, Alexander Pyatigorsky e Edward Said, filosofi, psicologi e orientalisti di cui ha assorbito la forte propensione al pensiero speculativo. Dal 1990 Pubblica storie a carattere surrealista in lingua francese e gestisce vari blog e social network sotto pseudonimi fino al 2008, quando Facebook comincia a monopolizzare il tempo online. Conosce le lingue francese, inglese, italiano e spagnolo. Investe attraverso fondi di microcredito in microimprese femminili in Asia, centro-America e Medioriente. La sua prima pubblicazione è L'Innovazione Integrata Ed. Maggioli (www.ibs.it/code/9788838774690/cipollini-claudio/innovazione-integrata.html)

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