Riflessioni in attesa del testo definitivo del decreto del fare
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La strategia e la governance: riflessioni in attesa del testo definitivo del decreto del fare

Scritto da:     Tags:  , , ,     Data di inserimento:  17 giugno, 2013  |  Nessun commento
17 giugno, 2013
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Il comunicato sul decreto del fare contiene dei punti sull’Agenda Digitale sui quali è utile fare delle riflessioni preliminari, anche nell’ottica di suggerire precisazioni e chiarimenti che appaiono opportuni. Anche per affermare la consapevolezza che l’Agenda Digitale è in buona parte da definire.

Le buone notizie

Dal comunicato stampa del CdM del 15 giugno emerge certamente la buona notizia che il tema dell’agenda digitale inizia ad essere argomento di discussione, nel nuovo decreto del fare, e che il complicato sistema di governance messo in piedi dal precedente governo con il decreto di istituzione dell’Agenzia per l’Italia Digitale e con il decreto Crescita 2.0 viene posto sotto osservazione e affrontato come problema oltre che come uno dei responsabili dell’attuale impasse.

Su questo fronte la scelta di identificare nella Presidenza del Consiglio il riferimento unico dell’Agenda Digitale è certamente importante e da più parti e da più tempo auspicato, anche per iniziare a semplificare il sistema di governance. Certamente un passo nella direzione attesa, anche se non è chiara la funzione “commissariale” che può avere il delegato del Presidente Letta, dato che agisce per conto di chi formalmente è responsabile e non subentra ad altri. Leggeremo il testo definitivo del decreto anche per capire se nell’ottica della semplificazione viene ridefinita la composizione del Comitato di Indirizzo dell’AID, oggi presieduto dallo stesso direttore dell’AID.

Qui, mi sembra, finiscano le buone notizie in ottica digitale inerenti al decreto del fare.

Gli altri temi affrontati dal decreto in tema di Agenda Digitale sono delle precisazioni rispetto al decreto Crescita 2.0 (legge 179/2012) oppure delle misure delle quali è difficile comprendere la novità e il valore. Per un commento più approfondito aspettiamo il testo del decreto, ma certamente il fatto che il domicilio digitale possa essere richiesto “all’atto della richiesta della carta d’identità elettronica o del documento unificato” chiaramente non ha nessun valore pratico e di incidenza per aumentare rapidamente (se è questo l’obiettivo) la diffusione della PEC tra i cittadini e il suo utilizzo negli scambi con le pubbliche amministrazioni.

Le cattive notizie

Le cattive notizie sono di due tipi:

  • le affermazioni contenute nel decreto e che vanno in senso contrario a quello auspicato dai più per innescare un vero cambiamento;
  • le parole non dette, che pesano come pietre.

Il quadro nel cui si innesta questo decreto è dato dal Rapporto Annuale della “Digital Agenda Scoreboard”, che ci evidenzia un ritardo del nostro Paese su tutti gli indicatori principali, dalla penetrazione della banda larga tra la popolazione, al forte ritardo di quella ultralarga, dalla disponibilità dei servizi online (dal commercio elettronico all’Internet banking), al loro uso, il tutto correlato con una diffusione di competenze digitali che è tra le più basse in Europa.

Con uno scenario complessivo che disegna un circolo vizioso in cui la debolezza delle infrastrutture, delle competenze digitali e dei servizi online offerti dalle imprese e dall’amministrazione fa sì che una parte dei cittadini reputi non utile l’uso di Internet e che le imprese avvertano un basso bisogno di assumere specialisti ICT. E la distanza dagli altri Paesi Europei non è un caso che aumenti, invece che ridursi.

Un quadro, però, non casuale. Correlato a un ritardo culturale anche nella politica e all’assenza di una strategia sul digitale.

Del primo sono esemplari alcune scelte contenute nel decreto, come quelle di prevedere un finanziamento delle imprese “per acquisto di macchinari”. Il che, se non meglio specificato nel testo del decreto (e lo auspichiamo) significherebbe escludere tutta l’industria del digitale, a partire dalle aziende ICT.

Un altro punto controverso riguarda la “nuova governance” che riporta in vita la “cabina di regia” e che istituisce un “Tavolo permanente, composto da esperti e rappresentanti delle imprese e delle università”, come se uno dei temi principali non fosse il ritardo sulla cultura digitale degli Italiani, evidenziato proprio dal Rapporto 2013 della Digital Agenda Scoreboard.

E come se non venissero proprio dal mondo delle società civile, qui dimenticata, alcuni importanti spunti di proposta. E per questo la sensazione è di una mancanza di consapevolezza sulla portata ampia dell’Agenda Digitale, che non è affare di settore e men che meno tema riservato a esperti in tecnologie.

Tra le parole non dette una è “strategia”. A dispetto di quanto previsto dall’art.1 comma 1 del decreto Crescita 2.0 (legge 179/2012) che richiede al governo la presentazione delle linee strategiche dell’agenda digitale, il comunicato sul decreto del fare riporta che la cabina di regia presenterà al Parlamento un quadro complessivo delle norme vigenti, dei programmi avviati e del loro stato di avanzamento, nonché delle risorse disponibili che costituiscono nel loro insieme l’agenda digitale medesima.

Ma quale Agenda Digitale? Chi l’ha definita? Quando? Quali sono le linee strategiche sulle quali ci si vuole muovere per permettere all’Italia di sfruttare l’opportunità del digitale? Nulla. Si dà quasi per scontato che, per il tanto parlarne, l’Agenda Digitale italiana ci sia davvero, da qualche parte. E basti attuarla.

Invece abbiamo una serie di interventi da concretizzare, decreti attuativi da realizzare, ma nessuna Agenda organica. Non avere consapevolezza di questo e non pensare che la sua costruzione sia necessaria rischia di rendere inefficace qualsiasi governance.

Un auspicio

L’esperienza ci ha insegnato che il tempo che intercorre tra l’approvazione di un decreto al CdM e la confezione del testo definitivo è un tempo prezioso che consente di rimediare a possibili imprecisioni o dimenticanze.

L’auspicio è che anche questa volta il tempo sia utilizzato positivamente e che, dall’assenza della società civile dal “Tavolo Permanente” alla sottolineatura della necessità della definizione di una strategia sul digitale, dai macchinari che escludono l’industria digitale ad un approccio concreto all’accesso alla rete e al tema del domicilio digitale, si intervenga con precisione, accuratezza e chiarezza.

Con la consapevolezza che quando si parla di Agenda Digitale si parla del futuro sociale ed economico del Paese e che è necessario valorizzare tutte le esperienze in campo, dall’innovazione sociale alle imprese, dalle amministrazioni al sistema della formazione e della ricerca, con grandi strategici Progetti-Paese.

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