Agenda digitale: dal decreto del fare agli elementi del cambiamento possibile

Scritto da:     Tags:  , , , ,     Data di inserimento:  2 luglio, 2013  |  Nessun commento
2 luglio, 2013
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Le critiche e le proposte sul decreto del fare in tema di governance per l’Agenda Digitale possono essere inserite in un percorso più ampio, strategico che, intrapreso con convinzione e organicamente, può creare le condizioni per un cambiamento culturale anche nel nostro Paese.

Nessuna sorpresa, alla fine. Il testo finale del decreto del fare ha certificato ancora una volta come la buona volontà, quando c’è, non basta. Ci vogliono, sempre, visione e competenza. Entrambi elementi di cui sembra che manchi anche consapevolezza.

E mentre è importante fare in modo che in Parlamento i punti più controversi del decreto siano migliorati (e l’esperienza del decreto Crescita 2.0, pur in condizioni peggiori, ha mostrato che è possibile), ad esempio con le proposte di emendamenti raccolte da Associazione Stati Generali dell’Innovazione e IWA, credo sia utile una riflessione sul percorso “degli innovatori” che oggi è attuabile rispetto alla “rivoluzione culturale digitale” a mio avviso giustamente anche qui invocata.

Rimanendo naturalmente nei limiti di un post, e senza pretendere di esaurire il tema, credo che alcune prime linee strategiche di questo percorso possano essere tratteggiate:

  • la ripresa della centralità della società civile nell’agire politico. Questo deve tradursi nel fatto che le esperienze in campo, dall’innovazione sociale alle imprese, dalle amministrazioni al sistema della formazione e della ricerca, diventano la base progettuale per la proposta legislativa, per cui i “parlamentari innovatori” diventano intermediatori e interlocutori di questo insieme di attori. D’altra parte, questo richiede che la società civile diventi interlocutore e quindi riesca a trovare luoghi e modi di sintesi delle sue istanze e delle sue proposte, anche sul tema del digitale. L’esperienza della “Consulta Permanente dell’Innovazione”, e dei suoi gruppi di lavoro, va in questa direzione;
  • la valorizzazione dei concetti di strategia e di visione. La mancanza di un’Agenda Digitale diventa ancor più grave quando a livello governativo sembra che non se ne senta l’esigenza. Nonostante l’Europa richieda di confrontarsi con orizzonti almeno decennali, l’Italia riesce a rimanere saldamente su una pianificazione generalmente a breve, e comunque senza una visione strategica. Per questo è importante che lo sforzo della progettualità strategica sia sollecitato come un bisogno e che su questo piano siano orientati e dedicati convegni e studi sul digitale, molto più che sulle tecnologie dell’oggi;
  • la sollecitazione di esperienze d’avanguardia territoriali. Nonostante sia evidente che il disegno organico nazionale è indispensabile, le esperienze delle Agende Digitali Locali (regionali) rappresentano punti di riferimento e di pungolo fondamentali per velocizzare il cambiamento culturale. Le importanti competenze delle Regioni permettono, inoltre, di predisporre strategie e piani di azione adeguati al raggiungimento di risultati significativi. Il percorso intrapreso, ad esempio, dalla Regione Umbria, non diventa solo una delle esperienze di riferimento per le altre regioni, ma anche un modo culturalmente diverso di affrontare il tema, con un potenziale di contagio significativo e amplificabile dalla società civile;
  • la pretesa dell’accountability, nel senso, soprattutto, della richiesta dei cittadini di veder corrispondere obiettivi a responsabilità definite. Per questo credo sia importante, anche dal punto di vista culturale, richiedere che tutti gli obiettivi e gli indicatori principali dell’Agenda Digitale Europea abbiano un responsabile riconoscibile in un Ministro. Se è vero che la Cabina di Regia assolve il compito di coordinamento, non è però efficace che le responsabilità siano considerate sempre condivise. Se, ad esempio, si vuole incidere sullo sviluppo della cultura digitale della popolazione e delle imprese, e vedere i progressi in indicatori che oggi ci vedono in grave ritardo come la percentuale di popolazione che utilizza Internet, il commercio elettronico, i servizi di e-government, è certamente necessario definire un grande strategico Progetto-Paese per lo sviluppo della cultura digitale, ma non è sufficiente. Occorre identificare anche chi è il “capo progetto” di un team necessariamente ampio e trasversale.

Credo che il cambiamento necessario abbia bisogno di amplificare le energie presenti grazie innanzitutto alla pratica diffusa della condivisione e del riuso, elemento chiave in mano agli “innovatori”, indirizzando gli sforzi da un lato verso la concezione della visione di futuro (con uno sguardo al lungo termine, e con paradigmi nuovi) dall’altro alla sperimentazione concreta di percorsi di innovazione, dalle aule parlamentari alle imprese, alle amministrazioni, al mondo della formazione e  della ricerca e ai territori. Puntando al contagio virale.

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