La societa’ civile tra eParticipation e Open Government

Scritto da:     Tags:  , , , ,     Data di inserimento:  5 luglio, 2013  |  Nessun commento
5 luglio, 2013
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Una delle #buzzword più abusate quando si conversa sui temi della eParticipation è sicuramente il termine: ‘SOCIETA’ CIVILE’. A supporto di questa dissertazione, provo anche a riportare uno dei tanti concetti raccolti da Wikipedia su questa voce:

Il concetto di società civile trascende la politica e il riconoscimento dei diritti da parte delle istituzioni.
C’è una differenza tra progresso scientifico e tecnico e progresso morale. La società civile, come la democrazia, più che aggregazione di popolo e di sudditi, è aggregazione di cittadini, aggregazione di uomini. 
Riguarda il progresso scientifico ma la consapevolezza e il riconoscimento sociale di diritti fondamentali che Kant definisce diritti innati. A cominciare dal diritto alla libertà. Per Kant, a differenza di Hegel, società civile e politica, società civile e stato sono un tutt’uno inscindibile come momento successivo e superiore che supera la barbarie affidandosi all’autorità e alla legge.

Ovviamente anche questi concetti vanno presi con le pinze e non sono assolutamente esaustivi ma, almeno, servono a far riflettere su quali siano i tempi, i modi e i luoghi dove chi gestisce un ruolo politico sia tenuto a confrontarsi o meglio ancora a negoziare delle policy.

Lo spunto mi è dato dalle slides che accompagnano lo studio: ‘REPORT DELLA SOCIETA’ CIVILE SULL’IMPLEMENTAZIONE DEL PRIMO PIANO DI AZIONE ITALIANO SULL’OPEN GOVERNMENT‘ redatto da: … un gruppo indipendente di esperti provenienti dalla Società Civile che ha coinvolto alcune delle principali associazioni attive in Italia ed operanti nell’ambito dell’Open Government. (cit.).

I temi trattati sono abbastanza importanti anche se non centrali nell’attuale agenda politica del paese, stilata dal governo in carica.

Veniamo al punto. Questo report si colloca all’interno del processo di dialogo fra Governo e ‘SOCIETA’ CIVILE’ come conseguenza all’adesione, anche del Governo italiano, all’iniziativa internazionale dell’Open Government Partnership (OGP) che mira a promuovere la trasparenza dei governi attraverso la partecipazione attiva dei cittadini, delle associazioni di categoria e delle imprese.

Sgombro subito il campo:

  • Il lavoro è ben fatto
  • Molte delle persone coinvolte nel ‘gruppo indipendente di esperti’ sono anche autori di Pionero e molto competenti in materia di eParticipation e Open Government.

Detto questo, però, credo sia necessario chiarire quale sia il mandato di rappresentanza e come questo sia stato pubblicizzato e reso trasparente cercando di coinvolgere la maggior parte degli esperti della società civile.

Inizio associandomi a Flavia Marzano quando chiede a gran voce alle associazioni che si prefiggono di rappresentare la ‘SOCIETA’ CIVILE’ di rendersi loro per prime trasparenti e mettere in piazza statuti, bilanci, modalità di iscrizione, numero di associati, ecc.

Cari amici, quai siamo nel campo della negoziazione e della persuasione che richiede anche competenza, ma non solo. Richiede forza, impatto, sostegno e molto attivismo digitale.

C’è un tema, fra i tanti, che mi sta particolarmente a cuore e che viene più volte ripreso nella proposta citata e sul quale vorrei coinvolgere iRoby (vero papà degli Open Data in Italia) durante il convegno di premiazione del premio eGov 2013, ovvero quello del sostegno alla domanda di Dati aperti.

Questo è un tema che gli ‘esperti della società civile’ continuano a fare proprio per intuizione ma che non riescono a sostenere con dati certi e sostanziali. Si continua a confondere l’Open Data come obiettivo dell’Open Government, mentre questo paradigma è solo uno dei tanti mezzi per accentuare (poco) la trasparenza e stimolare (per ora con zero risultati tangibili) la crescita economica.

Come si può affermare che bisogna liberare i dati senza che nessuno li chieda? Come si può operare per intuizione senza aver determinato un fabbisogno reale? Come si può ignorare l’enorme costo di una liberazione a prescindere (o per default) senza riflettere sulla reale domanda?

Mi hanno insegnato che per attivare un azione di sostegno bisogna prima fare un analisi e questa non si esaurisce con indicatori numerici ma, molto spesso, richiede indicatori sociali e culturali. Le aziende italiane sanno cosa fare con i dati aperti? Hanno esempi da narrare? Hanno beneficiato economicamente in termini di redditività e/o di occupazione?

I cittadini hanno chiesto trasparenza? In che forma? Qual’è la loro percezione di vantaggio rispetto alla trasparenza? Son domande alle quali spesso non sappiamo rispondere perchè partiamo dal presupposto che siano valori assoluti ma, credo, sia importante ripartire dai vantaggi percepiti per stilare una scala di valori.

Scrivevo stamane su Twitter:

Dunque capire cosa vuole la gente per vivere meglio è il primo compito dei rappresentanti della società civile e per fare questo devono saper ascoltare, non solo intuire. E devono ascoltare tutti, proprio tutti.

Queste associazioni rappresentative hanno ascoltato i bisogni della gente? Hanno organizzato incontri e raccolto istanze? Hanno pubblicato la sintesi di questi lavori? Hanno reso open data il numero dei loro iscritti e i verbali delle loro assemblee?

Ricordo che quando il Movimento 5 stelle rese trasparente la consultazione sulla scelta del candidato alla Presidenza della Repubblica tutti ci siam messi a ridere perchè 4000 preferenze erano considerate ridicole. Dunque, come possiamo immaginare che 11 associazioni di cui non sappiamo quasi nulla rappresentino la ‘SOCIETA’ CIVILE’?

Alzo un po’ il livello della polemica perchè credo che la negoziazione debba essere supportata dalla forza che si ha alle spalle, altrimenti diventa puro esercizio di stile e, spesso, molto autoreferenziale. Non entro nel campo della ‘competenza’, questa ho già affermato che i rappresentanti ce l’hanno davvero. Mi vorrei soffermare sulla forza e sul mandato che loro portano al tavolo.

Quando il Governo convoca le ‘PARTI SOCIALI’, queste sono la rappresentanza di entità organizzate come i sindacati o confindustria (tanto per citare i più strutturati). Tutti sappiamo che queste entità hanno statuti, forme di adesione certificate, quote, bilanci, verbali, piattaforme programmatiche ed organi esecutivi, nonchè organi propositivi.

Queste entità, quando rivendicano decisioni o nuove policy, hanno alle spalle numeri e azioni, come ad esempio lo sciopero. Mi son sempre chiesto quali azioni possono esercitare le ONG o le varie associazioni più o meno trasparenti di casa nostra?

Esiste poi un processo di qualificazione delle stesse in un tavolo di negoziazione? Qui mi rifaccio ai vari esempi di ‘tavoli di partenariato’ (ne cito uno solo per puro esempio) dove per essere ammessi bisogna aderire a un codice etico. A che punto siamo in Italia?

Dopo tutti questi accenni polemici, provo a trarre le conclusioni propositive. L’Open Government è percepito positivamente da chi ha cultura, competenze e tempo per capirne le logiche e le positive ricadute. L’Open Government è un cammino lungo che prevede anche scontri accesi e sostegno di massa per vincere resistenze.

L’Open Government tende al benessere, non solo alla trasparenza e questo va esplicitato meglio perchè è uno dei vantaggi più comprensibili dalle masse. L’Open Government abbisogna di esperienze vincenti concrete. Attivismo digitale o Civic hacking potrebbero essere esperienze coerenti con questo dettato ma nel nostro paese sono quasi assenti per indifferenza e rassegnazione.

L’Open Government è una pratica faticosa che spesso si esplicita con della semplice cosmetica (ad esempio servizi web di nuova generazione). L’Open Government ridisegna tempi, modi e luoghi della decisione politica, partendo dall’analisi dei fabbisogni che nessuno fa o, purtroppo, che molti esercitano per intuizione senza essere supportati dall’analisi scientifica.

Ne abbiamo di strada da fare ma ricordiamoci che questo è un processo Open e se davvero crediamo nell’Openness, dobbiamo aprirci tutti, a cominciare da chi si assume un ruolo di delegato.

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