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Open Access: ricerca aperta e Piattaforme OpenScience, i dati sugli atenei italiani

Open Access: ricerca aperta e Piattaforme OpenScience, i dati sugli atenei italiani
6 minuti di lettura

Dopo quasi un anno dalla protesta che ha visto Elsevier protagonista del boicottaggio promosso da Tim Gowers, Linkiesta torna sul tema Open Access. Qualche settimana fa, infatti, @cristinatogna ha scritto un articolo interessante sugli obbiettivi del movimento e sull’impatto delle nuove pratiche di pubblicazione sulla ricerca scientifica.

Sappiamo bene infatti che dai prossimi programmi quadro ERC ci saranno da aspettarsi finanziamenti di ricerca soggetti a condizioni di pubblicità open. E le Università italiane come si adeguano? Rendendo gli archivi accessibili. Perchè l’idea è che con i soldi pubblici si lavora ridistribuendo al pubblico la conoscenza.

Pubblicare OpenAccess non è solo una questione di principio etico. Rendere disponibili i risultati delle ricerche finanziate conviene anche. Permette ai ricercatori di conoscere meglio e prima gli studi dei colleghi, consente un miglior controllo sulla riproducibilità dei dati d’analisi, mantenendo al contempo la qualità dei processi peer-review. L’ostacolo da scavalcare è un sistema basato sulla condivisione dei contenuti tramite editori privati.

Questo sistema, costoso per i ricercatori come per le Università, rischia di far collassare la ricerca pubblica sul mercato delle pubblicazioni, rendendo l’accesso alla conoscenza un investimento pubblico di scarsa efficacia. Per questo alcune Università Italiane mettono a disposizione l’accesso alle pubblicazioni OA in una serie di portali accademici. Un caso tra tutti, PORTO (publications open repository Torino), la cui messa in rodaggio è accompagnata dalla supervisione di Juan Carlos De Martin, da poco National Points of Reference per l’Italia sulle Open Access Policies.

Chi da qualche anno si occupa degli opendata nella pubblica amministrazione sa bene che una buona strategia di liberazione dei dati richiede tempo, ma soprattutto una buona comunicazione e degli ottimi strumenti di pubblicazione. Abbiamo bisogno di uno spazio di condivisione degli articoli e dei materiali per promuovere nuove pratiche che possano rendere la ricerca al contempo sostenibile e innovativa.

Ma come incentivarle? Su questa linea già da qualche anno Academia.edu raccoglie i contributi di tantissimi accademici in tutto il mondo. Il network, registrato nel ’99 ma attivo dal 2008, ha da subito conquistato l’attenzione dei venture capitalist con un primo giro di finanziamenti da $1.6 milioni, seguito nel 2011 da una classe A promossa da Spark capital: ben 4.5 milioni di dollari.

Sicuramente un investimento ben mirato, dato che il lavoro degli open science networker di San Francisco ha prodotto un aumento delle utenze da 800.000 del 2011 a 3 milioni e poco più. Nel periodo del dibattito sollevato dallo studente di economia Thomas Herndon sulle analisi dei dati di austerity e a seguito delle preoccupanti statistiche di riproducibilità dei risultati di ricerca, da tempo ormai oggetto di costante sospetto, il social network che promuove l’OpenScience non ci ha pensato due volte.

E’ infatti da poco possibile allegare ai papers sottomessi anche i dataset di riferimento. Capita poi spesso di veder, girando sul network, articoli pubblicati su Elsevier resi disponibili liberamente dagli stessi autori. Infatti, la forza di Academia.edu è stata quella di restituire ai ricercatori la capacità di diffondere velocemente i propri contributi verso i colleghi di lavoro, anche quelli più distanti, e verificare in modo semplice chi e dove è interessato a ciò che scrive. In più, l’utilizzo della piattaforma può essere un efficace aiuto per gli early-career researcher che vogliono farsi conoscere nel mondo accademico.

Ma quanto queste nuove pratiche sono diffuse nelle nostre Università? Per capirlo, insieme con Riccardo Troccoli, abbiamo deciso di scavare dentro Academia, per stilare una classifica dei network universitari italiani e delle frequenze di pubblicazioni online. I dati che abbiamo trovato possono essere un utile complemento alla mappa dei portali OA delle Università italiane, e un utile base di partenza per chi decidesse di promuovere i principi dell’Open Science e dell’Open Access all’interno della propria università.

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[tableau server=”public.tableausoftware.com” workbook=”academiapaperspeople” view=”Sheet2″ tabs=”” toolbar=”” revert=”” refresh=”” linktarget=”” width=”600px” height=”700px”]

L’Italia è presente su Academia con circa 17.000 studenti e ricercatori e ben 68.000 articoli e presentazioni. Da una prima analisi sui dati degli utenti i network più attivi sono rispettivamente:

  1. Università degli studi di Bologna
  2. Università degli studi di Torino
  3. Università degli studi di Padova
  4. Università Cà Foscari di Venezia
  5. Università degli studi di Firenze
  6. Università degli studi di Palermo

Dati più interessanti sono quelli relativi alle frequenze di pubblicazione e agli indici di pubblicazione Open. Qui la storia sembra diversa. Se sono le grandi Università a aggregare il maggior numero di utenti e articoli, quelle più piccole sembrano detenere il primato di produttività. Il rapporto tra gli articoli prodotti e gli iscritti al network restiuisce una classifica ribaltata che vede:

  1. Università degli studi del Piemonte Orientale
  2. Università degli studi dell’Insubria
  3. Università degli studi del Sannio
  4. Università politecnica delle Marche

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Di media gli utenti di questi centri di studio hanno pubblicato nel network 8 articoli a testa, di cui 1 OA. Al contrario gli utenti dell’Università di Bologna e dell’Università di Torino hanno pubblicato 4 articoli per persona , mentre c’è un articolo OA ogni 2 ricercatori. Un’analisi ulteriore del rapporto tra totale delle pubblicazioni Open Access e totale degli articoli pubblicati rivela ancora come le Università con il maggior numero di iscritti non siano in cima alla classifica delle repository documentali più open del network. L’università di Bologna, a fronte di ben 9.500 pubblicati solo il 16% dei totali è OA. Ben altri numeri per l’Università di Napoli Parthenope che, nonostante abbia pubblicato fin’ora pochi documenti, ben il 57% è accessibile gratuitamente.

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Mancano molti dati per considerare quelli riportati sopra come evidenze di uno stato dell’arte: c’è ancora da analizzare la produttività per dipartimento, differenziare il corpus utenti in ricercatori, early career researcher e studenti, capire quante risorse sono papers e quante risorse documentali per l’insegnamento, confrontare quanto osservato con i dati delle repository OA ufficiali degli Atenei.

Una cosa è certa. L’engagement di molte Università considerate minori rivela quanto l’esistenza di piattaforme Open Science come Academia rappresenti un’opportunità per una diffusione internazionale e nazionale a basso costo e quanto questa alternativa sia già effettivamente utilizzata da quegli istituti che vogliono rendere più economica, efficiente e condivisa la ricerca universitaria. L’impegno nella condivisione delle risorse è la base per una ricerca aperta. Non smettiamo di lavorare in questa direzione. Non siamo soli.

 

Foto del profilo di Andrea Raimondi
Studente di Dottorato all'Università di Nottingham. Mi occupo di filosofia dell scienza e metafisica, almeno in dipartimento. Di notte, torno ad essere uno specialista opendata e un civic hacker. Progetto attività di ricerca e strumenti di innovazione sociale basati su dati governativi (aperti e non).

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