Holodeck: la smaterializzazione della dematerializzazione nella PA

Scritto da:     Tags:  , , , ,     Data di inserimento:  24 giugno, 2013  |  Nessun commento
24 giugno, 2013
Hartz IV Claims Disputes Reach 100,000 In Berlin

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Tra il dire e il fare, in Italia, c’è sempre di mezzo il ‘male’ o il fare poco e male. In tema di processi di ammodernamento e snellimento della macchina pubblica ci sono due binari: su uno viaggia l’alta velocità di una legislazione quadro all’avanguardia, sull’altro viaggia un treno a carbone della normativa tecnica d’attuazione e dell’effettiva implementazione di nuove modalità di accesso ai servizi pubblici.

In mezzo a questi due binari della dematerializzazione della PA ci sono cittadini e imprese, affogati e annichiliti dall’evidente paradosso. Da un lato le dichiarazioni d’intento dei governi che fanno sperare in un prossimo futuro di diritti digitali e burocrazia leggera, dall’altro una realtà quotidiana fatta di disservizi e soluzioni ibride che vanno nella direzione esattamente opposta a quella della semplificazione. Emblematica è la produzione e il perdurante proliferare di modulistica… recentemente in una PA centrale sono stato testimone di uno di quegli atti biblici…. la stampa di un modulo compilato online … “devo stamparlo prima di premere invio, se no non vedo più le informazioni che ho inserito”. Gutemberg, torna, non abbandonare l’umanità a se stessa. Lo stesso individuo, poco più di 50 anni, poi mi invita per un caffè…. “sai, devo lanciare la stampa dei tabulati delle domande ricevuto (ndr la stampa del database contenente tutte le domande per un bando), non mi fido di questi attrezzi, conservo tutto li, vedi, nella stanza accanto”. Già, mi sono affacciato in una stanza buia, con faldoni e classificatori stile torri gemelle e un odore forte di muffe, che ovviamente divoreranno tutto… Ma lui non si fida dei tecnici, ahimè. L’unico limite che vede nel suo fare, ritiene sia il fatto che non può stampare per più di 10 risme/mese… meno male, altrimenti stamperebbe un clone della mamma. Mi chiedo se i dirigenti di settore esercitino un qualche forma di controllo. Troppa grazia, pare.

Il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) è stato emanato con Decreto legislativo il 7 marzo 2005 e le norme tecniche d’attuazione relative a elementi chiave dell’architettura di dematerializzazione, come la firma digitale e il glifo, sono di poche settimane fa. Otto anni che, nell’universo digitale, fanno sicuramente la differenza tra avanguardia e obsolescenza. Valgono 80 anni della vita di un paese arretrato, che lavora con l’aratro. Per mia spocchia credevo onestamente che dopo tanti anni almeno il fronte della dematerializzazione avesse raggiunto un livello di diffusione e work habit sufficientemente da paese moderno o quantomeno normale. Quindi oltre alla questione di norme, c’è il consueto problema culturale.

Ad aggravare lo stallo normativo si aggiunge il lento adeguamento tecnologico e culturale degli uffici della Pubblica Amministrazione e dei suoi responsabili. Sarà per mancanza di risorse, mancanza di flessibilità o di incentivo all’efficienza, sarà un’insana affezione nei confronti dell’incartamento, ma i dati riportati in una recente indagine dell’Associazione Nazionale per Operatori e Responsabili della Conservazione Digitale (Anorc) sono sconfortanti. Il Responsabile del trattamento dei dati e il Responsabile della conservazione sostitutiva, due figure professionali di volta del sistema di digitalizzazione nella PA, risultano latitanti in molte amministrazioni. La nomina del Responsabile della Conservazione, al tempo dell’indagine (05/09/2012), non risultava avvenuta nel 50% degli enti intervistati (Lo stato dell’arte del Responsabile del trattamento dei dati personali e del Responsabile della Conservazione nella PA). Si potrebbe fare spallucce e vedere il mezzo bicchiere pieno, se non fosse che questa mancata attuazione la stiamo pagando tutti direttamente. E la paghiamo cara la carta e il tempo che certi funzionari pubblici amano sprecare (o peggio, portarsi a casa).

È un prezzo in gran parte invisibile che si chiama mancata efficienza e competitività. Ma è anche un costo reale e vivo che, secondo le stime dei ricercatori dell’Osservatorio Agenda Digitale della School of Management del PoliMi , è quantificabile in 20 miliardi di euro in tre anni. Di tale entità sarebbe, infatti, il risparmio nel caso in cui venisse adottata diffusamente e omogeneamente la digitalizzazione del ciclo ordini-pagamenti (eProcurement, fattura elettronica, sistemi di pagamento elettronico) e la dematerializzazione dei processi della PA, supportati dall’innovazione digitale. Il fil rouge che unisce tutti gli ambiti di efficientamento della PA attraverso la dematerializzazione documentale e dei processi è il protocollo informatico: un ulteriore nodo da sciogliere, che va di pari passo con la nomina del Responsabile della Conservazione sostitutiva. E anche qui di aneddoti ce ne sono a iosa. Evitiamo di perderci nel faceto, ma è più forte di me perchè la condizione del paese è tragicomica, una volta mi capitò di sentire una motivazione contro l’adozione del protocollo informatico… una segretaria addetta al protocollo disse candidamente: ‘dubito ci sia utile, se il personale ha bisogno di numeri di protocollo vecchi capisco che non potrei darli con questo sistema’… era il lontano 2005, quella società ha registri cartacei per il protocollo ancora oggi, e la segretaria è un quadro. Le segretarie governano il mondo con le scartoffie, è la mia teoria complottista.

Torniamo semiseri, mi rifaccio, ancora una volta, a una recente ricerca degli Osservatori PoliMi (eGovernment e PA: l’Italia fa squadra!) per trarre alcuni dati dall’indagine sul campione di 155 enti locali di entità rilevante. Tra i Comuni, ben il 45% ancora non utilizza sistemi di archiviazione elettronica e di conservazione sostitutiva. In parole povere, quasi la metà dei comuni continua a stampare fascicoli di carta. Più virtuose, in questo senso, sono le Camere di Commercio, tra le quali è solo il 10% a essere digitalmente negligente. Un buon 43% delle Camere di Commercio ha fatto ricorso a soluzioni di protocollo informatico in outsourcing.

È da sottolineare che tra gli esperti del settore si discute ancora sulla questione della misurabilità dei vantaggi dell’eGov in termini di risparmio economico. Per alcuni, infatti, il discorso della sostenibilità dovrebbe passare in secondo piano rispetto al miglioramento (indubbio solo dove “dematerializzazione” fosse sinonimo di “efficienza”) del servizio al cittadino e alle imprese.

Ma cos’è che frena l’adozione delle soluzioni di eGovernment? Ce lo dice, ancora una volta, una recente ricerca eGovernment e PA PoliMi. L’indagine, condotta nel 2012, mette in luce un coacervo di fattori che rappresentano il freno a mano dell’innovazione. L’82% punta il dito verso i vincoli di spesa imposti dal Patto di Stabilità; il 51% trova che la causa sia anche nell’inadeguatezza o il disallineamento delle soluzioni con la normativa. Quel margine di spazio lasciato dalla legge all’iniziativa della singola PA ha creato un panorama disomogeneo che ha complicato quella difficoltà di coordinamento tra enti che è causa di mancato sviluppo per il 63% degli intervistati.

Ma è proprio quest’ultimo tallone d’Achille del sistema italiano a fornire interessanti spunti di riflessione. La grande capacità di adattamento alle condizioni disagiate, tipica della migliore Italia che è quella che sa difendersi da sola nonostante un ecosistema avverso, e la buona volontà di dirigenti e amministratori illuminati hanno trasformato quella zona grigia che è la discrezionalità lasciata agli enti dalla normativa, in occasione per la creazione di casi d’eccellenza della PA digitale. Pochi a dire il vero, ma pur sempre emblematici e da analizzare anche con occhio costruttivamente critico. Pochi player di mercato hanno saputo sanare le lacune lato PA, alcuni in maniera eccellente fornendo soluzioni non standard e adattabili al reale fabbisogno quotidiano di un sistema che arranca. Resta, amaramente tangibile, il vasto problema culturale degli impiegati della PA. Urge dematerializzare e rendere monitorabili i flussi documentali legati all’erogazione di servizi pubblici, ma non senza aver ‘riformato’ letteralmente o ricambiato totalmente la base culturale che opera nella macchina pubblica e non solo.

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